TORINO/ La solitudine di Urbano Cairo colui che tentò nel calcio di diventare il nuovo Berlusconi

- La Redazione

URBANO CAIRO è come un pugile all’angolo ma non vuole mollare e sferra gli ultimi colpi

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Cairo (Ansa)

TORINO – A Torino i vecchi tifosi granata ricordano ancora con passione e qualche lacrima quel settembre del 2005. Il Toro, anzi la storia del grande Toro era stata cancellata da un’istanza di fallimento. Finchè il “salvatore” si fece avanti sotto le sembianze di un imprenditore, alessandrino di nascita e milanese d’azione, che mise mano al portafogli e salvò il Toro. In piazza Palazzo di Città, quella sera, ai primi di settembre, quando la Juventus era già allestita per vincere il suo ennesimo scudetto, poi cancellato dalla giustizia sportiva, il popolo granata e la sua storia tornarono a respirare. Gli eroi di Superga, dei trionfi del Filadelfia, degli anni glorosiosi di Pulici potevano continuare a vivere nei ricordi di una società viva, guidata dal nuovo presidente.

Urbano Cairo si presentò con un drappo granata a mo’ di bandiera e salutò con timidezza i suoi tifosi, quelli che oggi lo insultano, e vogliono sbarazzarsene. L’uomo che ha salvato il Toro ora è considerato alla stregua di Cimminelli o Calleri, presidenti degli anni più bui. Cairo è all’angolo, suonato come un pugile, stanco per gli sforzi che ha comuqnue fatto. Da quella posizione o si cede o si sparano un paio di pugni fulminei racimolando le ultime energie e spiazzando l’avversario. Prima, con un colpo da grande uomo di comunicazione, ha rilasciato una lunga intervista a Massimo Gramellini, vice direttore della Stampa e cuore granata, in cui ha detto: “Io vendo. Chi vuole prendere il Toro può farsi avanti”. Poi ha attaccato l’assessore allo Sport di Torino, Giuseppe Sbriglio, puntualizzando e smentendo alcuni passaggi di una sua intervista in cui lo accusava di non avere a cuore le sorti del Toro.

Terzo, ha imposto il silenzio stampa a tutti: parlo solo io, se è il caso. Intanto di compratori nemmeno l’ombra. Ferrero e Zamparini hanno fatto sapere in vari modi di non essere interessati e altri imprenditori torinesi e di cuore granata non si sono fatti avanti. Cairo è sempre al comando, però ora è un po’ più forte. Il suo è stato lo scatto d’orgoglio di un uomo sempre più solo, sopraffatto da una storia (quella del Toro) e da un ambiente (quello granata) più grandi e potenti di quanto potesse pensare.

Le colpe di "papa Urbano" sono tante: dalla gestione degli allenatori a quella societaria, ad un rapporto sbagliato con i tifosi (si è mai visto un presidente che risponde agli sms dei supporter?), così come tante sono le situazioni difficilmente gestibili che si sono venute a creare, una su tutte il presunto scandalo scommesse. Cairo, a cui nessuno nega la buona volontà e l’impegno, ha commesso troppi errori e li sta pagando caro. Perdendo prima milioni di euro e poi la stima e l’affetto del popolo granata. Molti si chiedono perché il Toro e i propri tifosi debbano sempre soffrire così tanto. Intanto Urbano Cairo da Alessandria, l’uomo che ha lavorato con Silvio Berlusconi e che forse ha sognato di fare quello che il patron rossonero ha fatto con il Milan, resta solo contro tutti. Aspettando una chiamata che tarda ad arrivare.


(Eugenio Monti)

 



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