VENEZIA 2013/ Al Lido scatta la trappola dei “film da festival”

- Antonio Autieri

Conclusa anche la settantesima edizione della Mostra di Venezia, ANTONIO AUTIERI commenta la pellicola vincitrice, le scelte dei giudici, i titoli in gara e quelli fuori concorso

Rosi_Venezia_LeoneR439
Gianfranco Rosi con il Leone d'Oro

Voleva sorprendere, la 70ma Mostra di Venezia, e c’è riuscita. In un programma in cui si proponevano in concorso due documentari, un film di animazione (anche se il maestro Hayao Miyazaki sul Lido era passato più volte) e tanti film che lo stesso direttore Alberto Barbera definiva come estremi – e sì che di film certo non facilissimi se ne sono visti parecchi, negli ultimi anni, a Venezia e nei festival principali – si è vista una proposta complessiva certo più originale del solito. Con il risultato di dividere in modo mai così netto: facendo gridare al coraggio assoluto alcuni commentatori e facendo rizzare i capelli pure a critici con il pelo sullo stomaco, esaltando alcuni e annoiando profondamente altri.

Stessa varietà di reazioni l’ha ottenuta il verdetto della giuria, guidata da Bernardo Bertolucci, che ha assegnato i premi quasi esclusivamente a film di “rottura”, formalmente innovativi (o apparentemente tali) fino alla provocazione. Così, tra i due documentari in concorso – la vera novità veneziana – è stato premiato il più radicale e difficile, Sacro GRA dell’italiano Gianfranco Rosi che nessuno accreditava della vittoria alla vigilia. E che riesce dove avevano fallito fior d’autori italiani, ovvero a riportare il Leone d’oro all’Italia dopo 15 anni con il film più romano ma anche meno italiano possibile, frutto di tre anni attorno al Grande Raccordo Anulare, con un insieme di storie e personaggi frammentari e legati solo da una marginalità che non è solo geografica (sono di Roma ma allo stesso tempo Roma è distante e non si vede mai), che possono divertire ed emozionare. Ma a tratti – si può dire? – anche profondamente annoiare. Cosa che l’americano Errol Morris con il suo The Unknown Known, intervista al beffardo Donald Rumsfeld, “falco” della Difesa della presidenza di George Bush Jr., non fa mai; risultando anzi uno dei più appassionanti film visti a Venezia.

Come un altro documentario made in Usa, ma fuori concorso: The Armstrong Lie di Alex Gibney, che ribalta il monumento costruito sul ciclista Lance Armstrong in un atto d’accusa da fan tradito (senza però trasformarlo moralisticamente in un mostro, ma cercando di capire e far capire chi fosse davvero questo “mito”). Insomma, che i documentari oggi abbiano un altro passo nel raccontare la realtà è un fatto; e una precisa responsabilità di tanto cinema d’autore. Ma anche tra i documentari ce ne sono alcuni che sanno “intrattenere”, cosa che il cinema non si dovrebbe mai dimenticare di fare, e altri che puntano su una ricerca così elitaria da non trovare poi un pubblico in futuro. E qui si ricade nella definizione di “film da festival”.

Il punto, di fondo, ci sembra questo. Può essere un caso che la giuria abbia premiato (infelicemente) quasi solo film durissimi o punitivi, ma la selezione era un mix di titoli fin troppo rigorosi e titoli decisamente non all’altezza del concorso; pure la scelta dei giurati, Bertolucci in testa (con le sue dichiarazioni programmatiche sul privilegiare opere in grado di sorprenderlo), sembrava fatta apposta per confermare una scelta “editoriale” del nuovo corso festivaliero. Bastava mettere in concorso due titoli molto amati della parallela sezione Orizzonti, ovvero Locke con Tom Hardy in un mirabile one man show e Still Life dell’italiano ormai londinese Uberto Pasolini, e la selezione avrebbe preso un altro corso. E forse certi premi avrebbero dovuto essere messi in maggior discussione.

Invece, stante la mediocrità di molti titoli, una giuria dove la cinefilia più estrema ha avuto il sopravvento si è ritrovata l’alibi nel considerare il meglio possibile, oltre a Sacro GRA, Miss Violence del greco Alexandros Avranas (Leone d’argento per la miglior regia) con la sua durissima storia di famiglia tra suicidio di una ragazzina e un padre/nonno pedofilo, Jiaoyou/Stray Dogs di Tsai Ming Liang (Gran Premio della Giuria) con le sue lentezze esasperanti e le sue sequenze infinite che hanno messo a dura prova anche critici scafati, Die Frau des Polizisten (Premio speciale della Giuria) del tedesco Philip Gröning – anni fa apprezzato per il documentario Il grande silenzio – con i suoi 59 capitoli spesso di pochi secondi e altrettanto sovente inutili e fuorvianti intervallati da rari ma anche insostenibili scoppi di ira, dove però era l’estetismo dei primi momenti a risultare ancor più indigesto. Mentre il compiuto, certo furbo nel dividere tra buoni e cattivi nella consueta tirata anticattolica, ma sicuramente ben scritto e ben recitato Philomena di Stephen Frears, deve essere sembrato fin troppo “vecchio” e scontato, da omaggiare con un premio alla sceneggiatura che a Venezia conta sempre molto poco; ed è un lapsus davvero freudiano, se si considera come viene esaltato da festival e giurie a Cannes il vincitore dell’analogo premio.

Non ha torto chi derubrica molto di quanto si è visto, e di quanto è stato premiato, come video-arte più che cinema; non senza meriti, si intende, magari se preso a piccole dosi, in alcuni frammenti isolati; i detrattori furenti che parlano fantozzianamente di boiate (sì, vero, il termine era più pesante…) pazzesche cadono in errore ideologicamente uguale e contrario. Ma troppi film in gara sono sembrati una tassa a tale idea di cinema che sta portando il cinema su un binario morto: pensiamo anche ad Ana Arabia di Amos Gitai, piano sequenza da 80’ con una serie di dialoghi tra arabi ed ebrei in ricerca di una difficile ma possibile convivenza che ha fatto scappare tanti dalle sale di proiezione (ed è un peccato, perché a tratti quel che si diceva era toccante); una collocazione più laterale sarebbe stata più adeguata e rispettosa, anche dello stesso Gitai che ha una storia da preservare. Quanto alla violenza, davvero eccessiva in questo festival, il livello raggiunto da Moebius di Kim Ki Duk (vincitore lo scorso anno con il sopravvalutato e quasi altrettanto violento Pietà) ha ormai raggiunto un sadismo tanti irritante quanto ridicolo e senza senso.

Intendiamoci, ce n’erano di cose buone e anche ottime a Venezia; ma rischiano di passare in secondo piano in un clima da “pauperismo” cinefilo che si sta facendo prevalente. Innanzitutto, un livello di documentari – di cui abbiamo già fatto cenno con le vette di The Unknown Known e di The Armstrong Lie – davvero di grande livello. Poi opere troppo grandi per il minimalismo che si vuole privilegiare da troppi fanatici della cinefilia di cui ha fatto le spese il pur ammirato Hayao Miyazaki, il cui film testamentario (ha appena annunciato l’addio al cinema, per motivi d’età) The Wind Rise, sia pur più complesso del solito, riesce a comunicare una grandezza dell’esistenza, del desiderio di fare cose grandi e del talento che commuove, mentre la storia d’amore che esplode nel finale ci ha commosso quanto quella che apriva Up.

Analogo discorso per il film di apertura, fuori concorso, ovvero Gravity di Alfonso Cuaron, forse il miglior film in assoluto e l’unico da poter consigliare a colpo sicuro agli amici senza rischiare di mandar buca la serata: un uomo e una donna nello spazio, due astronauti nel naufragio cosmico, alla ricerca della propria salvezza; con due grandi attori come George Clooney e soprattutto Sandra Bullock in una delle sue prove migliori. Su fronti più difficili, ci aspettavamo qualche premio da film magari per pochi ma non per nessuno come Tom à la ferme, thriller dai toni morbosi ma con gran ritmo e stile del giovanissimo canadese Xavier Dolan, come dall’anziano francese Philippe Garrel che con il suo bianco e nero e i temi da nouvelle vague di La jalousie avremmo giurato facesse breccia in Bertolucci; una volta che aveva fatto un film toccante e non noioso…

Poi, più a sprazzi e con molte fragilità, ci hanno colpito l’idea di partenza e la tenuta dei personaggi di Tracks, di Joe, di Night Moves, di Via Castellana Bandiera di Emma Dante (con una bravissima Elena Cotta, 82enne attrice presa dal teatro giustamente premiata), del durissimo Child of God di James Franco (dal romanzo di Cormac McCarthy) che non fa sconti sulla violenza (è la storia di un serial killer necrofilo…) ma con una pietas sul suo personaggio sconosciuta ai cantori cinici di una società marcia, mentre la speranza di cui Gianni Amelio nutre un ispirato Antonio Albanese in L’intrepido si fa apprezzare ma in un film un po’ troppo irrisolto.

Meglio, sul fronte italiano, due opere “giovani” come Zoran, il mio nipote scemo di Matteo Oleotto vincitore della Settimana della critica, e La prima neve di Andra Segre, entrambi con l’ottimo Giuseppe Battiston. Ma se dobbiamo fare un discorso “patriottico”, torniamo a citare Uberto Pasolini, italiano di Londra giunto alla seconda opera da regista dopo un’ottima carriera da produttore (fu lui a portare al successo Full Monty): il suo Still Life, relegato nel concorso minore della sezione Orizzonti (dove ha vinto il premio per la miglior regia) è stato per molti, e per chi scrive, il film più commovente della Mostra di Venezia, con un personaggio che restituisce affetti e dignità a persone morte in completa solitudine. Un film che per fortuna si vedrà in Italia, nei cinema: dove si potrà dar giustizia dei veri meriti delle opere viste al festival. Le sperimentazioni senza respiro finiranno giustamente nel dimenticatoio, le storie in grado di far breccia nel pubblico rimarranno.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori

Ultime notizie di Buio in sala