RICORDO/ L’Italia di Bearzot e Pertini che sbeffeggiò i giornali

GIANLUIGI DA ROLD traccia un ritratto di Bearzot: un friulano educato, normale, per nulla trendy, un italianista che non riusciva mai a convincere nessuno nonostante i grandiosi risultati.

22.12.2010 - Gianluigi Da Rold
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Per uno strano destino, la fotografia più classica e più popolare di Enzo Bearzot, è quella che lo ritrae, pipa in bocca e di profilo, sull’aereo che lo riporta vincitore del mondiale dalla Spagna nel 1982. Al suo fianco c’è un’altra pipa storica, il Presidente della Repubblica dell’epoca, Sandro Pertini. I due sono assorti ma contenti e stanno giocando a scopa con due giocatori della nazionale. Contrariamente a quanto si sta sbandierando da ieri mattina nel mondo della comunicazione, quella fotografia fu da alcuni “sottili pensatori” accusata di populismo.

Era sembrato troppo eccessivo l’entusiasmo di Pertini durante la finale con la Germania. Il Presidente si alzava e sollevava le braccia in segno di giubilo al fianco di sua Maestà il re di Spagna Juan Carlos. E Bearzot era apparso come un “macrochiappico”, troppo fortunato in quell’impresa, dopo un mondiale condito di veleni e di calunnie contro la nazionale di calcio italiana. Chissà che cosa passava per la mente dei “sottili pensatori”. Forse non bisognava esaltarsi per un titolo ritornato in Italia dopo i due mondiali vinti prima dell’ultima guerra dall’Italia fascista.

Bearzot era poi un friulano educato, normale, per nulla trendy, allievo del paròn Nereo Rocco, un italianista che non riusciva mai a convincere nessuno nonostante i grandiosi risultati. A nessuno venne mai in mente di pensare che ai tempi del mondiale francese d’anteguerra, gli esiliati italiani, tra cui Pertini, facevano il tifo contro la nazionale.

A nessuno venne in mente di ricordare che i due mondiali “fascisti” erano stati ben diretti, arbitralmente, dal regime e che Vittorio Pozzo, il commissario tecnico dell’epoca, sapeva ben poco di tattiche calcistiche: finì il suo mandato dopo una batosta casalinga contro l’Inghilterra per zero a quattro, si giocava a Torino e c’era tutto il “grande Torino”.

 

Ma nel mondiale del 1982 c’era stato molto di più in quanto a veleni e calunnie. soprattutto in quel girone eliminatorio. Ne tritacarne della "cronaca" fatta di "completezza e oggettività" finirono due giocatori italiani accusati di omosessualità. Poi c’era il gioco della nazionale, difensivo e insufficiente. Quindi si arrivò alle consuete incursioni nel "mistero" sparate da "La Repubblica", con le partite comprate o concordate con i camerunensi per un pareggio improbabile. Peccato in queste ore, mentre l’Italia celebra il "suo Bearzot", non andare a riprendere e neppure citare quelle pagine che rivelavano un segreto che nessuno è mai riuscito a svelare e che non è mai esistito.

Ma è noto che gli italiani tengono a rimuovere la loro memoria e quei veleni oggi sono del tutto trascurati, in omaggio alla grande ipocrisia nazionale. Alla fine, per chi invece ricorda bene quelle giornate, il tutto aumenta la grandezza di Enzo Bearzot, che giocò contro tutto e contro tutti, soprattutto contro la stampa e i suoi "sottili pensatori". Più o meno come ha fatto Marcello Lippi in Germania nel 2006, quando giravano i dossier dell’Espresso su Calciopoli e persino il presidente dell’Uefa si rifiutò di consegnarci la coppa vinta.

Ci sono due considerazioni da fare in merito al campionato del mondo del 1982. La prima riguarda la figura stessa di Enzo Bearzot, la seconda è sul risentimento politico di una parte dell’ Italia e della stampa italiana nei confronti di un nuovo corso politico che aveva sconfitto il terrorismo e stava rilanciando l’immagine dell’Italia nel mondo. Il commissario tecnico era tutt’altro che uno sprovveduto o un fortunato macrochiappico. Aveva una grande cultura generale e una grande cultura calcistica, così come quella del suo maestro Rocco.

 

Sul campo metteva una competenza tecnica e umana che rivelavano un uomo di saldi principi cristiani che fino all’ultimo ha mantenuto. Era certamente un italianista, che si "copriva", come si dice in gergo. Ma percorreva una evoluzione graduale del gioco. Manteneva il "libero", secondo scuola italiana, ma lo voleva con i piedi "buoni" da centrocampista. I "poeti" volevano un gioco più offensivo e spregiudicato. Il grande Gianni Brera invece l’apprezzava e lo invitava a non "ascoltare le sirene della scuola napoletana, soprattutto quella giornalistica".

 

 

Bearzot tirò diritto. Continuò a mantenere il mediano intenditore più forte del mondo (giudizio di Cruyff ), Lele Oriali, e mise a flottare tra le linee un indemoniato cursore dai piedi buoni come Marco Tardelli. Davanti si affidò a un omino rapidissimo (aveva tempi impressionanti sui 400 metri) di nome Paolo Rossi, a cui avevano spaccato tutte due le gambe nella prima gioventù e poi la magistratura (tanto per cambiare) lo aveva forzatamente coinvolto in un giro di calcio scommesse. Quindi i moralisti di tutte le estrazioni ideologiche e sociali inorridirono. E’ così’ che Bearzot vinse la sua battaglia, fidandosi anche di un portiere quarantenne, il suo conterraneo friulano Dino Zoff.

 

Insomma, rinunciando alle teorie del "calcio totale" e ai sogni della "scuola napoletana", Bearzot preferì l’insegnamento dei mitteleuropei italiani come Rocco, che faceva partire tutto dai "Galli Insubri", cioè i milanesi che stavano con Annibale contro Roma nella battaglia di Canne e diceva in triestino:  "Ciò, i gà vinto in contropiede. Quando te lo capissi?".

A suo modo l’Italia calcistica che vinse a Madrid contro la Germania, rispecchiava l’Italia uscita dalla cupezza degli anni Settanta. Di fronte alle rivoluzioni "immaginarie" ma sanguinose, il Paese ritornava a una concretezza riformista, a una voglia di crescita, a un recupero di vita sociale senza la paura che saltasse fuori uno dall’ombra con la pistola per darti del "borghese" o del "fascista".

Cominciavano gli anni della "Milano da bere", oggi molto vituperati ma anche molto rimpianti. Si infrangeva il sogno del "compromesso storico" tra Dc e Pci e la "questione morale" di Berlinguer non attirava nemmeno una gran parte del partito comunista. Tutto sommato, per molti fu un mondiale scomodo sia per la "sinistra calcistica", sia per la sinistra politica. Bearzot se ne andò dopo quattro anni per aver difeso troppo i suoi "leoni di Spagna". Ma era giusto così. Nessuno naturalmente ne ha più parlato. Salvo rifarsi vivi alla sua morte, per avere un po’ di luce che non si sono mai meritati.

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