POLITICA & SPORT/ Torniamo a pedalare dietro a Bartali e Churchill

In questa lettera al direttore, una bella analisi del rapporto tra politica e sport, con un punto di riferimento alto come il grande campione di ciclismo e di vita Gino Bartali.

01.06.2012 - La Redazione
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Mario Monti (Infophoto)

Nuova polemica fra Monti e lo sport e tutti fanno muro per difendere il proprio “partito”. Ma la storia insegna tutt’altro.

Da sempre alti ordinati di sport e politica si sono presi a sportellate: Winston Churchill recitò con sgarbo la sua ricetta della longevità, che prevedeva “Niente sport, solo whisky e sigari”; sempre lo statista descrisse così il nostro spirito nazionale: “Gli italiani perdono le guerre come fossero partite di calcio e le partite di calcio come fossero guerre”. Poi il recente veto del presidente Monti alle Olimpiadi di Roma, che non è stato certo una volata all’altezza della sua passione per il ciclismo; ora l’esternazione secondo cui sarebbe opportuna una sospensione di 2 o 3 anni del calcio. E poi tante reazioni di esponenti del mondo dello sport e della politica, il cui unico risultato è stato dividere con tanti se e ma due grandi passioni del popolo italiano.

Ma non sarà certo un caso se a mettere il naso nei templi della dialettica degli ultimi due secoli, dai pub inglesi ai baretti di casa nostra, siano sempre stati loro due: il gesto tecnico e l’onction democratique. Tutto il marcio che emerge non può negare il legame stretto e inestricabile fra politica e sport. Anzi, proprio quest’ultimo potrebbe offrire molto suggerimenti al politico italiano: il valore di un sacrificio, o l’impossibilità riduzione di ridursi alla propria morale pubblica. Ma soprattutto – oggi più che mai – che l’attacco è la migliore difesa, mai il contrario.

Le cronache in verità dipingono sport e politica in un rapporto stretto e privato, perlopiù nascosto agli occhi del grande pubblico, come le storie d’amore più belle; e qualche apparizione resta ancora scolpita nella memoria comune, con i due protagonisti restii a vedersi confinati ciascuno nella propria nicchia.

Ne fu un esempio Gino Bartali, l’“intramontabile” che con Fausto Coppi infiammò i cuori degli Italiani. Fenomeno del ciclismo, fu anche grande uomo ed eroe civile, come riconosciuto dalle parole che ne hanno motivato, nel 2005, il conferimento della medaglia d’oro al Merito Civile: “Nel corso dell’ultimo conflitto mondiale, con encomiabile spirito cristiano e preclara virtù civica, collaborò con una struttura clandestina che diede ospitalità ed assistenza ai perseguitati politici e a quanti sfuggirono ai rastrellamenti nazifascisti dell’alta Toscana, riuscendo a salvare circa ottocento cittadini ebrei. Mirabile esempio di grande spirito di sacrificio e di umana solidarietà.”

Bartali, dal 1943, coprì decine di volte i duecento chilometri da Firenze sino a San Quirico in Assisi, dove consegnava a suor Alfonsina e suor Eleonora i documenti e le foto tessere che, occultati lungo il tragitto nel telaio della bicicletta, permisero a centinaia di ebrei di oltrepassare la linea Gustav, verso l’Italia già liberata dal nazifascismo.

Con “quel naso triste come una salita” e “quegli occhi allegri da Italiano in gita” – così lo dipinse Paolo Conte nella canzone intitolata al campione – Bartali fu protagonista di un’altra pagina di storia italiana: il 14 luglio 1948 Palmiro Togliatti fu colpito da tre colpi di pistola dei quattro esplosi da Antonio Pallante, appostato all’uscita di Montecitorio. Rompendo il divieto del Ministro degli Interni Scelba, grandi folle d’Italiani si riversarono nelle piazze per manifestare: agli incidenti di Roma seguirono morti a Napoli, Livorno e Genova, uno fra le forze di polizia e quattro tra i manifestanti.

Intanto, in Francia, i ciclisti della trentacinquesima edizione del Tour si riposavano, aspettando la tappa del giorno successivo: le Alpi della Cannes-Briançon. Il “Ginettaccio” Bartali, seguito da una squadra mediocre, veniva da tre vittorie nelle dodici tappe disputate. Si racconta di una telefonata partita dall’Italia proprio per il campione: dall’altra parte del telefono, a tenere il filo, ci sarebbero stati De Gasperi e Andreotti, per incitarlo a realizzare l’impresa in terra straniera e rasserenare gli animi in Italia, dove i disordini per l’attentato a Togliatti stavano degenerando in una guerra civile.

A Milano da ore regnava ormai il disordine e piazza Duomo era una bomba innescata, ma quando alle cinque del pomeriggio giunse la notizia che il “Ginettaccio” stava scalando le Alpi recuperando i venti minuti di distacco dal francese Louison Bobet, tutti i colori della politica italiana si cominciarono a riunire nel tricolore.

Bartali vinse tre tappe consecutive: il 16 luglio era in cima alla classifica e difese la posizione fino alla fine, “tra i Francesi che s’incazzano e i giornali che svolazzano”, come cantava lo stesso Conte, volando a prendersi il cuore degli Italiani, mentre in piazza Duomo comunisti, democristiani e poliziotti si abbracciavano. Al suo rientro in Italia la memoria popolare racconta dell’incontro con De Gasperi, che gli chiese quale regalo desiderasse. Bartali, declinando senza mezzi termini un sentimento comune – anch’esso intramontabile – avrebbe chiesto di non dovere più pagare le tasse.

Episodi di politica nostrana, dove lo sport rinsalda il popolo attorno a due garoni che pedalano e scalano l’Olimpo della bicicletta. Ma gli amplessi fra la politica e lo sport si sono consumati anche lontano dall’Italia, oltremanica.

E’ dalla stessa cronaca degli anni di Bartali che si apprende dell’assenza delle Olimpiadi: il palcoscenico sportivo per eccellenza – dove le discipline più importanti emergono secondo i propri virtuosismi – aveva mancato due edizioni nel 1940 e nel 1944 a causa della seconda guerra mondiale. Un anno dopo, il “Comité International Olympique” si riunì a Londra e decise di disputarvi l’edizione successiva, che nel 1948 avrebbe riacceso i riflettori sulle migliori manifestazioni sportive – e potrebbe riuscirci fra pochi mesi, nella stessa città.

Nell’anno dell’impresa di Gino Bartali, quattro giorni dopo il suo trionfo, si aprì la quattordicesima edizione dei Giochi Olimpici. La Germania e il Giappone furono escluse dalla partecipazione, mentre l’Unione Sovietica decise di non presentarsi sulla scena internazionale. Anche l’Italia rischiò di restare fuori dai cancelli: gli Inglesi diffidavano del popolo italiano e non si mostravano accondiscendenti verso la richiesta di ammissione.

Churchill, non più Primo ministro, ma ancora influente sulla scena politica inglese e mondiale, decise d’intercedere per l’Italia mettendo una pietra sopra le recenti discordie. Il grande statista britannico si accorse che anche lo sport, che pur non adorava – almeno non da praticante – era un potente mezzo di persuasione con cui porre le fondamenta per una nuova alleanza europea, pronta a fronteggiare l’Unione Sovietica.

L’occhio di Churchill vide la potenza dello sport, mentre la sua intelligenza ne colse la capacità di riunire gli animi avversi attorno alla grande corsa verso la vittoria. Non fu il solo ad accorgersi del grande ruolo che lo sport – mimesi ed espressione virtuosa dell’uomo nel suo essere votato al movimento – ha sempre giocato negli affari dell’uomo.

Dunque perché non auspicare che anche quest’estate, così ricca di sport, possa contribuire a rinsaldare il popolo come fecero le volate di Bartali e l’intelligenza politica di Churchill? Sarebbe certo sentimentale presumere che una partita ricucia i drammatici strappi provocati dalla crisi che attraversa il mondo. Ma dove trovare una scintilla migliore degli Europei e delle Olimpiadi? Un piccolo punto di partenza, non per fermarsi, magari nemmeno per ricominciare a remare. Forse solamente per accorgersi di essere sulla stessa barca, di essere contenti che esista qualcuno con cui faticare per spingerla per un mare aperto ancora tutto da conquistare, in gran parte da riconquistare.

La simpatia fra sport e politica nasce, innanzitutto, dall’espressione di sé che l’uomo può trovare, in mezzo al campo come dai seggi del parlamento. Un vecchio adagio inglese, attribuito a Churchill, recita così: “Il cane ti guarda dal basso in alto, il gatto dall’alto in basso, ma il maiale da pari a pari”. E sull’erba di Wimbledon, come nel Bundestag, il maiale c’è tutto e non se ne butta via niente: può esibire il fraseggio più elegante del campionato e la capigliatura più gangsta, un doppiopetto su misura e un “savoir faire” ben oltre quella richiesta dai salotti dell’austerità. Lasciando intravedere chiaramente, al pubblico compìto, che egli è contraddizione e continua antinomia con se stesso. Così, come insegnò Churchill, si può essere ubriaconi, frequentatori di postriboli e vantare il titolo di statista di razza senza dover spiegare proprio niente a nessuno; poiché in politica, come nello sport, si può dare il cuore per la squadra o per l’ideale, ma l’anima si vende solo al diavolo o al Signore. E viva il maiale tutto intero! Perché, con i se e con i ma, non solo non si fa la storia, ma neanche la patria o la partita.

 

 

Luca Maggi

@TheQuaglia

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