REPORTAGE CICLISMO/ «Dopato a chi?». L’altra faccia del pedale dopo la bufera Torri

Il mondo della due ruote è stato investito dalle polemiche dopo le dichiarazioni del capo della procura antidoping, proviamo a sfatare alcuni luoghi comuni

07.10.2010 - La Redazione
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Un mese intenso per il ciclismo. Nibali ha vinto la Vuelta di Spagna; si è appena corso un entusiasmante campionato del mondo in Australia, Cancellara strabilia a cronometro e Hushovd si impone a braccia alzate nella prova in linea. Eppure le prime pagine dei giornali italiani in queste ultime settimane ci hanno raccontato quasi solo di doping. L’attacco a Lance Armstrong da parte dell’antidoping statunitense, l’affare Cobra-Red con decine di avvisi di garanzia, la positività di Alberto Contador a un test antidoping effettuato durante il Tour de France vinto qualche mese fa (il doping di Mosquera è stato poco pubblicizzato solo perché i capiredattori probabilmente non sanno chi sia).

Ora pure il Robespierre dell’antidoping, Ettore Torri, si lascia andare a un moto di sconforto che, parafrasato, suona così: tutti i ciclisti indagati che depongono mi dicono la stessa cosa, che tanto si dopano tutti. Ovviamente anche Ettore Torri va in prima pagina (Nibali, alla Vuelta, ci è andato a fatica: sembrava non interessasse a nessuno che un italiano andasse fortissimo in una tra le gare più difficili e importanti al mondo, e che addirittura la vincesse). Partiamo da questo: c’è qualcosa che non va. Non solo tra i dopati; c’è qualcosa che non va in questi controlli antidoping, tarati su valori buoni solo per i moralisti; c’è qualcosa che non va nei media, morbosi, tendenti al sensazionalismo, che si divertono a pescare nel torbido, a fare rumore in nome di uno sport decoubertiano immaginato, e si dimenticano delle imprese sportive. Ma che cos’è poi l’impresa sportiva? E questo doping, possibile che non riusciamo a estirparlo? Proviamo a muoverci per topos, per luoghi comuni, e cerchiamo di confutarli e di trovare delle risposte a troppe amare considerazioni che scopriamo sulla nostra bocca di sportivi delusi.

Il doping c’è solo nel ciclismo

Il ciclismo è lo sport dove ci sono più controlli antidoping, dove gli atleti hanno accettato di rendersi rintracciabili durante tutti i propri spostamenti alle autorità antidoping, dove sono stati sottoscritti protocolli per il controllo della salute sconosciuti in altri sport (il cd. passaporto biologico), dove gli atleti hanno richiesto i controlli del sangue quando in altri sport non vengono effettuati (nel calcio si poteva persino rifiutare il prelievo del sangue). Il ciclismo non è più malato di altri sport: il ciclismo da una dozzina d’anni è diventato il parafulmine di ogni campagna sul doping. Non ci sono nel ciclismo tanti soldi come in altri sport, eppure sembra che solo nel ciclismo ci sia il doping, mentre nel calcio, nella pallacanestro, nell’atletica, nel tennis, nello sci di fondo, nel nuoto ecc. ecc. di doping – stando alle cronache – praticamente non ce n’è.

 

Ma il ciclismo è uno sport dove non c’è alcun gesto atletico, basta essere dei muli da soma, e si vince!

Eliminiamo per un attimo il calcio, e il tennis, e il basket (dove, si sa, correre tanto più degli avversari, colpire la palla più forte o resistere a tutta dal primo all’ultimo minuto sono dettagli trascurabili, perché quello che conta sono il tocco di piede, della racchetta, e il gioco del polso. I gregari del centrocampo e i picchiatori di fondocampo non hanno la tentazione del doping perché sono solidali coi loro colleghi talentuosi, e mai farebbero niente per sembrare alla loro altezza: loro si allenano duramente e basta, mica come i ciclisti!), ma perché nel nuoto, nell’atletica, nello sci di fondo, non si parla mai di doping? Qualcosa nell’atletica, ma rispetto alla bici è cosa risibile. In nessuno sport ci sono i controlli che ci sono nel ciclismo, eppure nessuno si sogna di aumentare i controlli negli altri sport. Perché? Perché i calciatori non sono disponibili 24 ore su 24 a controlli a sorpresa e non devono segnalare i loro spostamenti come i ciclisti? Torno a chiedermi, siamo sicuri che squadre che investono milioni di euro in un progetto sportivo siano immuni dalla tentazione di creare laboratori medici dove bombare i propri atleti (non ci sono state negli anni passati delle sentenze a riguardo?) Quindi non solo nel ciclismo le cose sono poco chiare. Perché non si fa nulla per migliorare l’antidoping anche negli altri sport?

 

Se ci fossero meno soldi non ci sarebbe il doping.

Falso: c’è più cultura del doping tra gli amatori che tra i professionisti dello sport. E gli amatori non frequentano spesso i medici, mentre almeno gli atleti sì. Non bisogna leggere i giornali, basta guardare quanta porcheria si trova facilmente in vendita su internet, e quanti negozietti zeppi di barattolini si trovano vicino alle palestre. Non è una frase fatta, bastano poche parole buttate dentro Google per trovare steroidi e ormoni vari. Non si dopa solo chi corre in bici per lavoro, ma ci si dopa perché il Ragionier Fumagalli, dell’Uff. Recupero crediti, alla Gran Fondo Tal dei Tali vuole arrivare davanti all’Avv. Brambilla, alfiere dell’uff. legale del piano di sotto. Chi ha vinto la Maratona dles Dolomites (si scrive così, non è un refuso) quest’anno era un amatore che non avrebbe potuto correre perché già beccato positivo a un controllo antidoping (non riporto il nome: perché fargli pubblicità?). Oggi vogliamo vincere, primeggiare. Il secondo non esiste.

 

L’antidoping funziona: si becca molta più gente di prima, e gli altri sono puliti. Fino a prova contraria sono innocenti.

È vero l’antidoping scova più gente che negli anni ’90; però prendiamo sempre il ciclismo. Non vi sembra strano che i bombati spesso non siano i primi? Hanno fermato Riccò, secondo al Giro del 2008; pizzicato Khol (che il Tour del 2008 mica l’ha vinto); è stato fermato Di Luca, secondo al Giro del 2009; prima fu fermato Ullrich, secondo in tanti Tour de France, e Ivan Basso, secondo al Tour 2005. Lo stesso Mosquera alla Vuelta appena conclusa non è arrivato primo, ma secondo. Un profano potrebbe credere che il doping rende forte uno scarso e che chi arriva primo è per forza un fuoriclasse a cui lo scarso si voleva avvicinare. Le testimonianze di atleti che hanno fatto uso di queste sostanze parlano chiaro: le droghe regalano qualcosina in più del minuto di distacco che divide il campione dal brocco sulle grandi salite.

 

Ma allora si dopano tutti?

Così ha detto Ettore Torri, il Robespierre deluso. Così sembrerebbero andare i nostri ragionamenti del paragrafo precedente. Noi che scriviamo non possiamo dirlo: non abbiamo le prove, ci querelerebbero. Tuttavia Torri ha detto una cosa saggia quando ha detto: ci saranno sempre nuove tecniche più sofisticate che precederanno l’antidoping. Allora l’antidoping serve a dividere i ricchi dai poveri: chi ha i soldi e si permette doping sofisticati la fa franca e vince; chi ha meno soldi e prova ad arrangiarsi arriva secondo o terzo, ma è più a rischio di essere beccato (si torna a Craxi: le tangenti servivano contro i soldi sovietici). Il sottoscritto (che non è un medico né un biotecnologo) già da tanto tempo aveva sentito parlare di doping genetico (ci sono già diversi studi a riguardo, quindi chissà a che punto sono già arrivati con le pratiche sperimentali..). Nella grande stampa nessuno ne ha mai parlato di queste pratiche; si può leggere qualcosa nei forum di ciclismo, come Cicloweb. Eppure un paio di mesi fa il CONI fa sapere di avere messo a punto un nuovo test per rintracciare la manipolazione genetica dell’organismo umano (senza specificare quale manipolazione). Ma come: nessuno ne parlava? E avete già l’antidoto? E prima, che non lo cercavate neppure? In tutti questi anni? Come facciamo a essere sicuri che tutti i nostri beniamini non ne abbiano fatto uso?

 

La legge è uguale per tutti? C’è sport e sport, c’è ciclista e ciclista

Se un antidoping ci deve essere, che almeno sia uguale per tutti. Primavera 2006, scoppia l’Operacion Puerto, la Guardia Civil spagnola scova una clinica dove un medico riceve sangue, lo arricchisce con vari procedimenti e lo restituisce al legittimo proprietario pronto a essere ri-trafuso ed utilizzato per andare a tutta. I clienti sembrano molti, c’è una lista con almeno 150 nomi. Ivan Basso confessa. Ullrich viene inchiodato da un’analisi del DNA, diversi i ciclisti coinvolti: alcuni rimangono sospesi in un limbo poco chiaro, in cui non si sa se possono correre o meno. Al massimo si arriva a una dozzina di indagati; e gli altri 140 nomi chi sono? Che mestiere fanno? A quanto emerso nei primi giorni di indagine dentro quelle liste ci sarebbero calciatori, tennisti, piloti (sicuri nessun cestista?). Gli spagnoli però insabbiano tutto. Possibile che la Spagna, le Furie Rosse che vincon tutto nello sport, abbiano dei magistrati così poco orgogliosi e vincenti? O forse (forse forse?!) non hanno tirato fuori quei nomi perché erano troppo illustri? Capita così che il ciclista Valverde, nonostante l’Operacion Puerto del 2006, corra liberamente, e gli italiani no. Quando Valverde, durante il Tour del 2008, arriva a Pratonevoso, la federazione ciclistica italiana si riconosce competente per ragioni territoriali, lo controlla, e riapre la sua posizione. Ora, nel 2010, è stato squalificato. Dopo 4 anni di vittorie. E tutte le corse in cui ha corso e vinto dal 2006 ad oggi? Che senso ha tutto questo?

 

Gigi Crema

 

(Fine prima punta. Continua domani)

 

 

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