BUFALA A REPORT/ Covid-19 diffuso da allevamenti e liquami? I dati che la smentiscono

- Giovanni Borgonovo

Una puntata di “Report” ha indicato nei liquami degli allevamenti zootecnici la causa della forte diffusione del virus in Lombardia. Ma i dati smentiscono

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(Pixabay)

Il 13 aprile 2020 è stata trasmessa una puntata di Report in cui si parla di una presunta correlazione tra deiezioni animali e la diffusione del contagio da Covid-19.

Penso che l’unico modo per combattere a lungo termine fake news come queste sia la condivisione delle conoscenze, cercando di portare qualche dato in merito.

Le affermazioni riportate dal programma prendono spunto da un position paper scritto da alcuni membri della Società italiana di medicina ambientale (Sima), appartenenti a diverse università, sulla relazione tra inquinamento da particolato atmosferico e diffusione di virus nella popolazione.

Nel paper viene sottolineato come, in letteratura, sia noto che il Pm (Particulate matter con grandezza minore o uguale di 10 µm) funzioni da carrier, ovvero da vettore di trasporto, per molti contaminanti chimici e biologici, inclusi i virus. E, in effetti, proprio ieri Sima ha confermato che il coronavirus Sars-Cov-2 è stato ritrovato su particolato atmosferico.

Nel paper viene ipotizzato un ruolo nella diffusione del contagio da parte dei Pm, correlando alcuni dati Arpa della città di Brescia, che mostrano un superamento della soglia di 50 µg al m3 nel periodo tra il 10 e il 29 febbraio, al numero dei contagi aggiornati al 3 marzo (considerando un ritardo temporale di 14 giorni, approssimativamente pari al tempo di incubazione del virus).

Va sottolineato che non vi è ancora la certezza di un rapporto di funzionalità tra le due variabili, ma soprattutto non vengono menzionate da nessuna parte la zootecnia né le deiezioni zootecniche.

Report, prendendo spunto da questo studio in progress, ipotizza che lo spandimento di liquami zootecnici in quelle zone possa essere stato veicolo del virus. Trovando, ancora una volta, il modo di accusare l’allevamento intensivo. Questa volta però superando probabilmente la barriera della decenza.

Ci sono alcuni dati, accessibili a tutti, che mettono in crisi questa ipotesi. Innanzitutto, però, facciamo chiarezza. Gli allevamenti zootecnici contribuiscono alla formazione di particolato atmosferico?

Sul sito di Inemar (Inventario emissioni aria della Regione Lombardia pubblico e consultabile), si possono scaricare dati che mettono in evidenza come nel 2017 sul bilancio totale delle Pm10 e Pm2.5 l’agricoltura abbia pesato nella provincia di Bergamo per il 2% e 3% rispettivamente, nella provincia di Brescia per il 4% e 9% e in quella di Milano entrambi per il 2%. Mentre occupano un ruolo fondamentale la combustione non industriale e il trasporto su strada, con valori che superano il 40%.

Allo stesso tempo, studi recenti affermano che l’ammoniaca, della cui formazione in Lombardia gli allevamenti sono responsabili per oltre il 90%, agisca come reagente nell’aria unendosi a ossidi di azoto e di zolfo provenienti da altre fonti di inquinamento, contribuendo alla formazione di particolato in maniera indiretta, il cosiddetto particolato secondario.

Secondo dati Ispra, da un’elaborazione del Corriere della Sera, sommando particolato primario e secondario l’allevamento potrebbe arrivare a occupare il 15% delle emissioni totali. È chiaro, quindi, che è necessario ridurre al minimo le emissioni di ammoniaca nell’ambiente. Sono state prese delle misure che vanno in questa direzione?

Ispra, nel suo rapporto 2018, scrive: “Secondo la direttiva sui limiti nazionali di emissione, il valore obiettivo delle emissioni per il 2010 era pari a 419 Gg, ed è stato raggiunto. Il nuovo obiettivo stabilito per il 2020 nell’ambito della Convenzione Unece/Clrtap e il relativo protocollo è pari per l’Italia al 95% delle emissioni del 2005 ed è stato raggiunto. Inoltre, la revisione della direttiva nazionale sui massimali di emissione (Ue, 2016) ha introdotto un limite pari all’84% delle emissioni del 2005 per il 2030”. Inoltre, dal 1990 al 2016 le emissioni di NH3 nel settore agricolo sono diminuite circa del 21%”. E ancora: “Le emissioni provenienti dall’agricoltura sono diminuite a causa della riduzione del numero di animali e dell’andamento della produzione agricola e dell’introduzione di tecnologie di abbattimento grazie all’attuazione della direttiva Ippc dell’Ue (Ce, 1996). Negli ultimi anni un’ulteriore riduzione delle emissioni è il risultato dell’attuazione dei programmi di sviluppo rurale dell’Unione Europea che incentivano l’introduzione di buone pratiche e tecnologie per la protezione ambientale e la mitigazione delle emissioni di gas a effetto serra e di ammoniaca”. (Rapporto Ispra, pagina 46).

Non va tutto bene, per riprendere una espressione a noi familiare in questo periodo; ed è necessario continuare, e se possibile aumentare, le risorse in questa direzione, ma è innegabile che si stia cercando di lavorare nella riduzione e nella trasformazione di questo agente inquinante.

Come afferma il professor Adani dell’Università di Milano nella sua intervista rilasciata a Terra e Vita a seguito della puntata di Report, “a livello regionale e non solo sono state intraprese varie azioni per consentire la copertura delle vasche di stoccaggio per incentivare e favorire l’utilizzo dei reflui e dei digestati per iniezione, ma non solo: sono stati fatti negli ultimi 10 anni dei passi avanti anche in termini di innovazione, proponendo degli impianti che sono in grado di recuperare i nutrienti in eccesso, in modo tale da ridurre la pressione dell’allevamento sul territorio, nutrienti che poi diventano dei fertilizzanti che possiamo sfruttare”.

Dunque, facendo un passo indietro, perché accusare le deiezioni zootecniche del contagio da Covid-19? Forse che a febbraio gli spandimenti di liquami zootecnici sono stati superiori rispetto allo standard di diffusione del resto dell’anno, occupando così, in quello specifico lasso di tempo, una percentuale molto più elevata?

In realtà non è così. Secondo la regolamentazione nitrati della Lombardia, nel mese di dicembre e gennaio non è possibile effettuare spandimenti, perché, essendo questi mesi particolarmente piovosi, si vuole evitare la lisciviazione di N (azoto) proveniente dalle deiezioni nella falda acquifera. Nei mesi di novembre e febbraio la Regione emana dei bollettini basati sulle previsioni meteorologiche, che, con cadenza settimanale, stabiliscono il permesso/divieto di spandimenti. È vero quindi che, a causa dell’incessante pioggia di novembre, sono state fatte delle deroghe già per fine gennaio e per il tutto il mese di febbraio, viste le buone condizioni meteo, autorizzando lo spandimento.

Ma va sottolineato che, secondo l’Accordo Aria-Dgrx/7095 del 18 settembre 2017, dal 1° ottobre 2019 al 31 marzo 2020 vige il divieto completo di spandimento di liquami zootecnici sui terreni localizzati nei comuni ove siano adottate le misure temporanee di 1° e 2° livello istituite ai fini del miglioramento della qualità dell’aria. Tra questi comuni vi sono l’agglomerato di Brescia, di Bergamo e di Treviglio e molti altri.

Cosa si intende per agglomerato? La cartina sottostante mostra la suddivisione operata da Regione Lombardia dei diversi agglomerati.

Questo significa che in tutte le zone viola e rosa, oltre che in tutti gli altri comuni presenti nella lista, non era possibile spandere liquami e letame. A fronte del fatto che nel periodo indicato dal position paper vi siano state restrizioni in merito allo spandimento di liquami e letame negli agglomerati, e nessuna per ciò che riguarda riscaldamento e traffico, occorre chiedersi: perché imputare proprio a queste particelle il ruolo di carrier per il contagio?

Perché a fronte di una così evidente fragilità dei dati, deve essere realizzato un programma televisivo con ricaduta nazionale che ponga il settore zootecnico sul banco degli accusati? Un settore che, tra l’altro, è uno dei pochi che non ha mai smesso di funzionare, garantendo tutti i prodotti di prima necessità, come carne e latte, che gli italiani consumano quotidianamente.

Credo che il nostro compito, come tecnici che hanno studiato e come giovani, non sia di contribuire al terrorismo mediatico, ma di essere propositivi, di raccontare tutti i miglioramenti che negli anni sono stati fatti per rendere il settore zootecnico della Pianura padana più sostenibile e di investire sempre di più al fianco degli agricoltori per una completa sostenibilità.

La strada dell’informazione, anche rispetto a questi temi, è lunga (quante battaglie anche in famiglia per sfatare falsi miti del nostro settore…), ma vale la pena intraprenderla. Certo, come dice l’assessore Rolfi: fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. Ma intanto la foresta cresce.

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