I NUMERI/ Dietro il boom dei prezzi delle materie prime, i rischi per Pil e imprese

- Enrico Quintavalle

I prezzi delle materie prime hanno fatto segnare aumenti importanti negli ultimi mesi. Le conseguenze per imprese e Pil dell’Italia

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Cosa sta succedendo – Ad aprile 2021 i prezzi delle commodities non energetiche salgono del 33,4%, accelerando rispetto al +24% di marzo. I dati delle indagini qualitative, esaminate in un report di Confartigianato uscito nei giorni scorsi, evidenziano l’estensione degli effetti degli aumenti dei prezzi delle materie prime al comparto delle costruzioni e ai settori manifatturieri di metallurgia, legno, gomma e materie plastiche, mobili, autoveicoli, prodotti in metallo e apparecchiature elettriche. All’interno di questi otto settori maggiormente colpiti, sulla base di un’analisi controfattuale che stima un aumento su base annua del 21,4% dei prezzi di acquisto delle commodities, per le 627 mila imprese del perimetro in esame si determinerebbe uno shock da costi di 55,8 miliardi di euro.

Le concause dell’escalation – Numerosi fattori stanno sostenendo la fiammata dei prezzi delle commodities. In primis, la ripresa della produzione mondiale, trainata dalle economie emergenti, e in particolar modo dalla Cina, primo Paese a contenere la pandemia, come confermato dall’ultimo report del CPB. In parallelo, le catene produttive globali non sono riuscite a riorganizzarsi dopo lo shock Covid-19. Le strettoie dell’offerta in alcuni importanti esportatori mondiali si intrecciano con difficoltà nella logistica delle merci – in particolare negli Stati Uniti e in Europa – causate dalle restrizioni per contenere la diffusione dei contagi, con il conseguente aumento dei costi di trasporto e la scarsa disponibilità di container. Si sono dilatati i tempi di permanenza delle merci sulle banchine portuali e da inizio anno il costo medio per tratta del noleggio dei container si è quasi triplicato, in particolare nella tratta dalla Cina all’Europa. Come evidenziato nell’ultimo Bollettino economico della Bce, i tempi di consegna dei fornitori hanno raggiunto i livelli massimi toccati all’apice della pandemia della scorsa primavera.

L’aumento dei prezzi viene sostenuto dalla maggiore domanda di materie prime necessarie per la produzione di beni che è cresciuta a seguito dell’emergenza sanitaria: carta e plastica – per mascherine e prodotti di uso sanitario, divisori in plexiglass, siringhe e fiale per vaccini, ecc. -, imballaggi per il packaging dei prodotti alimentari per asporto e dei prodotti venduti tramite e-commerce: nel primo trimestre del 2021 il valore delle vendite di commercio elettronico in Italia è salito del 38,2%, consolidando il +34,5% del 2020.

La crescita dei prezzi è sostenuta dall’espansione monetaria che sta accompagnando gli ingenti interventi anticiclici per contrastare la recessione causata dalla pandemia, mentre i bassi tassi di interesse sostengono la domanda speculativa su prodotti finanziari che hanno come sottostante gli indice di prezzo delle commodities. Nell’arco degli ultimi dodici mesi l’intensità dell’aumento dei prezzi internazionali è stata leggermente attenuata dall’andamento del cambio dell’euro sul dollaro.

Si sovrappongono, inoltre, determinanti specifiche per alcune commodities. Sull’aumento dei prezzi del rame, ad esempio, influisce l’accelerazione della domanda legata alla transizione green: la più ampia quota della maggiore domanda di rame è determinata dalla produzione di veicoli elettrici e punti di ricarica, a cui segue quella legata alla produzione di impianti per il solare e l’eolico. La crescente produzione di energia da fonti rinnovabili e di auto elettriche determina tensioni sulla domanda, e conseguentemente sui prezzi, dei “minerali critici” quali rame, litio, nickel, manganese, cobalto, zinco e terre rare. La crescente digitalizzazione dei processi produttivi e l’intensificazione della domanda di apparecchiature elettroniche conseguente alla pandemia, coniugate con il calo della produzione in Asia, hanno determinato una carenza di semiconduttori, causando ritardi nella produzione mondiale di automobili e di macchinari. Nella filiera delle costruzioni, la domanda accompagnata dall’incentivo fiscale del superbonus del 110% con un limite temporale di utilizzo, rappresenta un ulteriore fattore di spinta sui prezzi dei materiali per l’edilizia.

Le conseguenze – L’attuale escalation dei prezzi – dopo la peggiore recessione, in tempi di pace, dall’Unità d’Italia – rischia di depotenziare una ripresa che rimane ancora fragile: il Pil nel primo trimestre 2021 in Italia registra un calo congiunturale dello 0,4% a fronte del +0,3% della media delle economie avanzate. A seguito della mancanza di materie prime le imprese rallentano la produzione e, in alcuni casi, tornano a utilizzare gli ammortizzatori sociali nonostante la ripresa degli ordinativi.

L’Italia è il secondo Paese dell’Ue per produzione manifatturiera, con una alta dipendenza dall’estero di commodities: nella media dell’ultimo triennio il saldo annuo del commercio con estero dell’Italia per le principali materie prime estrattive, industriali ed energetiche è negativo per 56,6 miliardi di euro, mentre per i restanti prodotti manifatturieri si registra un surplus di 119,2 miliardi di euro. Con una bolletta energetica che per l’Italia vale 21,9 miliardi di euro e i prezzi delle commodities energetiche importate che a marzo 2021 salgono del 29% si prevedono ulteriori effetti recessivi: secondo l’analisi di sensitività contenuta nel Documento di Economia e Finanza 2021, da un prezzo del petrolio più alto di 9 dollari al barile rispetto allo scenario base deriva un effetto recessivo di 3 decimi di punto per il Pil nel 2021 e di 4 decimi di punto nel 2022, cumulando nel triennio 10,7 miliardi di euro di minore Prodotto interno lordo.

La spinta dei prezzi delle materie prime determinerà un incremento dei prezzi alla produzione e al consumo – che per gli economisti della Bce è dovuto a fattori temporanei – di cui si colgono diversi segnali su scala mondiale: ad aprile 2021 i prezzi alla produzione in Cina salgono del 6,8% (+4,4% a marzo), negli Usa il tasso di inflazione balza al +4,2% (+2,6% a marzo) mentre in Germania arriva al +2,1% (+2% a marzo). Un aumento persistente del tasso di inflazione, negli Stati Uniti e nell’Eurozona, potrebbe innescare un cambio di direzione della politica monetaria delle banche centrali, con rialzi dei tassi di interesse che rallenterebbero gli investimenti, ribaltandosi pericolosamente sulle imprese, ancora soggette a forti tensioni di liquidità, e sui bilanci dei paesi con elevato debito pubblico, come l’Italia, in cui un aumento della spesa per interessi verrebbe prevalentemente finanziato con incrementi di imposte, con ulteriori effetti recessivi.

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