SELLARONDA TRAIL RUNNING/ 54 km tra passione, amicizia e follia

- La Redazione

Il trail running è una variante della corsa su strada che si caratterizza per la scelta dei percorsi, escursionistici o di montagna e per un chilometraggio elevato. PIETRO LUCCHETTI

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Immagine d'archivio

Il trail running è una variante della corsa su strada che si caratterizza per la scelta dei percorsi, escursionistici o di montagna e per un chilometraggio normalmente elevato.

La particolarità (e la bellezza) di questa disciplina deriva dalla possibilità di correre in zone altrimenti inaccessibili, attraversando percorsi collinari, boschivi o rocciosi che spesso si sposano con ambientazioni paesaggistiche di prim’ordine. La natura stessa del percorso rende il trail running particolarmente impegnativo sia sotto il profilo altimetrico sia per la tipologia di terreno sconnesso sul quale si corre.

COLFOSCO

H.3.00 am. Mi sveglio di soprassalto nel buio di una camera non mia. Sorprendo un forte bruciore in gola che mi impedisce di riprendere sonno: Paolo di fianco a me dorme ancora, sfinito dalle ore di guida del giorno prima.

H.5.00 am. E’ ora di alzarsi e di uscire definitivamente dal dormiveglia. Gli zaini sono già pronti e compatti, l’abbigliamento per la gara è impilato sulle sedie. Si parla poco al mattino presto.

H. 5.30 am. Transitiamo davanti al piazzale della partenza dove campeggiano i gonfiabili di Salomon, main sponsor dell’evento. In silenzio, assieme a Roberta che ci attendeva nella hall dell’albergo, andiamo a ritirare i pettorali. Numero 65 per me e, attento a non farmi tradire dal sonno, appunto il foglio cerato sui calzoncini. Fuori è molto freddo, ci sono 3 gradi. Siamo piuttosto svestiti, aspettando il via per scaldarci di corsa. Arrivano Roby, La Giulia, Ste, La Fra, il Coach, Luca e il vecchio Frank. Qualche abbraccio, convenevoli di sorta e, assieme ad altre 175 figure semi addormentate, nel buio attendiamo il via.

H. 6.04 am. Partenza!

Inizia una lieve discesa che porta a Corvara da dove attaccheremo il primo dei quattro passi, il Campolongo. Il buio ci avvolge, poche fiaccole illuminano il sentiero, alcuni hanno portato la lampada frontale; ancora intorpiditi dal sonno seguiamo quelle sagome luminose saltellanti. Perdo subito di vista gli amici, chi più avanti, chi più indietro. Sarà una gara lunga, ma non mi dispiace percorrerla in solitudine. A Corvara comincia la salita, subito dura, che si arrampica lungo una pista da sci. Poi un sentierino, un cosiddetto single-track, e ci accodiamo uno via l’altro in salita, con le prime luci dell’alba che spuntano da dietro le immense torri di pietra. La salita serpeggia nel bosco, poi curva e si inclina paurosamente fino a scollinare tra le rocce del Piz Boè. Siamo circa al sesto chilometro ed incrociamo il primo ristoro. Bevo avidamente un bicchiere di the bollente con il pessimo risultato di scottarmi la lingua. Ancora lieve salita, un tratto di percorso molto tecnico dove è necessario destreggiarsi tra le rocce rese scivolose dal passaggio del gruppo di testa. La luce si diffonde, scambio qualche parola con un ragazzo bolognese che mi presenta il suo gruppo di amici. Tra di loro ricordo Martin, inglese, uno specialista di ultra maratone. Ora finalmente si scende, saltando come camosci da una roccia all’altra. Arriviamo a Bec de Roces. Lo scenario è impressionante: sotto di noi Arabba, davanti il Portavescovo, a destra il Pordoi, tutto attorno il palcoscenico delle Dolomiti. Giro su me stesso e rimango qualche secondo a fissare impotente l’esuberanza del Gruppo del Sella. Altro ristoro. Via la “sciarpa”, una t-shirt di cotone che avevo avvolto al collo in albergo. Ora la strada è facile e ripida in discesa. Si corre a rotta di collo verso Arabba, sono circa le 8.00 del mattino, abbiamo percorso 15 dei 54 chilometri che ci attendono.

Andrea è marchigiano, sposato con due figli, mi raggiunge mentre ci arrampichiamo nel fitto bosco che sale verso il Portavescovo. Procediamo in silenzio, una pattuglia di circa quindici runners, soffrendo assieme la ripida ascesa. Vicino alla cima comincia a stagliarsi il ghiacciaio della Marmolada, che si mostra sensuale, a ripagare tanta fatica. Sotto la grande stazione della funivia, appena passato un salvifico ristoro, procediamo in linea orizzontale verso il Pass Pordoi. E’ un tratto di strada dal panorama spettacolare. La pattuglia si sfilaccia: c’è chi, stremato, si ferma a prendere fiato, chi procede a spron battuto verso il “cancello” di Canazei, chi come me prosegue con passo più lento, obbligandosi a respirare profondamente, tentando di restituire ossigeno ai muscoli. Prima del Pordoi perdo Andrea, lo ritroverò all’arrivo, stanco, ma raggiante come al Portavescovo. La discesa su Canazei è frenetica. Un’informazione sbagliata ci indica passare il cancello entro le 10.15. In realtà si tratta delle 10.45, ma affrontiamo a rotta di collo il percorso in mezzo al bosco, sofficemente imbottito di fogliame, e di seguito sulle piste da sci che portano in paese. In quatto o cinque arriviamo a Canazei alle 10.41. Riparto da solo, con l’intenzione di affrontare il Passo Sella con calma e poi gestire le forze. Sono preoccupato per i miei compaesani che difficilmente riusciranno a transitare in tempo. Ciò che non so è che l’orario è stato prorogato fino alle 11.00, per cui anche con loro, ci ritroveremo all’arrivo.

La salita è ripida, ma per nulla tecnica. Un sentiero di ghiaia bianca sale bruscamente fino al Lupo Bianco e poi fino al Passo. Man mano che salgo mi ritrovo nel “momento dell’eroe” quando la fatica non si sente, chi è avanti pian piano si avvicina e la salita fluisce veloce. Il ritmo è scandito dai passi che si completano con i bastoni da salita, le gambe sono leggere, il fido i-pod sforna in ordine casuale Guns’n’Roses, Wilco, My Mornig Jacket e Black Keys e divoro il Sella in un quello che sembra un attimo.

Adesso è difficile trovare compagni di viaggio, siamo molto sfilacciati. In discesa condivido il percorso con un tale originario di Trento, alto e magro, con una barba ispida e denti sporgenti. E’ un alpinista, un amante della montagna. Parliamo di monti, di scarpe da running, di filosofia della corsa, della fatica che sta facendo il nostro paese. Un paio di chilometri su una pista ciclabile ci portano verso l’ultimo cancello a Selva di Valgardena. Passo il cancello con un ora di anticipo sul limite; mi fermo un paio di minuti a mangiare qualche pezzetto di formaggio e bere Coca Cola. Non mi piace la Coca Cola, ma durante la corsa porta un sollievo efficace. Ancora da solo, il mio alpinista è ripartito senza fermarsi, ancora un lungo tratto più o meno pianeggiante che sembra infinito. E’ una spia; la stanchezza comincia a farsi sentire.

 

Sono le 12.41, quarantunesimo chilometro.

La salita al Dantercipies è terribile. Il percorso è simile al Passo Sella, ma ormai le energie sono agli sgoccioli. Comincia l’impari lotta con la montagna. La gara vera non e’ con gli altri corridori, gli altri sono compagni di viaggio. Il confronto e’ con il percorso, con il proprio limite. Un passo dopo l’altro mi aggrappo ai bastoni, senza un riferimento preciso di quanto manchi alla cima. Raccolgo l’applauso degli escursionisti che incontro: difficilmente possono capire quanto quel gesto sia incoraggiante in un momento di difficoltà. Si intravede l’azzurro del cielo oltre il fianco della montagna, ma la salita continua. Mancano le ultime rampe e, transitando di fianco ad un rifugio, un gruppo di persone si alza ad applaudire, una signora mi porta un bicchiere d’acqua. Devo avere un aspetto orribile.

In cima al Passo un cartello segnaletico recita “50 km”. Chiedo conferma al ristoro perché il mio Garmin dice 48 e, dopo quasi otto ore di gara, ogni singolo metro pesa. La signora al ristoro mi conferma che mancano 3 chilometri, mi trattengo dal baciarla e riparto, veloce come posso. Ogni singola fibra ora è dolorante, i piedi, i quadricipiti, i polpacci, le spalle, la schiena, le braccia, ma ormai l’obiettivo è vicino. Percorsi altri due chilometri, la cruda realtà mi si para innanzi: “-4 km” recita un cartello che ora suona beffardo. Rivolgo una maledizione, di lieve entità, all’organizzazione e alla signora del ristoro…ma ormai si va solo avanti. Con il morale a terra questi quattro chilometri sembreranno un’eternità. Supero un ragazzo grande e grosso. E’ in crisi nera, ha nausea. Gli offro qualche snack ma ormai la fatica gli ha svuotato le gambe e la testa e decide di non mangiare. A poche centinaia di metri dal traguardo mi raggiunge l’unico crampo di giornata, al polpaccio destro. Improvviso e violento, ma ormai è fatta. Un ultimo allungo per superare un ragazzo con la maglia rossa con cui ho scambiato qualche parola tra il Sella e il  Dantercipies e tenere a bada una donna (questione d’onore) che da distante mi aveva scambiato per un’avversaria. Le donne sono rare a queste gare, ma quelle poche preparate e agguerrite.

Taglio il traguardo in 8h 51′. Mentre mangio qualcosa e bevo, scambio saluti e commenti con alcuni dei volti che hanno tratteggiato il mio percorso. Poco dopo arrivano la Fra e Ste. Con loro l’abbraccio e’ più sentito. L’obiettivo adesso e’ fare una bella doccia e poi tornare al consueto “Pasta Party” del dopogara. Per la cronaca, Fulvio Dapit, primo nella gara maschile, chiude con il tempo lunare di 5h 27′.

Ci ritroviamo tutti al Pasta Party per la premiazione. C’e’ allegria, c’e’ grande soddisfazione per aver centrato un obiettivo così ambizioso, c’e’ voglia di raccontarsi la gara, le sensazioni, gli stati d’animo. E subito si sente la nostalgia di quegli spazi aperti ed immensi, la nostalgia del confronto con quelle torri che da millenni sorvegliano i Passi. Certo, la vita e il lavoro ci porteranno inevitabilmente lontano da qui; ma e’ un grande onore, e una grazia, poterne far parte.

 

(Pietro Lucchetti)

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