BONUS BEFANA E CASHBACK/ Per la lotta all’evasione vale più l’Iva al 15%

- int. Salvatore Padula

Il governo anziché introdurre divieti e sanzioni vuole incentivare l’uso dei pagamenti alternativi al contante. Obiettivo: recuperare 7 miliardi di gettito

Banconote Euro
(Pixabay)

Un super-bonus, già denominato “bonus Befana”, del 19%, fino a un massimo di 475 euro su spese per almeno 2.500 euro l’anno con moneta elettronica in settori considerati ad alto rischio di evasione e un cash back tra l’1-2% e il 3-4%. Sono le due misure di stimolo alla moneta elettronica allo studio dei tecnici e che dovrebbero entrare nel decreto fiscale collegato alla manovra 2020 per incentivare sempre di più i pagamenti tracciabili e contrastare l’evasione fiscale. Come scritto nero su bianco nella NaDef, il Conte-2 si prefigge così di recuperare 0,4 punti di Pil, pari a poco più di 7 miliardi di euro, utili per finanziare altri impegni di spesa. Non solo: favorendo l’uso di strumenti di pagamento alternativi al contante l’esecutivo intende generare entrate durature nel tempo attraverso l’emersione di maggiore base imponibile. “Bonus Befana” e cash back statale funzioneranno e riusciranno davvero a combattere la piaga dell’evasione fiscale, specie di quella dell’Iva, in cui l’Italia è tra le maglie nere dell’Europa? Lo abbiamo chiesto a Salvatore Padula, già vicedirettore del Sole 24 Ore con delega all’informazione normativa e di servizio e già capo ufficio stampa dell’Agenzia delle Entrate.

Il cash back statale riuscirà a convincere gli italiani a usare la moneta elettronica?

Il governo fa una scommessa in qualche modo innovativa: non più divieti ed eventuali sanzioni, non più limiti all’utilizzo dei contanti, ma incentivi per favorire la diffusione della moneta elettronica e più in generale dei pagamenti tracciabili. Vedremo se funzionerà. Di certo le scelte del passato, molto orientate ai divieti, non avevano funzionato bene.

L’idea è di applicare il cash back negli acquisti a maggior rischio di evasione Iva. In quali settori e per quali beni o servizi potrebbe essere applicato?

A quanto risulta, il governo starebbe pensando a due misure diverse. Da un lato, il cash back vero e proprio – ovvero la restituzione al consumatore di una piccola percentuale del costo del bene acquistato con moneta elettronica, e ancora non sappiamo in quale misura, si parla tra l’1% e il 3% a seconda del bene).

E l’altra misura?

Altro fronte è quello di introdurre nuove detrazioni fiscali per alcuni beni e servizi pagati con moneta elettronica o con metodi tracciabili. Si parla della possibilità di ottenere uno sconto fiscale del 19% per una spesa fino a 2.500 euro all’anno su alcuni acquisti di beni e servizi – si pensi ai piccoli lavori domestici o ai piccoli lavori per sistemare l’automobile – per i quali in molti casi non vengono rilasciati né ricevute né scontrini né fatture. Un esperimento di “contrasto di interessi” per indurre i cittadini-contribuenti a farsi rilasciare le ricevute, pagando con metodi tracciabili.

Come potrebbe avvenire la restituzione?

La restituzione del cash back vero e proprio avverrebbe tramite il circuito della carta di credito. Alla fine del mese, oppure ogni trimestre, con l’estratto contro della carta potrebbe essere facilmente riaccreditato sulla carta stessa l’importo del cash back maturato durante il periodo considerato. È un sistema che alcuni circuiti di carte di credito già utilizzano come forma di incentivo/premio per i propri clienti: spendi mille euro con la carta e il circuito ti restituisce 10 o 20 euro per quegli acquisti.

L’idea iniziale del Governo, non ancora del tutto accantonata, pare fosse quella di rimodulare le aliquote Iva per finanziare in parte il cash back. Non è un po’ il gioco delle tre carte?

E’ un aspetto importante. Nelle prime intenzioni del governo il meccanismo era collegato a un aumento selettivo delle aliquote Iva e doveva funzionare in due direzioni: aliquota più elevata per chi voleva pagare in contanti; aliquota più bassa per chi sceglieva di pagare con modalità tracciabile. L’aumento delle aliquote non è stato considerato politicamente praticabile, per cui, in effetti, ora il sistema appare piuttosto squilibrato. Un aspetto ulteriore è che, in genere, sono i contribuenti con reddito elevato a fare un uso più intenso – per importi spesi – delle carte di credito. Il cash back, in qualche misura, rischia di favorire persone che non ne avrebbero bisogno.

L’altro super-bonus immaginato dal governo è stato ribattezzato “bonus Befana”. Potrebbe funzionare?

Sembra, ma ancora non è molto chiaro, che il governo voglia anticipare già all’inizio del nuovo anno la restituzione della quota delle spese fatte con carta di credito. Sembra però difficile poter organizzare tutto in così poco tempo.

E’ giusto prevedere sanzioni per i commercianti che non hanno installato i Pos o che non accettano pagamenti tracciabili?

Se si introduce un obbligo e non si prevedono misure per sanzionare chi non lo rispetta, se non si fanno controlli, se tutto è lasciato alla libera scelta dei commercianti, allora si sta facendo una cosa inutile. Possiamo addirittura pensare che non sia giusto obbligare un commerciante o un professionista ad avere il Pos – anche se, in fondo, non è molto diverso dall’obbligo di installare un registratore di cassa o di rispettare determinati orari di apertura e di chiusura -, ma se una legge dello Stato lo prevede, non applicare sanzioni diventa una presa in giro per tutti.

L’Iva è un’imposta regolata a livello europeo. Che margini ci sono per modificarne le aliquote?

Ci sono molti margini, pur entro i limiti della direttiva Iva, che peraltro è oggetto di revisione. Noi abbiamo tre aliquote: il 4%, il 10% e quella ordinaria del 22%, senza dimenticare anche l’aliquota residuale del 5%. Gli Stati membri applicano svariate aliquote ordinarie comprese tra il 17% del Lussemburgo e il 27% dell’Ungheria. Il nostro Paese potrebbe persino adottare un’aliquota unica – intorno al 15% – a parità di gettito. In realtà, secondo molti osservatori, questo sistema avrebbe il vantaggio di ridurre molto l’evasione, che – come di recente ha scritto Vincenzo Visco sul Sole 24 Ore – “si concretizza lungo la filiera produttiva, utilizzando opportunamente la mancata dichiarazione di una parte del valore aggiunto effettivo e la differenza delle aliquote (arbitraggio). In sostanza nell’evadere l’imposta, i contribuenti utilizzano comunque per quanto possibile gli acquisti con aliquota ordinaria a monte e quelli con aliquota ridotta a valle”.

Altre possibilità?

Una possibilità ulteriore potrebbe essere quella di ridurre sia il numero delle aliquote sia la distanza tra l’aliquota ordinaria e l’aliquota ridotta. Così, ad esempio, potrebbe essere fissata un’unica aliquota ridotta – più alta del 4% attuale – e un’aliquota ordinaria unica che accorpi le attuali aliquote del 10% e del 22%. Dal livello di questa aliquota potrebbero dipendere anche scelte a favore dei contribuenti o per recuperare gettito, oltre che ridurre l’evasione.

(Marco Biscella)

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