REPORTAGE CICLISMO/ 2. Liberalizzare il doping? Ma siamo matti!

La soluzione e’ il doping libero? Assolutamente no. Nella seconda puntata le soluzioni per uscire da questo stato di crisi del mondo del ciclismo

08.10.2010 - La Redazione
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Foto: Ansa

Prima puntata: REPORTAGE CICLISMO/ «Dopato a chi?». L’altra faccia del pedale dopo la bufera Torri

Pubblichiamo oggi la seconda e ultima puntata del reportage su doping e ciclismo curato da Gigi Crema

Ah, il passaporto biologico!

Secondo caso di difformità di trattamento (il quale ci servirà in questo servizione sul doping per parlarvi di un nuovo strumento di controllo dei corridori): il Passaporto biologico. Come funziona? I corridori devono dichiarare una serie di valori, l’Unione ciclistica internazionale elegge una decina di corridori a suo dire sospetti (come li individua?), verifica più approfonditamente tali dati, e quando riscontra delle anomalie deferisce il corridore alla procura antidoping nazionale. Quando il passaporto venne istituito il DS Bordonali si oppose, perché gli sembrava uno strumento molto costoso (ricordiamo che sono le squadre che devono pagare tali procedure) e troppo discrezionale; morale? Ritorsione, non venne invitato a delle corse, e si adeguò, pagando.

L’estate scorsa due corridori sono stati fermati per valori anomali: Pellizotti, e Valjavec; il primo è stato fermato dalla Federazione italiana; il secondo ha spiegato alla Federazione slovena che per dei problemi di salute alcuni controlli devono essere stati sballati. La federazione slovena (a nostro avviso giustamente, perché se uno sta male deve curarsi, non può non prendere delle medicine perché ha il passaporto biologico come mannaia addosso) non riscontrando la certezza della colpevolezza non ha fermato il corridore; quella italiana sì. Situazione identica, regole poco chiare, applicazione da parte delle federazioni opposte.

Globalizzazione: fenomeno spontaneo, eppure un pochino aiutato

Un senso tutto ciò potrebbe averlo. In questi ultimi 15 anni oltre alla globalizzazione economica abbiamo assistito alla globalizzazione ciclistica. Australiani, americani e danesi sfidano italiani, belgi, colombiani e britannici. Anche la manifattura ciclistica non è più affare esclusivo di francesi, italiani e tedeschi. Tante nuove aziende nordamericane fanno il loro ingresso nel mercato mondiale. Cervélo, Cannondale, Felt, Specialized e Trek sbarcano in Europa dal Nordamerica assieme a Lightweight, Sram e Zipp. Tutte pressoché inesistenti nel mercato europeo prima del 2000 (a parte la Cannondale). 15 anni di forche antidoping e di Armstronghiadi ci hanno consegnato anche questo. 7 Tour de France all’americano hanno dato ai prodotti europei nuovi appassionati d’oltreoceano, e ai produttori statunitensi nuovo mercato in Europa. L’antidoping selettivo made in UCI (Unione ciclistica internazionale) ha ottenuto il suo scopo?

L’anello debole

 

Qual’è l’anello debole di questo gioco. Non sono di sicuro i team manager. Bjarne Riis era un dopato, e gestisce una squadra. Perché nessuno interdice ai dopati di restare nello sport? Se tanto diciamo che vogliamo aiutare lo sport a ripulirsi, perché le mele marce son quelle che vincevano da corridore, e poi da direttore sportivo? Lo stesso discorso si può fare per Giannetti. I Direttori sportivi non la pagano mai. Eppure il doping è pratica, tradizione, consuetudine: gli atleti vengono fatti girare per le squadre anche per essere sicuri di non restare indietro rispetto agli avversari. Non parliamo dei medici di squadra: loro non c’entrano mai nulla! L’anello debole sono i corridori: «Tu hai la fama, quindi se ti beccano sono tutti fatti tuoi», ma colpevoli sono tutti. Sino a quando non vorremo perseguire anche i medici e le squadre per il doping dei loro atleti?

 

Liberalizzare!

 

Quindi liberi tutti! Ma siamo matti? Reni che esplodono, trombosi nel sonno, notti in compagnia di cardiofrequenzimetri, sveglie e cyclette per tenere fluido il sangue? È questo che vogliamo? Nessuna società potrebbe volere questo per alcuni suoi membri. La maggioranza sensata ha il diritto di imporre delle regole ai pochi dissennati: uno sport senza antidoping non ha senso, gli atleti pur di vincere farebbero pazzie. Torneremmo veramente al Colosseo, con i tifosi, in cerca di emozioni, a incitare le bestie.

 

Allora, cosa fare?

C’è un’idea per cui la prestazione sportiva dev’essere pura. È un’idea perdente, falsa, ideologica. Lo sport non è più puro di tutte le altre attività umane. Invece di lottare per preservare la prestazione puramente umana, non alterata, ci si dovrebbe concentrare su altro. Monitorare alcuni valori, i più importanti per la salute di un atleta, smettere di cercare tracce infinitesimali d’ogni sostanza che altera la prestazione (di cui per il 95% c’è un coprente, e di cui c’è già un equivalente non ancora rintracciabile all’antidoping). Alla luce delle scoperte scientifiche, senza aspettare dei test iper-precisi che danno il 100% del nesso di causalità necessario per l’antidoping, individuare alcuni parametri da rispettare, e quando non vengono rispettati sospendere il corridore fino a che non rientra nella normalità (1 mese se serve un mese; 3 mesi se servono 3; e farlo subito, non aspettando dei mesi per fare l’annuncio nel momento più propizio: a partire dal controllo si ha una settimana per fare le controanalisi e sospendere il corridore, non di più).

 

Ma sarebbe la fine dello sport!

 

Sì: smettere di ricercare la prestazione perfetta, non alterata, pura, sarebbe la fine dello sport, sarebbe la fine dello sport idiota di DeCoubertin, dello sport-religione-atea, dello sport sacro, scevro da ogni contaminazione, della competizione pura dell’Uomo contro l’Uomo, a parità di mezzi, senza barare. Sarebbe la fine di quello sport, che in fondo è finito da un pezzo. Anzi, non c’è mai stato. Sono solo alcuni giornalisti e alcuni procuratori che ci credono ancora; o meglio, che non vogliono capire che lo sport, lo show-business dello sport, non è meglio di ogni altro lavoro, e che il ciclismo non è peggio degli altri sport, come certe persone non sono peggio di altre. Il punto è che di questa illusione sportiva c’è bisogno, perché siamo in una società pagana. È pagana per due ragioni: in questo mondo secolare sogniamo una zona franca dagli interessi e crediamo che lo sport sia questa zona franca, dove ci si batta alla pari in nome della pura competizione contro il record. E siamo in una società pagana anche per una seconda ragione: gli interessi non sono solo i soldi, è anche la fama. Siamo disposti a tutto per avere fama, per essere qualcuno, anche se dentro un ufficio con dentro 6 persone. Tutto il resto, i perdenti, non esistono. D’altra parte se studenti e manager si fanno di cocaina per entrare nei PhD più prestigiosi o per reggere lo stress, siamo sicuri che il problema sia solo del ciclismo?

 

Dobbiamo accettare che lo sport santo non esiste. Cambiare l’antidoping sarebbe la fine del mito, ma non dello sport. Il doping c’è perché è possibile doparsi, alterare le proprie prestazioni, e non lo si ferma crocifiggendo ogni volta chi ne fa uso. Se riformiamo l’antidoping, cosa otterremmo in cambio? Indagini più efficaci per tutelare gli atleti, ci sarebbe meno ipocrisia, meno uso di sostanze coprenti, eviteremmo linciaggi mediatici. Insomma, cambiamo l’antidoping, cambiamo il target dell’antidoping: basta con la purezza, coi linciaggi e con le squalifiche esemplari, introduciamo come riferimento la salute dell’atleta, e concentriamo gli sforzi in quella direzione. Tentare non nuoce: sarebbe una lezione di realismo che potrebbe anche migliorare lo sport.

 

 



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