ESCLUSIVA GALLINARI/ Dall’AJ ai Kniks, “Gallo” racconta la sua Nba

- La Redazione

DANILO GALLINARI racconta la sua esperienza nell’Nba, la crescita, i miglioramenti e il calore del pubblico newyorkese

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New York – Da Casalpusterlengo a Milano, passando per Pavia, per poi approdare a New York. Questa è la strada che ha fatto Danilo Gallinari dal 2003 ad oggi, lasciando sempre dietro di sé tanti tifosi e persone che hanno saputo apprezzarlo fuori e dentro il campo da gioco. Non è quindi strano varcare la soglia dell’imponente Madison Square Garden di New York, tra il rumoreggiare della folla di tifosi dei Knicks, e sentire la sua voce dare il benvenuto e augurare buon divertimento al pubblico pagante.

Non è neanche sorprendente, sebbene ancora più emozionante, sentire il boato del pubblico non appena la voce vibrante e profonda dello speaker dei Knicks annuncia “A forward, 6-10, from Milan, Italy, Danilooooooo Gallinari”. La scena alla quale si può assistere alla sua uscita in macchina dall’arena è invece quasi da copione. Un folto gruppo di supporters italiani lo circonda e lo insegue lungo la strada, nella speranza che un semaforo rosso possa concedere loro ancora un momento con il loro beniamino. Il calore dei tifosi italiani si sente forte anche nella Grande Mela. Danilo però ha già saputo conquistare un’intera città, e non una qualunque, ma la metropoli per eccellenza, New York City. I fans dei Knicks già lo acclamano e lui è ben presto divenuto un importante giocatore sul campo, con quasi 14 punti di media in stagione. Durante le ultime partite casalinghe dei Knicks abbiamo avuto modo di chiacchere con lui e questo è quello che ha raccontato in esclusiva a ilsussidiario.net.

Gallo, si è parlato di una tua involuzione in seguito agli ultimi movimenti di mercato e di come tu abbia risentito dell’arrivo di Tracy Mcgrady, ma le tue ultime prestazioni sono ottime, tutto superato?

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Direi di sì, anche se ritengo che non si possa parlare di una involuzione. Tutte le considerazioni che ho letto sullo “svegliarsi” e sul reagire le lascio scrivere a chi deve riempire i giornali. La realtà dei fatti è che il roster è mutato molto e che Tracy non è un giocatore qualunque ma un atleta di grandissimo talento e con tredici anni di esperienza nella lega. Anche gli altri giocatori hanno tanti punti nella mani e l’insieme di questi fattori ha portato ad un naturale periodo di assestamento.

Cosa comporta nelle dinamiche di squadra un cambiamento come quello che state attraversando?

Sicuramente il periodo di transizione ha dei risvolti che non sono semplici da gestire nell’immediato. Penso che, come per tutte le cose della vita, sia una questione di abitudine. Quando ci si abitua da un punto di vista fisico e mentale poi le cose vengo in modo facile e naturale.

Una delle principali carenze dei Knicks riguarda senza dubbio il fronte difensivo. Cosa manca alla squadra da questo punto di vista?

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Manca un approccio costante lungo tutta la gara, la capacità di mantenere sempre alta l’intensità e la concentrazione. Molte volte poi, quando siamo punto a punto nei minuti finali, non siamo in grado di avere quello sprint in più necessario per chiudere la contesa a nostro favore.

 

Quanto si avverte all’interno della squadra il malumore e la pressione del pubblico newyorkese?

La pressione si sente ed è normale che sia così dal momento che New York è una piazza molto importante e con un pubblico veramente appassionato. Personalmente questo elemento non mi crea alcun tipo di problema, anzi rappresenta un’ulteriore motivazione.

 

E’ difficile per te come professionista giocare per una squadra con un record negativo e che non sta lottando per un posto nei playoff?  Qual è il tuo stimolo principale quando scendi in campo?

Si è innegabilmente difficile. C’è la stessa differenza che passa tra vincere e perdere. Nonostante questo è ovvio che siano molteplici gli stimoli che mi animano. Sono motivato dalla voglia di migliorare come giocatore da un punto di vista individuale e di crescere insieme a tutta la squadra per cercare di costruire un futuro fatto di stagioni più positive.

 

D’Antoni recentemente ha dichiarato che devi “accendere il motore” ed essere emozionalmente coinvolto nella squadra per poter giocare bene, cosa ti sta chiedendo di fare in particolare e com’è il tuo rapporto con lui?

Con Mike ho un ottimo rapporto. Parliamo spesso della mia situazione. Io so cosa lui si aspetta da me quando scendo in campo e lui è conscio di ciò che posso dare e del fatto che sto lavorando intensamente per migliorare il mio gioco. Abbiamo intrapreso un percorso che dura ormai da due anni e speriamo di poter proseguirlo ancora a lungo.

 

Individualmente c’è un aspetto del gioco sul quale ti stai concentrando maggiormente in allenamento?

Una delle fasi del gioco su cui stiamo lavorando molto è il post basso. E’ un aspetto molto importante dal momento che spesso ho un vantaggio in termini di centimetri nei confronti di chi è tenuto a marcarmi. Alcune volte viene bene altre meno, comunque l’importante è lavorarci con continuità in allenamento e ricercare questa soluzione offensiva durante le partite.

 

L’arrivo di Tracy Mcgrady a New York ha creato grande entusiasmo fra i tifosi dei Knicks. Per molti giocatori e appassionati della tua generazione è stato un idolo, com’è averlo come compagno di squadra? Spesso lo vediamo parlarti durante i time out cosa ti dice?

Tracy è un compagno super. E’ sempre ricco di consigli durante le partite e mi incita a farmi trovare sempre pronto e a non perdere mai la confidenza nel tiro. Sfortunatamente ora non è in ottime condizioni dal punto di vista fisico e questo fa si che non riesca ad esprimersi ai livelli a cui ci ha abituato in passato, il talento però rimane quello di sempre.

 

Parlando di canotta azzurra, hai il desiderio e l’intenzione di unirti alla nazionale di Pianigiani la prossima estate? L’hai sentirlo da quando è stato nominato ct?

La voglia di giocare con la nazionale c’è. Il gruppo è speciale, siamo tutti giovani, ci conosciamo da anni e giocare insieme è sempre un piacere. Non ho ancora sentito il ct ma ho avuto modo di parlare con Dino Meneghin quando è venuto qui a New York in occasione della partita con i Raptors. Al momento non ho ancora pensato alla mia presenza in nazionale, lo farò non appena sarà terminata la stagione con i Knicks.

 

Concludendo, visto che in questi tuoi primi due anni a New York non hai ancora avuto modo di vivere l’emozione della postseason NBA, ti manca l’atmosfera dei playoff italiani con l’Armani?

Sì, sono sensazioni e ricordi bellissimi che mi mancano decisamente tanto ed a cui mi piacere pensare. Spero davvero di poterle rivivere presto anche qui, magari dalla prossima stagione con i Knicks.

 

(Cristian Franceschini)

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