ELEZIONI UK/ Se Merkel e Macron pensano ancora che sia colpa di gente che non capisce

- Gianluigi Da Rold

Le elezioni inglesi hanno sancito che Londra non vuole l’Europa. E l’Ue non ha capito le ragioni storiche e politiche di questa diffidenza

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Operazioni di spoglio in Gran Bretagna dopo le elezioni del 12 dicembre (LaPresse)

La regina Vittoria era piuttosto supponente e un tantino antipatica. È attribuita a lei una risposta diventata quasi una barzelletta: “Maestà, c’è nebbia sulla Manica”, informava con stile puntuale e impeccabile un cerimoniere di casa reale. Vittoria rispondeva seccamente: “Nebbia sulla Manica? Il continente è isolato”.

L’atteggiamento del Regno Unito, la più radicata monarchia costituzionale e la più antica democrazia liberale del mondo, dove si vota con lo stesso metodo da quasi 300 anni, è sempre stato diffidente verso i francesi usciti dal giacobinismo della seconda fase della Rivoluzione e dal periodo di Napoleone, che, una volta sconfitto, gli inglesi volevano addirittura processare in una sorta di anteprima di Norimberga. Poi erano diffidenti verso i tedeschi, anche per via di due guerre mondiali nel Novecento combattute spesso in modo isolato e in prima linea.

È un retroterra culturale antico, ma che va tenuto in considerazione. L’idea dell’Unità europea non ha mai veramente affascinato fino in fondo gli inglesi. Non a caso le immagini più significative, prima della Comunità del carbone e dell’acciaio (la Ceca), fino ai Patti di Roma del 1957, e ancora fino a Maastricht e alla nascita dell’Unione Europea, con l’euro mai adottato nel Regno Unito, non hanno alcun inglese come autentico protagonista. Ma tedeschi come Adenauer, italiani come De Gasperi, francesi come Schuman. E più recentemente uomini come Mitterrand e Kohl, che attraversano gli antichi campi di battaglia e i cimiteri di guerra stringendosi la mano. Gli inglesi compaiono in seconda fila e spesso in modo contrastante. Come nel vertice di Milano, convocato da Bettino Craxi alla fine di giugno del 1985, dove con Mitterrand e Kohl, il leader italiano respinge e mette in minoranza una proposta, sul futuro piuttosto vago dell’Unione Europea, di Margaret Thatcher.

Tutto questo spiega i retroscena delle difficoltà nei rapporti tra Unione Europea e Regno Unito. E spiega in parte il clamoroso successo di un personaggio come Boris Johnson nelle elezioni di giovedì, che umilia di fatto il Labour di Jeremy Corbyn e mette in un angolo nazionalisti scozzesi e liberal-democratici, sanzionando il via libero definitivo alla Brexit, all’uscita della Gran Bretagna dall’Ue.

Johnson e i conservatori hanno preso 365 seggi ai Comuni su 650, mentre i laburisti soni scesi a un risultato che ricorda le pene del 1935, quando c’era al governo niente meno che Stanley Baldwin, un tory che rivendicava persino la sua appartenenza scolastica a Harrow, la concorrente di Eton.

“Un mondo fuori dal mondo” si potrebbe dire, ma che era pur sempre un esempio, non solo di democrazia ma anche di mobilità sociale e di grande cultura. Per citare solo un esempio, alla “pelosa morale” della regina Vittoria si opponeva il famoso Circolo di Bloomsbury, con personaggi formidabili come le sorelle Woolf, John Maynard Keynes, lo scrittore Litton Strachey. E c’erano grandi ribelli solitari come Oscar Wilde.

Nell’ultimo dopoguerra, quando il debito inglese ammontava al 200%, il laburista gallese Aneurin Bevan non ci pensò un attimo a varare il servizio sanitario nazionale (cure dentarie incluse), seguendo quello che era stato perseguito già durante la guerra dalle relazioni di William Beveridge suggeritegli nel 1942 e nel 1944 da Winston Churchill per varare il welfare state.

Insomma, i cosiddetti analisti storici e quelli cronistici dei nostri “famosi giornali”, che hanno detto tutto e il contrario di tutto, dovevano pur tenere conto di questa particolarità britannica. Nulla invece: la Brexit è colpa solo di un popolo che non capisce.

Avrebbero pure dovuto tenere in considerazione che quando la costituzione dell’Unione Europea entrò nella fase cruciale degli anni Novanta, ancora un grande storico anglo-americano, Robert Conquest, metteva sull’avviso gli inglesi dal cadere nelle “braccia” della burocrazia e tecnocrazia poco politica di Bruxelles, dominata soprattutto da un asse franco-tedesco fastidioso e irritante per la tradizione politico-democratica inglese. Conquest contrapponeva a questa idea di Europa addirittura un’alleanza transatlantica che si allargava anche agli Stati del Pacifico di origine anglosassone.

Alla fine prevalse, dopo il fallimento del comunismo e la caduta del Muro di Berlino, l’idea di un’Europa unita e protagonista nel mondo. Buona idea, mal gestita. È in quel momento che, sia da parte britannica ma anche da parte franco-tedesca, si sarebbero dovute superare le antiche diffidenze per trovare un terreno di comune collaborazione. Invece ci sono stati vari incidenti, che ora è inutile ricordare, ma sia la crisi del 2008, sia la crisi del 2013 con il collasso della Grecia hanno ricreato profonde diffidenze nel Regno Unito.

È per questa ragione che rieletto nel 2015 con una maggioranza netta, David Cameron, leader conservatore che vuole restare in Europa con correzioni e maggiore partecipazione, discute sul ruolo della nuova Commissione e anche, in modo critico, sul ruolo che viene riservato al lussemburghese Jean-Claude Juncker. Cameron vuole un mandato forte dai suoi cittadini e vara un referendum, schierandosi per la permanenza del Regno Unito in Europa. I britannici rispondono con una bocciatura e la scelta di uscire dall’Europa: scelgono la Brexit e Cameron si dimette. Imprudente Cameron? Probabilmente, ma anche comprensibile.

Tuttavia sono senza dubbio politicamente poco accorti i vari “soloni” europeisti di Bruxelles, noti da anni per l’austerità, la deflazione, la crescita asfittica e le contestazioni a cui sono sottoposti dai nuovi nazionalisti, oltre che da assetti geopolitici che altre grandi potenze cercano di definire, tagliando fuori proprio l’Europa.

I burocrati di Bruxelles, dopo il referendum perso da Cameron, sembrano prima sgomenti, ma poi alzano la posta con una serie di dichiarazioni anti-britanniche, spalleggiate da una stampa para-comica, soprattutto in Italia. Per il Regno Unito si avvicinerebbe una crisi devastante, si evoca l’Armageddon. La vicenda va avanti per oltre tre anni.

Mentre ci sono Paesi europei in grande difficoltà, la Gran Bretagna ha una sterlina che prima perde valore, favorendo però le esportazioni, poi cresce meno ma cresce e soprattutto mantiene una disoccupazione al 3%.

Per ora l’Armageddon non è arrivato, le profezie oscure dell’asse franco-tedesco non si sono avverate, mentre “frau Merkel” continua a perdere consensi a ogni elezione e Emmanuel Macron, l’uomo nuovo della supposta “nuova grandeur”, non riesce in questi giorni neppure a uscire di casa per il blocco dei trasporti in Francia, in seguito alla riforma delle pensioni.

Perché stupirsi, a questo punto, della valanga anti-europeista a favore di Boris Johnson? Il leader, latinista e storico che ha scritto Il sogno di Roma, considera, come tanti storici inglesi, sull’esempio dell’imperatore Augusto, che i “Veri confini della civiltà arrivano al Reno? All’Elba è meglio non arrivare”.

Opinioni azzardate per il tempo che viviamo, ma qualche autocritica, dalle rive dell’Elba e da Bruxelles, dovrebbe essere finalmente fatta. Sul serio, senza prese in giro di vario tipo, altrimenti la povera Europa affonda veramente.

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