BLOCCO LICENZIAMENTI/ La resa del Governo ai sindacati affossa le imprese

- Giuliano Cazzola

Sembra più probabile una proroga del blocco dei licenziamenti. Una misura che non aiuterebbe la ripartenza delle imprese, né a creare nuovo lavoro

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(LaPresse)

Non occorreva essere indovini per immaginarsi che, incamminandosi con eccessiva disinvoltura sulla strada del blocco dei licenziamenti individuali e collettivi di carattere economico, sarebbe stato difficile tornare indietro, perché i sindacati non avrebbero gradito la mossa (anche se sono andati perduti 700mila posti di lavoro tra assunzioni mancate e contratti temporanei o precari non rinnovati). E quando il ministro Patuanelli ha dichiarato che il blocco era insostenibile e che doveva essere superato entro la fine dell’anno i sindacati sono insorti all’unisono, giudicando tale prospettiva assolutamente inaccettabile.

Gli argomenti non mancano, perché sono sempre gli stessi che hanno portato al blocco e alla sua proroga. Tanto più che l’emergenza sanitaria non è affatto accantonata, ma si teme una sua ripresa al punto di giustificare il ritorno all’edizione seriale dei Dpcm. La soluzione che sembra profilarsi è quella di proseguire (per almeno 9 settimane?) nel finanziamento della cassa integrazione straordinaria mantenendo il regime di blocco per le aziende che ne fanno richiesta.

Per quanto sia difficile individuare una soluzione corretta in questo mare di problemi, la strada che viene riproposta è come collocare un barile di tritolo sotto il sistema produttivo e dei servizi. Non ha senso mantenere a carico delle imprese (ancorché pagate con gli ammortizzatori sociali) sacche di lavoratori che fanno riferimento a posti di lavoro ormai inesistenti o soppressi, come se si trattasse di superare un tempo indefinito, trascorso il quale tutto tornerà come prima. Questa linea di condotta costringe le imprese a lavorare con una palla al piede, impedisce la loro ristrutturazione e il relativo adeguamento degli organici, crea difficoltà agli investimenti in nuova tecnologia mettendo a rischio la condizione di competitività.

Vi è l’ipotesi di mantenere questo collegamento tra uso della Cig e blocco dei licenziamenti solo nei settori in maggiore crisi (turismo, ecc.), ma è improbabile che i sindacati accettino queste limitazioni. Si è arrivati a questa situazione per l’attitudine del Governo a rinviare i problemi e a causa di una linea delle organizzazioni sindacali conservativa, nel senso di mantenere il più possibile gli assetti esistenti, attraverso misure di protezione del reddito. È questa una tendenza che non riguarda solo i sindacati, ma che finisce per diventare la via più facile anche per il Governo che stenta a promuovere una prospettiva di sviluppo.

“E gli ammortizzatori sociali, parliamo anche di questo: era impossibile – si chiede Nunzia Penelope in una vera e propria ‘filippica’ su Il Diario del lavoro – prevedere che rinnovare il  blocco dei licenziamenti di mese in mese non sarebbe stato a lungo sostenibile? Era così impossibile a maggio, a giugno, mettersi tutti attorno a un tavolo, Governo, sindacati, imprese, e ragionare su come attenuare il dramma dei posti di lavoro che saltano – salteranno – a centinaia di migliaia causa Covid? Invece di convocare gli inutili Stati Generali, il governo Conte non avrebbe fatto cosa più sensata convocando le parti sociali per trovare una soluzione assieme?”.

Non era impossibile, ma il Governo perseguiva un’altra linea perché non era in grado di fare diversamente. In politica non c’è differenza tra volere e potere. Nel nostro Paese è presente una tentazione trasversale che si lusinga di poter disporre delle ingenti risorse del Next Generation Eu (ex Recovery fund) per tirare a campare di bonus, sussidi, erogazione sostitutive di redditi e di fatturati. Che questa suggestione covi sotto la cenere lo si vede anche in questi giorni. Che cosa chiedono i ristoranti, i bar, i locali pubblici? A loro basterebbe poter lavorare, garantendo condizioni di sicurezza. Ma il Governo preferisce ridurne l’attività in cambio di “ristori”, di rinvio delle cartelle fiscali (nonostante l’assist che papa Francesco ha dato, domenica, all’Agenzia delle Entrate), di scuole a rischio di lockdown e di promozioni garantite, di estensione del lavoro da remoto in una Pubblica amministrazione che, di suo, fa i conti con il pallottoliere e usa i pc come macchine da scrivere per copiare i testi dei dirigenti che usano ancora la stilografica. L’aspetto più triste e sconfortante è venuto da un importante dirigente sindacale (la cui categoria è impegnata in un duro braccio di ferro con l’associazione dei datori di lavoro per rinnovare il contratto nazionale di lavoro) che ha proposto di scambiare una tregua contrattuale di tre anni con un blocco dei licenziamenti di uguale durata. Si vede che la sperimentazione delle ibernazioni deve essere applicata su di una società nel suo complesso prima di provarla sulle singole persone. Eppure basterebbe guardarsi attorno per scoprire una realtà molto più complessa.

In questi giorni è uscito il consueto rapporto Excelsior-Camere di Commercio, che, sulla base dei dati forniti dalle aziende prevede, nel mese di ottobre, 282mila assunzioni. Resta tuttavia il solito problema del mismatch. Le aziende non trovano il personale di cui hanno bisogno. Al momento – sostiene il Rapporto – la domanda di lavoro delle imprese tende a concentrarsi sulle figure professionaldell’area core delle attività di produzione, dell’area tecnica e di progettazione e sulle funzioni collegate alla direzione, con difficoltà di reperimento particolarmente elevate negli ambiti della ricerca e sviluppo (51,7%, con i tecnici in campo ingegneristico al 58,9%), dell’installazione e manutenzione (46,3%, con gli artigiani e operai specializzati di installazione e manutenzione attrezzature elettriche ed elettroniche al 42,6%) e della certificazione e controllo di qualità, sicurezza e ambiente (39,6%, con i tecnici della gestione dei processi produttivi di beni e servizi al 54,5%). 

Supera la media nazionale l’andamento tendenziale delle assunzioni a ottobre 2020 per le regioni del Sud e isole e per il Nord-ovest, mentre più negative sono le imprese del Nord-est (in particolare di quelle venete) e del Centro (in particolare di quelle della Toscana). Ma nel campo delle politiche attive del lavoro attendiamo ancora che si compia il primo passo. Per ora abbiamo avuto solo i navigator.

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