BUON ANNO 2021/ Calvino, McCarthy e la ragione per festeggiare davvero

- Daniele Ferrari, Mario Salerno

Tanta la voglia di lasciarsi alle spalle un 2020 difficile e ricco di sofferenze. Da dove ripartire per festeggiare il 2021?.

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Particolare di un presepe del Messico esposto nel 2016 al Centro culturale Rosetum di Milano (LaPresse)

BUON ANNO 2021. Quando è uscita la copertina del Time con il 2020 con una croce sopra (“The worst year ever”), abbiamo velocemente letto l’articolo (per quanto il nostro inglese stentato permettesse) e abbiamo proposto una riflessione ai nostri alunni. Come ci si poteva aspettare, tanti i “sì prof, è stato un anno di merda”, “ci stanno rubando l’adolescenza”; eppure nessuno ha visto solo il negativo: moltissimi, non scontati, i “abbiamo dato peso a cose a cui non davamo importanza”, “dobbiamo guardare all’essenziale ed essere felici con quello che abbiamo”. Per molti, insomma, non c’è solo il desiderio di “mettere a morte” l’anno che finisce, come suggerisce il titolo del Mockumentary di Netflix, Death to 2020.

La provocazione è stata quella di riguardare alla propria vita con un’attenzione nuova, e di riscoprire, senza negare le evidenze di questa situazione, la necessità di una speranza, come dice Springsteen, “still at the end of every hard day people find some reason to believe” (Reason to believe).

L’arrivo dell’anno nuovo sottolinea ancora di più questo aspetto: cosa ci aspetta? cosa attendiamo? cosa abbiamo da festeggiare?

Sarah Miller su The New Yorker ha scritto che questo Capodanno potrebbe essere l’occasione di liberarsi finalmente e per sempre della seccatura dei festeggiamenti per il nuovo anno.

Che la maturità sia liberarci di ciò che alimenta in modo irrazionale la speranza?

Se D.F. Wallace fosse vivo forse rimetterebbe mano al suo famoso Questa è l’acqua: è indubitabile che questa pandemia abbia reso meno scontati per tutti quegli aspetti della vita che lasciamo nell’ovvio, e ha rimesso in discussione la “modalità predefinita” con cui affrontiamo la vita, risospingendoci sull’orlo della voragine della domanda di senso circa l’esistenza stessa. E qui sembra che le alternative siano davvero quelle poste da Niccolò Fabi: “Abbiamo due soluzioni/ Un bell’asteroide e si riparte da zero/ O una somma di piccole cose”.

Il 2020 il suo “asteroide” lo ha portato, e sembra essere stata l’occasione per liberarsi delle false speranze, delle illusioni che ci distraggono dall'”arido vero” leopardiano, e noi come padri, mariti, lavoratori, ci siamo domandati cosa renda la speranza nel futuro qualcosa di solido, da adulti, e non una illusione da fanciulli.

Calvino in un famoso passo delle sue Città invisibili tracciava questa strada possibile per la speranza umana (e laica):

“Kublai Khan: – Tutto è inutile, se l’ultimo approdo non può essere che la città infernale, ed è là in fondo, che, in una spirale sempre più stretta, ci risucchia la corrente.

Polo: – L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio” (Le città invisibili).

Anche Cormac McCarthy, nel suo illuminato La strada, costeggia questa vertigine: nessuna delle piccole cose che si possono trovare in una strada di disperazione può ridestare la speranza dell’uomo, anzi, fa ancora più percepire la sproporzione tra ciò che c’è e la voragine. Eppure la speranza non può che essere in una piccola cosa, come un bambino in mezzo alle macerie, ma solo in quanto porta in sé qualcosa di incommensurabile con essa: “Lerci, cenciosi, senza speranza. L’uomo si fermava e si appoggiava al carrello e il bambino proseguiva, poi anche lui si fermava e si girava e l’uomo alzava gli occhi piangenti e lo vedeva lì sulla strada voltato a guardarlo da qualche futuro impensabile, radioso come un tabernacolo in quella desolazione”.

Ecco, un tabernacolo. O una culla, come quella di Betlemme, attorno a cui è nata, prima inconsapevolmente, e poi cresciuta, la nostra amicizia. Già, perché sarebbero davvero poca cosa gli anniversari e i capodanni se non ci fosse qualcuno di presente da festeggiare, anche nel dolore. Qualunque cosa ci riservi questo 2021, è davvero possibile ripartire da questo piccolo segno?

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