OSCAR 2014/ Le piccole ingiustizie nei premi che fanno “risplendere” Hollywood

- Antonio Autieri

Ieri a Los Angeles si è tenuta la cerimonia degli Oscar, segnati da un riconoscimento importante per l’Italia. ANTONIO AUTIERI fa un bilancio complessivi sui premi assegnati

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foto: Infophoto

Del premio a La grande bellezza si parla in vari articoli su queste pagine. Un’opera, ci limitiamo a sottolineare, di cui si continuerà a discutere: fu vera gloria? A noi, con tutti i difetti che continuiamo a trovargli (film dopo film Paolo Sorrentino sta rendendo la sua narrazione più “gonfia” e ridondante, con il rischio di inserire troppe scene inutili o irritanti), sembra che sia un grande film a metà, ma con tale ricchezza di intuizioni sulla vita e così pieno di sapienza cinematografica che l’Oscar se l’è meritato. Averne di registi così, in Italia e nel mondo. Personalmente, di questo premio ci rallegriamo.

Meno felici siamo dell’esito complessivo degli Oscar, che pure grandi ingiustizie non ne hanno fatte. Consideriamo il film dell’anno Gravity, che porta a casa 7 premi ma non il principale, quello del miglior film. Aver premiato Alfonso Cuaron come miglior regista (primo “latino” a vincere nella categoria dei migliori “director”) e per una serie di sacrosante categorie tecniche (montaggio, fotografia, effetti speciali, montaggio sonoro e missaggio sonoro, ma anche le musiche) sembra quasi derubricare il film a perfetta macchina visiva. Quasi un laboratorio tecnologico del cinema del futuro (e già del presente), che può far recitare gli attori in uno studio vuoto facendoci immaginare che siano nello spazio infinito, ma sostanzialmente senz’anima. Invece a nostro parere è stato, a pari merito con Lei di Spike Jonze (Oscar per la sceneggiatura originale), il film dalla storia più innovativa e toccante. Senza paragoni.

Intendiamoci, 12 anni schiavo è un “miglior film” più che degno: la storia autobiografica di Solomon Northup, musicista nero libero e poi ridotto in schiavitù con l’inganno, è di quelle perfette per questo genere di premi; ma nonostante ciò capace di liberarsi dalla gabbia del “messaggio” in forza di una sincerità, urgenza, sguardo e qualità cinematografiche che rendono il film di Steve McQueen (nessun parentela con il divo del passato, e una breve filmografia – con i precedenti Hunger e Shame – fatta da film durissimi ma apprezzati da critica e cinefili) un vincitore apprezzabile; anche per la miglior sceneggiatura non originale.

Forse l’alto tasso di violenza, per quanto giustificata dalla storia, rischia di diventare eccessiva per un film che si afferma come pietra di paragone dell’annata cinematografica: una volta, il miglior film, lo potevano – e in un certo senso dovevano – vedere tutti quelli che amavano il Cinema. Provate – si fa per dire… – a portare un figlio sotto i 14 anni a vederlo (anche se il film non ha divieti in Italia); ne uscirebbe a dir poco turbato. Rimane un ottimo film, con momenti anche emozionanti e altri più prevedibili, con ottimi attori come il protagonista Chiwetel Ejiofor, Lupita Nyong’o non protagonista premiata, Michael Fassbender, Paul Dano, Paul Giamatti e Benedict Cumberbatch. Ma non il nostro film del cuore, per l’annata 2013: l’emozione provata per l’odissea nello spazio di Sandra Bullock non ce l’ha data nessun altro film (con il già citato Lei subito a ruota).

Peraltro il premio per la già citata Lupita Nyong’o contiene anche l’unica grande ingiustizia degli Oscar appena assegnati: la miglior non protagonista era Jennifer Lawrence, straordinaria nel dimenticato American Hustle (dieci nomination, nessun premio per quest’altro ottimo film dell’annata americana); certo, aveva appena vinto l’anno scorso per Il lato positivo, sempre diretta dal regista David O. Russell. Ma di fronte a un talento tale, che fa di questa giovanissima l’erede delle grandi star del passato, sono discorsi che non dovrebbero rientrare tra i criteri dell’Academy.

Fa male anche ai suoi fan l’ennesima sconfitta di Leonardo Di Caprio, straordinario – come quasi sempre capita – in The Wolf of Wall Street (anch’esso a mani vuote, dopo 5 nomination); ma è difficile considerare sbagliata la premiazione di Matthew McConaughey (fra l’altro, con un grande cameo nel film di Scorsese) come attore protagonista in Dallas Buyers Club; con l’aggiunta che a Hollywood piacciono le storie come la sua, di attore eterno emergente che si stava perdendo, e che finalmente è diventato un attore con i fiocchi (un po’ come Ben Affleck con Argo lo scorso anno: un ex pessimo attore che diventa grande regista, nonché buon interprete, fa più scalpore).

Gli altri premi erano prevedibili, da Jared Leto miglior attore non protagonista sempre per Dallas Buyers Club a Cate Blanchett eccezionale protagonista per Blue Jasmine (anche se, per quanto detto prima, aveva fatto maggior breccia in chi scrive la prova nervosa e sensibile di Sandra Bullock inGravity) fino a Frozen: Il regno di ghiaccio tra i film d’animazione (tecnicamente di altissimo livello; certo, mai divertente come Cattivissimo me 2…).

Non sempre gli Oscar, che pure con un certo snobismo troppi appassionati detestano, sono mal assegnati. Stavolta, pur con le riserve di cui sopra, hanno rappresentato con una certa onestà l’offerta complessiva del cinema anglosassone; soprattutto se consideriamo le nomination, vera cartina di tornasole del premio cinematografico più importante del mondo, che stavolta non aveva esclusioni clamorose. Alla fine di questa lunga stagione che si è conclusa ieri sera, ammettiamolo: Hollywood non se la passa così male.

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