LEGAPRO/ Sama (dg Rimini): vi racconto l’esperienza biancorossa, dove vincono le persone e una intera città (esclusiva)

- La Redazione

Intervista esclusiva a Giovanni Sama, direttore sportivo del Rimini Calcio, società di LegaPro dal modello gestionale molto interessante, per allenamento e gestione dei giovani ragazzi

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Matteo Brighi, interno classe '81: dal vivaio del Rimini alla Champions con la Roma (INFOPHOTO)

Il calcio di oggi è sempre più una questione di soldi. Le grandi squadre sembrano sfidarsi offrendo ingaggi da capogiro ed ingoiando introiti a destra e a manca, da televisioni e sponsor vari. Ultimamante, si sta provando ad aggrapparsi ad alcune ancore di salvezza, peri parcheggiare il calcio di paperoni e petroldollari in isolotti morali più utopici che concreti. Si parla di giovani, fair play finanziario, codici etici…sentieri tortuosi che  stiamo provando ad imboccare, anche dall’alto. Ma ci sono squadre, o meglio società, che questi problemi li vivono proprio sulla pelle quotidianamente. Quelle della bassa serie B e di LegaPro, sino agli estremi confini del professionismo. Che non potendo beneficiare di sponsorizzazioni da prima fascia, si arrangiano in altre maniere. Per capire come, ilSussidiario.net ha intervistato in esclusiva Giovanni Sama, direttore generale del Rimini, una delle società più giovani ed organizzate dell’intera LegaPro.

Sama, parliamo del “fenomeno Rimini”, siamo per molti aspetti davanti a una società modello. Anzitutto, qual è il vostro modello di business, tenuto conto dei modesti introiti esterni?

Il primo fattore di questo modello, se si può chiamare modello, è di coinvolgere il territorio, perchè comunque la nostra è una squadra che vive su un’affezione del territorio. 

Cosa significa a livello di ricavi?

Il mercato principale di una squadra come il Rimini vuol dire gli imprenditori locali, le famiglie locali, le realtà congruenti come società sportive, associazioni sportive, e tutto ciò che è il territorio. Spesso ce lo si dimentica, ma una squadra come la nostra, ha nel territorio e in tutto quello che lo riguarda il primo fattore. Il cliente è lo spettacolo per il territorio. 

Si può dunque dire che la città interagisca attivamente col progetto calcistico della squadra?

Sì. La proprietà, ed in particolare il presidente Amati, ha fatto di questo un must. Dal primo giorni ha voluto coinvolgere tutti, fino anche a rompere qualche compromesso, qualche situazione storica che nel calcio di solito non si tocca. Invece coinvolgendo il territorio ha avuto un effetto molto implicativo.

Che cosa significa dunque il Rimini Calcio per la città di Rimini?

Uno strumento di comunicazione di una bella città e di una provincia come Rimini. Uno strumento di spettacolo di affezione con il popolo riminese.

La vostra società è tra le più giovani del panorama LegaPro. Quanto e come riservate il budget all’ingaggio e alla gestione dei ragazzi?

Principalmente, noi privilegiamo i ragazzi del territorio, anche tra i professionisti, quelli in prima squadra. Il budget è sostanzialmente diviso in due. La metà delle risorse sono per il settore giovanile, l’altra metà per la prima squadra.

E’ una politica che sta pagando?

Anzittutto non è obbligata, anzi. Ci sono poche società che fatto 10 investono 5 sul settore giovanile. Per coagulare una città come stiamo provando a fare noi, c’è bisogno di ragionare con le famiglie e con la passione che i ragazzi hanno per il calcio. Il primo investimento è su quello. Il secondo è la produzione del valore. Il valore lo si costruisce dal basso. 

Cosa significa a livello di mercato?

Se devo sempre andare a comprare giocatori, e non creo mai valore parte partendo dal basso, il progetto prima o poi muore, non ha una prospettiva a medio-lungo termine, finisce molto prima. Per cui tutte le volte devo cercare energie economiche per riprodurre un business. Invece, investendo nel settore giovanile, pian pianino vengono fuori dei giocatori, che noi valorizziamo o in prima squadra, per cui non acquistiamo, oppure vendiamo.

Può farci un esempio?

Credo che il Rimini sia una delle poche squadre in LegaPro che non ha un prestito da una squadra di Serie A o B. E’ un valore non perchè siamo bravi a creare giocatori, ma per la logica del business. Noi investiamo sui nostri, rischiamo un pò di più sull’esito tecnico-agonistico ma facciamo crescere i nostri ragazzi a tutti i costi.

Anche al costo di patire l’eventuale salto di categoria?

E’ chiaro che non voglio estremizzare. Magari il prossimo anno prendo un giocatore dalla Juve o dal Genoa in prestito, ma non è questo il Rimini Calcio.

Si guarda al prestito come un’eccezione?

Diciamo di un completamento. Se mi manca un ruolo o due, e ho la possibilità di avere un giocatore con cui la Juve mi valorizza lo prendo, ci mancherebbe.

Il sogno è dunque riportare in B un Rimini di riminesi?

Il mio presidente direbbe di colpo di sì. E’ vero in effetti, però anche qui ci vuole una misura. Dipende anche dall’aspetto tecnico: la progettualità che abbiamo messo in campo è quella di riportare il Rimini dove gli compete.

Che vuol dire?

Speriamo in Serie B, al più presto. Avendo a cuore la città, e perchè regga a lungo termine l’azienda Calcio Rimini, ci andremo con molti riminesi. Con tutti non lo so, ma molti di sicuro. Riminesi o del territorio: vuol dire la vicina Riccione, la vicina Cesenatico, i giocatori che ci contendiamo col Cesena…

Come organizzate lo scouting sul territorio?

Non abbiamo ancora una struttura di scouting ma presto la metteremo in piedi. Abbiamo uno strumento molto sempliceche è quello di we scouting, una realtà di Genova che attraverso un database di video ci permette di vedere una quantità industriale di partite. Il responsabile dello scouting utilizza questo strumento video.

E nella vostra zona?

Sul territorio abbiamo relazioni con tutte le realtà di base, attraverso il nostro responsabile del settore giovanile, e lavoriamo collaborando con loro. Tutti i nostri relatori, che sono più di 14, sono tutti cooptati a fare lo scouting.

Come considerate la crescita umana dei ragazzi accanto a quella tecnica?

Questa è anzitutto una grandissima sfida. Il calcio è molto violento da un certo punto di vista, perchè fa selezione ad un età molto delicata. La cosa che tengo a far passare a chi lavora con noi è che la verità e la serietà nell’affrontare un giudizio sul valore di un ragazzo è il primo aspetto.

Cioè?

Non voglio illudere nessuno, nè mi faccio illudere. La prima serietà di fronte alle famiglie e ai ragazzi è la verità nel giudizio, che per noi è tecnico, sportivo. Dopodichè tutta l’attenzione che abbiamo sui ragazzi è dettata dalla modalità in cui i nostri allenatori stanno di fronte ai loro ragazzi. 

Quanto conta per voi la figura dell’allenatore?

Su questo siamo severi nella selezione, perchè il rapporto educativo passa attraverso chi educa in quel momento, non attraverso un ragionamento. E’ l’allenatore che fa la differenza, ed è dentro una realtà che volente o nolente fa passare una certa cultura. Sono gli uomini, gli allenatori che fanno la differenza.

Come li scegliete?

Devono avere a cuore, a seconda delle fasi evolutive dei ragazzi, prima la parte tecnica, poi quella atletica, e poi quella più tattica, ma sempre dentro un aspetto evolutivo. Il rispetto dell’evoluzione del ragazzo è il primo fattore educativo. Senza mai abbandonare nessuno nel suo percorso, considerando il fatto che uno matura in un determinato momento della sua vita, e può metterci un pò più di altri.

Questo può aiutare i ragazzi a non perdere la testa?

L’attenzione alla persona nel suo percorso professionale è la cosa che secondo me educa di più in assoluto.

In relazione a questo discorso, come commenta il progetto di codice etico in atto per la LegaPro?

Posso avvalermi della facoltà di non rispondere? (ride ndr)

Addirittura?

Dico questo: non sono le regole che fanno uomo l’uomo, e i calciatori più bravi. Ma è il rispetto di quella crescita, e di quella dedizione a tutti i particolari di chi stai educando, che fa una società seria e duratura nel tempo.

Come si muoverebbe dunque?

Con molta attenzione all’aspetto economico, perchè uno deve spendere quello che ha, e nono quello che non ha. Non sono le 20 o 50 regole a risolvere, ma la passione che descrivevo prima, che non s’inventa dentro un codice etico, o c’è o non c’è.

Dobbiamo aspettarci che il Rimini non lo firmi?

Il codice etico di per sè è giusto, ma non è lo strumento che rende etica e virtuosa la società. Sono le persone.

Può farci infine qualche nome interessante tra i suoi gioielli “caserecci”?

Ho un giocatore in prestito al Genoa, classe ’95, Francesco Moretti, che è un ragazzo di avvenire, con possibilità di crescita importanti. In prima squadra, fra l’altro una delle più giovani, abbiamo Daniel Onescu, che è un ’93.

Già nel mirino del Bologna, giusto?

E’ stato nelle mire del Bologna, della Reggiana, del Sassuolo, del Cittadella, della Cremonese, dello stesso Genoa…l’abbiamo voluto trattenere perchè ci serviva, e volevamo dargli un anno in più di crescita.

L’Andrea Brighi che compare in rosa è fratello di Matteo e Marco?

Sì, è un ’92, difensore centrale, è l’ultimo della stirpe, lì il DNA era buono!

Altri nomi dalla “cantera”?

Segnalo Luca Valeriani, che è un centrocampista centrale del ’91, e Marco Gasperoni, centrocampista del ’92.

 

(Carlo Necchi)

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