FILM DA RIVEDERE/ 3. La migliore offerta e Reality per sfatare le “bugie” sul cinema italiano

- Antonio Autieri

Dopo gli imperdibili, ANTONIO AUTIERI oggi ci parla di 10 film consigliati. Molti di questi sono italiani, a sfatare l’idea (sbagliata) che in Italia non si facciano film belli

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Una scena del film Reality

Continuiamo a ripercorrere la stagione cinematografica ormai al termine, proponendo 50 titoli da recuperare nelle sale che li ripropongono e nelle tante arene all’aperto, oppure anche in dvd. Dopo gli imperdibili (qui la prima parte, qui la seconda parte), in questa puntata vediamo dieci titoli: dieci film, in diversa misura molto belli, da vedere e da consigliare agli amici. Molti di questi sono italiani, a sfatare l’idea (sbagliata) che in Italia non si facciano film belli.

Consigliati – Prima parte

Vincitore dei maggiori premi nazionali (6 David di Donatello da produttori, registi e attori, 6 Nastri d’argento dai giornalisti di cinema) La migliore offerta è considerato il miglior film italiano dell’anno. In realtà, il film di Giuseppe Tornatore di italiano ha il suo talento e quello di tecnici di prim’ordine al servizio della storia (le musiche di Ennio Morricone, le scenografie di Maurizio Sabatini, la fotografia di Fabio Zamarion), ma per il resto è un film internazionale, per ambientazioni e attori. Il protagonista, il grande Geoffrey Rush (candidato all’Oscar per Il discorso del re, dopo averlo vinto in passato per Shine) è Virgil Oldman, un esperto d’arte, antiquario e battitore d’aste. Vive solo in una casa lussuosa, diffida dei contatti con persone e perfino cose (non tocca gli oggetti se non con i guanti), simpatizza solo con un giovane geniale nell’aggiustare le cose e ha un solo, vecchio amico nel giro delle aste (il carismatico Donald Sutherland). L’incontro, paradossale, con una giovane donna più impaurita ancora di lui (vive chiusa nella sua stanza, in una villa ricca di opere d’arte che vorrebbe vendere), lo fa uscir fuori dal suo guscio protettivo. Con conseguenze esaltanti, dolorose, sorprendenti. Ma meglio non svelare i colpi di scena di un film che, nonostante qualche difetto e qualche passaggio non scorrevolissimo, disegna un personaggio memorabile di uomo che scopre l’amore e smette di difendersi dalla vita.

Film completamente diverso è la commedia Una famiglia perfetta di Paolo Genovese, anche se il protagonista Sergio Castellitto ha più di qualcosa in comune con Virgil Oldman: vive solo, in una bella casa, e certo deve temere i rapporti; ma per vincere la solitudine (o forse no: le cose sono molto più complesse, si scoprirà) almeno a Natale assolda una compagnia di attori per recitare il ruolo di moglie, figli, madre, fratello, cognata… E se tra gli attori le tensioni non mancano, con il capofamiglia virtuale esploderanno contraddizioni di ogni tipo. Mentre un’ospite inattesa nella notte di Natale rischia di far deragliare la “recita”. Un’idea paradossale e geniale, non originale perché presa da un film spagnolo di cui Una famiglia perfetta è il remake, ma sviluppata in modo brillante e anche profondo, con un gruppo di interpreti in grandissima forma (oltre a Castellitto, scatenato, l’ottima spalla Marco Giallini, la “nonna” Ilaria Occhini, e poi Claudia Gerini, Carolina Crescentini e tanti altri), con molti momenti irresistibili. Si ride e ci si intenerisce.

In Io e te di Bernardo Bertolucci (dal romanzo di Niccolò Ammaniti) a essere impauriti dalla vita e autoreclusi, seppur per pochi giorni, in una cantina sono due giovani: Lorenzo – che ha finto di partire con la scuola per la settimana bianca – e la sorellastra Olivia, che lui conosce appena, che irrompe nella sua vita come un uragano. Pochi giorni, tra crisi da tossicodipendenza di lei e inquietudini di lui, ma che bastano a stabilire un rapporto e – forse – a uscire con coraggio “là fuori”. Due giovani soli, che ammettono di non bastare a se stessi e cercano di darsi coraggio, tentando di imparare a dire “io”, a dire “te”. Finale bellissimo, con la canzone di David Bowie “Space Oddity” cantata in italiano negli anni ‘70 dal “Duca” (su un diverso testo di Mogol). Ottimi i due ragazzi, esordienti, in particolare ha sorpreso Tea Falco: una faccia, come si suol dire, che “buca lo schermo”.

Altra esordiente strepitosa è la cantante Antonia Caiozzo in arte Thony in Tutti i santi giorni di Paolo Virzì, che canta in modo struggente (in inglese, come fa davvero nei suoi dischi underground) e recita come una veterana in coppia con l’altrettanto bravo Luca Marinelli. I due sono una coppia di innamorati: convivono, non sposati, e la loro vita è tutta sul filo di una precarietà. Logistica, perché lui lavora di notte e lei di giorno (e si incontrano all’alba, in momenti infuocati di passione), perché la casa è piccola e i soldi pochi, perché vorrebbero un figlio che non arriva. Attorniati da vicini cafoni e parenti affettuosi (bellissima la famiglia toscana di lui, ma stringe il cuore quella siciliana di lei, con cui la ragazza è in rotta), Guido e Antonia si amano tantissimo (lui è comprensivo e sensibile quanto lei irruente e permalosa), ma rischiano di perdersi. Altro finale bellissimo, di grande profondità, che commuove non poco.

Continuando sui finali che indirizzano storie dense di tensioni, non si può non citare – senza svelarlo – quello di un film drammatico come pochi: Gli equilibristi di Ivano De Matteo. Drammatico ma non punitivo verso personaggi che soffrono gli errori del protagonista Giulio. Un suo tradimento porta la moglie a chiedere la separazione: l’uomo è dignitoso nella sofferenza e generoso con moglie e figli, cui non vuol far mancar nulla; e in fondo spera che la separazione sia momentanea. Ma separarsi è cosa da ricchi, gli dice qualcuno: e lui se ne accorge, perché i soldi non bastano mai, neanche a fare un secondo lavoro notturno, tra affitto, alimenti, la gita scolastica o il dentista dei figli… Si rischia di crollare, di perdere ogni speranza. Eppure, nonostante un quadro durissimo, che ha spaventato prima che gli spettatori i produttori del film e la critica (che pure non si tira indietro di fronte a nulla), colpisce lo sguardo appassionato e partecipe dell’autore, di compassione per chi sbaglia e per chi soffre (con tocchi di grande sensibilità, come l’espressione del figlio più piccolo spaventato dalla rottura che percepisce tra i genitori o la testarda volontà della figlia maggiore di far qualcosa per il padre, anche quando lui si tira indietro). E se preti e suore per una volta sono rappresentati positivamente, come figure che aiutano i poveracci, il finale aperto su un futuro incerto lascia spiragli su qualcosa che possiamo solo sperare.

Tra i film italiani migliori dell’anno, è scivolato in una scarsa considerazione – immeritatamente –Reality di Matteo Garrone. Dopo il clamoroso successo di Gomorra, dall’autore romano ci si aspettava una sulfurea accusa al mondo dei reality televisivi, ma lui ha sempre fatto un cinema che non prende di petto al realtà, ma cerca le pieghe più nascoste, anche surreali. Come nella storia di Luciano, simpatico pescivendolo napoletano che viene convinto da amici e parenti di essere pronto per la tv e quindi di poter aspirare alle selezioni del Grande Fratello. Ma è un’ossessione che gli può costare cara. Il felice titolo allude ovviamente ai reality show, ma ci introduce al vero tema dell’opera: la perdita del senso della realtà per il protagonista Luciano. Che nella sua terribile ossessione confonde la realtà con la sua apparenza e poi sempre più con la sua immagine deformata da sospetti allucinati. Garrone, premiato a Cannes nel 2012 come già perGomorra, si conferma regista dall’immaginario potente, in questa storia a metà tra la favola e l’incubo che oscilla tra Fellini e un Paese dei Balocchi contemporaneo. Per chi scrive, insieme a Paolo Sorrentino, è il miglior autore italiano contemporaneo.

Ultimo film italiano che citiamo qui, è il più anomalo: non fosse altro perché è rivolto più al mondo dei ragazzi che a quello degli adulti. Bianca come il latte, rossa come il sangue è la trasposizione del best seller di Alessandro D’Avenia. Rispetto al romanzo, come sempre, il regista Giacomo Campiotti – e la sceneggiatura di Fabio Bonifacci e dello stesso D’Avenia – mantiene molto e cambia qualcosa. Ci perde un po’ la figura del professore (un Luca Argentero non molto in parte), ma la sincerità di sguardo su Leo (un bravissimo Filippo Scicchitano) e i suoi amici è perfetta per descrivere quel mondo adolescenziale di sentimenti debordanti, umori altalenanti, speranze e delusioni. Per Leo, innamorato perso della bella Beatrice, scoprire che lei è gravemente malata è una botta durissima. Ma da lì deve passare per crescere, imparare cosa vuole davvero dalla vita, forse anche scoprire un Amico che non conosceva e di cui negava l’esistenza. Un film che, come il libro, ha il coraggio di toccare tutti quei temi (si parla non solo di amore, ma anche di malattia, dolore, morte, fede, Dio) di cui il cinema italiano a volte ha paura di parlare, soprattutto se di mezzo ci sono ragazzi e adolescenti. Facendo loro un torto: cosa che D’Avenia prima, e Campiotti poi si sono ben guardati dal fare.

Lasciamo il cinema italiano e dedichiamoci al cinema americano, con tre film di confine tra Hollywood e la produzione indipendente. Tre film con attori celebri e registi già premiati, ma con storie “rischiose” per il sistema hollywoodiano. È stato in realtà un grande successo, inaspettato alla vigilia, Il lato positivo di David O. Russell con Jennifer Lawrence (premiata con l’Oscar) e il Bradley Cooper lanciato da Una notte da leoni. Anche qui si parla di malattia, ma di disturbi mentali di cui il protagonista Pat è afflitto e che hanno causato la fine del suo matrimonio, che non sa accettare. Uscito da un ospedale psichiatrico, vive con gli anziani genitori (con Robert De Niro che torna finalmente a buoni livelli dopo anni) e cerca di recuperare un difficile equilibrio. L’incontro con l’altrettanto instabile Tiffany, rimasta vedova del marito poliziotto, sarà una rivoluzione per entrambi. Forse la visione del disagio psichico (si parla di bipolarismo) è all’acqua di rose, con gli stilemi da commedia americana classica; e c’è un tono di ricerca del positivo nella vita che può risultare programmatico e scontato. Ma seppur non ai livelli del precedente The Figther (su due fratelli pugili e la loro famiglia con madre e sette sorelle), David O. Russell sa intrattenere toccando i sentimenti; e i due protagonisti sono trascinanti. Come il successo negli Usa e in tutto il mondo e le 7 nomination agli Oscar hanno confermato.

Un vero insuccesso è stato invece Promised Land di Gus Van Sant, regista che alterna pellicole respingenti amate dalla critica (ElephantLast Days) ad altre hollywoodiane (Will HuntingScoprendo Forrester). Qui ha cercato una via di mezzo, scontentando tutti. Eppure Promised Land è un film che meritava miglior sorte: lo Steven che gira per le province rurali in cerca di terreni da acquistare (per impiantare un rivoluzionario processo che permette di raggiungere i grandi giacimenti sotterranei di gas naturale presenti in profondità) è tanto spregiudicato in apparenza quanto in fondo ingenuo, e le resistenze che si frappongono in una piccola cittadina alle mire della sua multinazionale sembrano coraggiose, ma anche ideologiche. Le verità sono nascoste, troppo, e troppo tardi lo capisce il protagonista. Del film piace il fatto che non sposa né l’ambientalismo a tutti i costi (cosa se ne fa uno della terra incontaminata se la sua famiglia non ha da mangiare?), né il progresso senza scrupoli. E lascia aperte più domande (per esempio, sul senso di comunità e sul farsi carico delle scelte che toccheranno la propria vita) che facili risposte: soprattutto, lasciandole sedimentare nel volto di attori che incarnano bene persone vere, in particolare un Matt Damon bravo nel rendere un uomo vulnerabile.

Infine, The Master: un nuovo, grande affresco americano da Paul Thomas Anderson, che dopoMagnolia – che segnò la fine degli anni ‘90 – sfiora tante volte il capolavoro (Ubriaco d’amoreIl petroliere) e allunga un po’ troppo i finali, ma consegna in questo filmone giocato tutto sulle personalità debordanti di Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffmann (entrambi strepitosi) un’altra grande storia. La setta in cui finisce il disturbato reduce di guerra Freddie, sia o non sia la Scientology delle origini (ma il guru Lancaster Dodd sembra proprio, in tutti i sensi, Ron Hubbard), è un’ancora di salvezza per un uomo violento e debole, che per la prima volta scopre di poter appartenere a qualcuno. Ma il rapporto con il capo è ambiguo e basato su possesso e manipolazione, anche se non manca una forma di vero affetto tra i due. Tanto da suscitare gelosie e invidie (in particolare nella terribile moglie del guru) e comunque non risolvendo le inquietudini profonde di Freddie. Nel finale si perde appunto la forza di un film che per tre quarti è vorticoso e impressionante. Ma alcuni momenti sono da antologia (la fuga nel deserto in moto), le qualità narrative e visive del regista sono quasi debordanti, le facce sono tutte da cinema. E il quadro che ne esce è magari capace di turbare certe sensibilità – dei due protagonisti non ci vengono risparmiate le miserie, ma senza compiacimento -, ma in grado di entrare in sintonia con chi al cinema non cerca solo facili risposte o storie edificanti. E non si spaventa di fronte a uno sguardo su un’umanità malata e ferita che non si dimentica.

 

(3- continua)

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