Pagelle / Wimbledon 2013, i voti ai protagonisti del torneo dello Slam

- La Redazione

Le pagelle di Wimbledon 2013: Andy Murray vince il titolo maschile, Marion Bartoli si prende quello femmiinile, Gianluigi Quinzi e Belinda Bencic trionfano tra gli juniores. Tutti i voti

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Foto Infophoto

Terminato un altro anno a Wimbledon: si sono giocate ieri le ultime finali che rimanevano in programma. Come sappiamo, i due titoli del singolare sono andati a Andy Murray e Marion Bartoli; i due del doppio ai gemelli Bryan e alla coppia Hsieh/ Peng; e per quanto riguarda gli juniores hanno trionfato il nostro Gianluigi Quinzi e Belinda Bencic. Due settimane appassionanti, con tante sorprese nei primi giorni – e non solo – adrenalina a fiumi, l’immancabile pioggia anche se meno pressante del solito e un appuntamento rinnovato al 2014. Nell’attesa, qualche voto ai protagonisti del torneo, in ordine sparso.

Aveva tutto un Regno sule spalle, quello britannico che aspettava da 77 anni il trionfo di un suo suddito. Missione compiuta, in una finale emozionale e forse anche più semplice di quanto Andy si aspettasse; non è facile, a 26 anni, dover rispondere ai desideri e ai sogni di un popolo, specie se il tale popolo è pronto a metterti alla gogna in caso di errore. Ma Andy è maturato e, grazie anche all’aiuto di Ivan Lendl – non a caso la prima persona che è andato ad abbracciare – ha dimostrato che sì, quella pressione la può reggere. Come quando è andato sotto due set a zero contro uno strepitoso Verdasco ma ha rimontato in un amen, o come quando ha gestito Janowicz che bussava alle porte dei migliori. Spiacente, ma oggi sul tetto c’è lui.

E’ arrivato fino alla semifinale senza perdere un set, schiantando anche gente poco raccomandabile come Tommy Haas (6,5) e Tomas Berdych (7); poi il suo tennis ha perso qualità, se è vero che contro un comunque strepitoso Del Potro ha dovuto aspettare quasi le cinque ore di gioco per fare sua la partita. Fatica che si è fatta sentire contro Murray, partita nella quale Nole ha sciupato tante occasioni per allungarla e mettere l’avversario con le spalle al muro, facendolo schiacciare dalle attese dei suoi stessi tifosi. Gli è mancato qualcosa, ma il suo resta un torneo solido e da campione; non si può vincere sempre, ma 13 semifinali Slam consecutive sono cosa che solo i numeri 1 sanno fare.

Da qualche anno a questa parte ci si chiede, con buona ragione, se il Del Potro con il polso al 100% sarebbe lì a lottare costantemente con i migliori, e la risposta è: sì, molto probabilmente. In assenza di controprove, comunque, ci limitiamo a quello che si è visto: un giocatore che è stato due volte sull’orlo del ritiro per un paio di bruttissimi movimenti del ginocchio (contro Zemlja e Ferrer), che contro Seppi si diceva potesse anche non giocare e che invece due giorni dopo ha surclassato l’attuale numero 3 al mondo senza praticamente farlo giocare. Contro Djokovic, riedizione della semifinale olimpica, è stato ad un passo dalla vittoria: gli è mancata la lucidità nei punti decisivi. Un grande torneo, che gli fa guadagnare una posizione nel ranking ATP: ora è al settimo posto.

Era la sua grande occasione: nella parte di tabellone “giusta”, con Nadal e Federer fuori dopo tre giorni. L’ha sprecata: dopo la finale del Roland Garros, qui è stato eliminato ai quarti di finale, senza capire molto della partita contro Del Potro e non sfruttando l’autostrada che aveva davanti. Già in affanno contro Dolgopolov e Dodig, entrare nei primi otto era l’obiettivo minimo: andare più in là avrebbe significato scrollarsi di dosso il fastidio di giocare sull’erba e la nomea di “forte con chi sta sotto, impotente contro i migliori”. Niente da fare: da oggi è numero 3 al mondo, una magra soddisfazione. Da questo Wimbledon si aspettava ben altro.

A conti fatti gli è mancata solo una cosa: la freddezza necessaria per affrontare una partita, la semifinale contro Murray, come se fosse il match della vita. Alla prima semifinale Slam della carriera ha vinto il primo set con tutto il pubblico contro, ma poi ha sprecato più energie per chiedere di chiudere il tetto che per provare a mettere sotto l’avversario. E siccome dall’altra parte della rete c’era un campione, è caduto. Un’occasione sprecata? Forse oggi non vale ancora i primi della classe, ma ci arriverà a breve: talento cristallino supportato da una potenza devastante (30 ace nei quarti contro Kubot, in tre set), è indicato da tutti come il nuovo fenomeno del tennis mondiale e se va avanti così lo sarà.

Da quando ha fatto fuori Djokovic a Madrid, facendo parlare di sè tutto il mondo, non ne ha più imbroccata una: a Parigi Nole si è preso la sua tremenda rivincita, qui il bulgaro è uscito al secondo turno contro un non irresistibile Grega Zemlja. La classe c’è: giocare il rovescio a una mano, oggi, significa avere stoffa. Ma bisogna che il talento sia accompagnato dalla mentalità: ecco, pare che al momento il buon Grigor sia stato soverchiato dalla nomea di nuovo Federer e abbia smarrito la concretezza tra una scappatella con Maria Sharapova e un’intervista. Crediamo in lui, ma deve iniziare a far vedere adesso che vale la top ten e qualcosa di più. Ha 22 anni: a questa età, Roger iniziava a vincere gli Slam.

Situazioni opposte, stessi risultati. Rafa arrivava a Wimbledon dopo aver dominato la stagione sulla terra e tutti si aspettavano grandi cose; Roger appariva in difficoltà, triturato da Tsonga al Roland Garros, ma si presentava nel giardino di casa con la possibilità di vincere l’ottavo Wimbledon. E’ finita che lo spagnolo è stato massacrato al primo turno da Steve Darcis senza nemmeno vincere un set, mentre lo svizzero è caduto un turno più avanti contro la meteora Sergiy Stakhovsky. Un sorpresone, come il fatto che Federer sia oggi al numero 5 della classifica ATP: forse per lui è arrivata davvero la parola fine al di là di altri possibili lampi isolati, mentre per Rafa è emersa tutta la stanchezza soprattutto mentale di essere quasi costretto a vincere Madrid, Roma e gli Open di Francia. Li aspettiamo ai prossimi appuntamenti: per entrambi il radar è puntato sugli Us Open. Sampras li vinse quando nessuno se lo aspettava più: Federer farà lo stesso?

Di Janowicz e Dimitrov abbiamo scritto; ci aggiungiamo anche l’ottimo torneo di Bernard Tomic, arrivato fino agli ottavi facendo fuori una vecchia volpe come Blake e un Richard Gasquet in forma, e Milos Raonic che al contrario si è fermato subito. Da tempo si parla di questi ragazzi come di quelli che dovrebbero prendere il posto dei migliori; poi i mesi passano, e vincono sempre gli stessi. Per ora il ricambio generazionale non c’è, ma aspettiamo anche loro con fiducia, ben sapendo che possono fare grandi cose. Tra il dirlo e il farlo, poi, c’è di mezzo il campo da tennis. 

Non ci aspettavamo nè più nè meno: tutto sommato, il voto viene alzato leggermente da Andreas Seppi che ha giocato un torneo coraggioso, con due partite chiuse al quinto set (Istomin e Nishikori), una superata per ritiro dell’avversario (Llodra) e l’altra passata a rincorrere le palline senza riuscire a rimandarle di là (Del Potro). Essere entrato nella seconda settimana resta comunque una bella impresa, non riuscita a Fabio Fognini che ancora una volta è stato preda dei nervi e non è riuscito a superare un Melzer che era alla sua portata. Da Bolelli e Lorenzi non ci si poteva attendere molto di più. Il livello è questo, anche se da “sotto” qualcosa c’è (ci arriveremo).

Più di Andy Murray, è la sua la vera storia a lieto fine di questo Wimbledon. Una ragazza che sei anni fa raggiungeva la finale e la perdeva, poi cadeva preda delle “angherie” del padre, che la costringeva quasi ai margini del circuito e a non intrattenere rapporti con nessuno. Con tenacia e determinazione Marion è rimasta lì, sempre attaccata alle prime venti, con qualche guizzo di tanto in tanto (quarti di finale in Australia); finchè non ha ritrovato serenità e di conseguenza gioco, e pur con un tabellone semplice si è spinta fino in finale senza perdere un set, e ha vinto. Può non essere simpatica per gli atteggiamenti in campo, può risultare “strana” con quel suo modo di colpire tutto a due mani; e però, il trofeo ce l’ha in mano lei, e ha ragione lei. Da oggi, rientra nella Top Ten (al numero 7).

Lei, ha ragione anche senza titolo: tre anni fa la sua carriera era quasi finita, poi nel 2011 è arrivata fino in semifinale, l’anno scorso ha fatto i quarti (eliminando Maria Sharapova) e oggi, battendo sei giocatrici nelle prime 50 al mondo, ha centrato l’obiettivo di tutta una carriera. Ha perso perchè, lo ha detto lei stessa, non ha retto la pressione di trovarsi sul centrale strapieno che faceva il tifo per lei; ma ha 24 anni e tutto il tempo per rifarsi. Il suo sorriso contagioso e sempre sulle labbra era già conosciuto, ma da quando ha battuto Serena Williams (e altre due campionesse Slam) è diventato globale. La aspettiamo tra un anno: sull’erba si trasforma, sarà ancora protagonista.

 La semifinale non l’ha praticamente giocata, ma si può accontentare: entra nelle prime 15 al mondo, lei che poteva anche non giocare più per una trombosi al polpaccio che l’aveva fatta sprofondare fuori dalle 250 del ranking. Da inizio anno gioca bene, e qui ha centrato il grande risultato: la vittoria in rimonta contro Petra Kvitova resta la perla di un torneo che faticherà a dimenticare per il resto della sua vita. Adesso viene il difficile: le altre sanno cosa può fare, e la aspetteranno al varco.

 Ammettiamolo: dopo la finale dello scorso anno, ci immaginavamo che, eliminata Serena Williams, potesse arrivare fino in fondo e alzare il piatto. Anche perchè aveva dimostrato di saper esserci mentalmente, vincendo partite complicate contro Pironkova e Na Li. Invece, in semifinale ha smarrito la via: Sabine Lisicki era in stato di grazia e va bene, ma nel terzo set la polacca ha avuto le occasioni per vincere e non le ha sfruttate, limitandosi ad aspettare gli errori dell’avversaria. Peccato, ma conferma che con il suo gioco può vincere gli Slam. Non sempre, tuttavia, le capiterà un tabellone aperto come quest’anno.

 Qualcuno potrebbe dire che merita l’insufficienza per la clamorosa eliminazione agli ottavi, e invece no: perchè Serena è campionessa anche quando perde. Non si può rimanere sulla breccia per sempre, non si può a quasi 32 anni pensare di essere sempre al 100% nella forma fisica. La prima a riconoscerlo è lei, che dopo essere stata battuta dalla Lisicki le ha concesso senza problemi l’onore delle armi, affermando che “mi ricorda me stessa, quando provavo a rientrare un paio di anni fa; quella sensazione la conosco bene, ma non la provo da un po’”. Ecco tutto: la tedesca ha avuto più fame, e fine della storia. Siccome Serena è Serena, agli US Open sarà ancora la favorita. Ogni tanto, può capitare lo svarione.

 Ormai è una certezza: questa americana del 1993, da tutti designata come la nuova Williams, vale le prime 10 al mondo. Oggi è al numero 16, ma mira decisamente più in alto e il suo torneo sta lì a dimostrarlo: certo non ha eliminato teste di serie, ma ha fatto vedere di poter dominare una partita come di avere già la forza mentale per risalire la corrente quando le cose si mettono male (in particolare contro la Cetkovska). Nei quarti di finale ha pagato l’emozione, forse l’interruzione per pioggia sul 40-40 del game decisivo e una mancanza di concretezza e decisività; ma sfonderà.

 A conti fatti, con questo tabellone si poteva anche andare in finale. La nuova speranza del tennis britannico al femminile ha fatto emozionare tutti quando al terzo turno ha ripreso per i capelli una partita impossibile (contro Marina Erakovic) e ha vinto; agli ottavi non ha sfruttato il game di servizio per chiudere il primo set, e Kaia Kanepi che ha una certa esperienza in più se l’è mangiata. Nessuna fretta: ha appena 19 anni, nel 2008 a soli 14 ha vinto Wimbledon juniores, è una predestinata. Oggi è nella Top 30 per la prima volta in carriera, domani la aspettiamo nelle dieci, ma bisognerà lasciarle il tempo di lavorare con calma, senza la pressione e i paragoni con Virgina Wade che lasciano decisamente il tempo che trovano. 

 Aveva centrato almeno le semifinali in ogni torneo giocato nel 2013 (a parte Roma, ma si era ritirata): arrivata a Wimbledon, è inciampata sulla portoghese Larcher De Brito dopo aver sofferto le pene dell’inferno contro la Mladenovic. Ormai i Championships sono una maledizione: li ha vinti a 17 anni, poi ha raccolto una delusione dopo l’altra tra finali perse (2011) ed eliminazioni precoci (lo scorso anno). Ritrova la seconda posizione mondiale, ma è una consolazione decisamente magra; agli US Open, che non vince dal 2006, si dovrà riscattare.

 Il simbolo è Eugenie Bouchard, classe ’94 e campionessa uscente di Wimbledon juniores, che ha raggiunto il terzo turno eliminando Ana Ivanovic; ma ci sono anche Monica Puig, Michelle Larcher De Brito, Garbine Muguruza che ha centrato il secondo turno pur con una caviglia in disordine (si è operata appena dopo il torneo), Kristina Mladenovic che ha messo paura alla Sharapova. C’è vita al di sotto delle tre dominatrici del circuito: a questi livelli sappiamo però che emergere può essere facile, confermarsi in classifica un po’ meno. A oggi la più pronta, e non solo per classifica, sembra essere la Stephens; il tempo ci dirà se abbiamo avuto ragione.

 Al netto della delusione di Sara Errani (5) la cui avversità all’erba non giustifica un’eliminazione al primo turno, le altre hanno fatto bene (Roberta Vinci, 6,5: gli ottavi di finale erano l’obiettivo minimo, contro Na Li c’era poco da fare) o benissimo, partendo da Camila Giorgi (7) che sembra avere una certa affinità con l’erba, passando per Karin Knapp (7,5) che ha centrato gli ottavi di finale in maniera inaspettata ed eliminando una testa di serie come Lucie Safarova, e arrivando a Flavia Pennetta (8) rientrata ufficialmente nelle 100 dopo un torneo strepitoso, nel quale le è mancata solo la spinta in più per superare anche la Flipkens. Il tennis italiano in rosa sta bene, insomma: adesso aspettiamo la crescita delle altre, come Alice Matteucci e Nastassja Burnett.

Hanno vinto, anzi dominato, il torneo juniores. Uno è la nostra speranza per il futuro: un mancino che adora Nadal ma gioca più vicino a Murray, e che alza il trofeo senza aver perso un set. Si allena in Argentina, passa spesso dagli Stati Uniti, è di Porto San Giorgio e ne va fiero: un italiano non vinceva questo titolo dal 1987 (con Diego Nargiso). La Bencic è una predestinata: svizzera del 1997 (cioè più giovane di quasi tutte le sue avversarie), vince i Championships dopo aver già sbancato il Roland Garros, a dispetto di un fisico che può sembrare minuto spinge a tutto braccio, ha già una forza mentale non indifferente ed è la grande promessa elvetica del domani. Menzioni anche per Kyle Edmund (che ha giocato anche nel torneo principale), Taylor Townsend, finalista nel 2013 dopo aver vinto il doppio l’anno scorso, e Ana Konjuh (del dicembre 1997), fermata in semifinale come a Parigi dopo aver vinto gli Australian Open. (Claudio Franceschini)

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