Brexit/ I possibili effetti del referendum: terremoto in Premier League

- La Redazione

I possibili effetti del referendum Brexit, con il quale la Gran Bretagna voterà l’uscita o meno dall’Unione Europea: una decisione che può avere tanti effetti anche sulla Premier League

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Oggi 23 giugno 2016 il popolo britannico prenderà parte al referendum sulla Brexit, ovvero la possibile uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea. In campo sono già evidenti i due schieramenti. Da una parte troviamo il fronte del leave, gli “sconfitti dalla globalizzazione” che vogliono tagliare definitivamente i ponti con Bruxelles; dall’altra ecco i fautori del remain, il mondo della finanza, una buona fetta di giovani, gli ambienti universitari e in generale i più ricchi della società.

In questi giorni schiere di analisti hanno speso fiumi d’inchiostro per spiegare cosa potrebbe accadere alla Gran Bretagna – e all’Europa in generale – in caso di Brexit, facendo ipotesi più o meno reali ed enunciando tutti i possibili risvolti politici, sociali ed economici con cui dovranno fare i conti i cittadini. Quasi nessuno si è però chiesto quali conseguenze avrebbe l’uscita della Gran Bretagna dall’UE sul mondo del pallone.

La Premier League, massima serie calcistica inglese, è una vera e propria macchina da soldi in grado di fatturare, soltanto grazie alla vendita dei diritti televisivi, un totale di oltre 2 miliardi di euro a stagione, ai quali vanno aggiunti i ricavi ottenuti dalle singole gare (botteghino e servizi da stadio) e dagli accordi di sponsorizzazione. Gli ultimi dati Deloitte parlano di una cifra vicina ai 3,9 miliardi di euro, una valanga di soldi che fa impallidire le timide cifre italiane.

Per dire: la Serie A arriva a malapena a 1,7 miliardi di euro complessivi. Il meccanismo che ha resto possibile una simile ricchezza è da ricercare nel processo di rinnovamento avvenuto all’interno del calcio inglese dopo il 1992, anno di nascita dalla Premier League. Da allora il calcio di sua Maestà ha saputo farsi apprezzare all’estero grazie ad un’attenta strategia di marketing e di vendita dei diritti televisivi. Con l’eventuale uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europa il marchingegno rischia seriamente di incepparsi.

Ecco le principali magagne da non sottovalutare in caso di Brexit. Prima di tutto i club di Premier League dovrebbero fare i conti con le proprie rose, per lo più formate da calciatori non inglesi. Già, perché secondo le norme europee i lavoratori – e quindi anche i calciatori professionisti – possono muoversi liberamente tra gli Stati membri dell’UE. Ma se in Gran Bretagna dovesse vincere il fronte del leave, gli inglesi non farebbero più parte dell’Unione Europa, e quindi tutti i lavoratori stranieri, giocatori e allenatori compresi, avrebbero bisogno di un visto per poter esercitare la professione oltremanica.

Per quanto riguarda il calcio, il problema è che la FA (Football Association) non concede permessi di lavoro a qualsivoglia giocatore ansioso di approdare in Premier League. Per ottenere il visto il calciatore deve rispondere a dei criteri ben precisi, uno su tutti: l’aver preso parte ad almeno il 75% delle gare ufficiali disputate dalla sua nazionale nei due anni precedenti alla richiesta del tesseramento con un club inglese. Inoltre la suddetta nazionale deve occupare uno dei primi 70 posti nella classifica mondiale stilata dalla FIFA. In sostanza soltanto i calciatori più forti riescono ad ottenere il via libera per scorrazzare nei campi di Premier.

E allora? Molti giocatori di rilievo non rispondono ai parametri citati e rischiano il taglio. Fra questi troviamo nomi eccellenti tra cui Azpilicueta e Zouma del Chelsea, Martial e Mata del Manchester United e tanti altri ancora. Sono oltre 100 in Premier; 400 considerando serie minori e campionato scozzese. Un bel guaio, senza poi considerare il problema dalla parte opposta, cioè quei giocatori britannici militanti all’estero – come il gallese Bale – che, in caso di Brexit, diventerebbero extra-comunitari.

Non è finita qui perchè finirebbero nell’occhio del ciclone anche allenatori, proprietari di club e sponsor. In Premier League la quasi totalità delle squadre ha un proprietario straniero: si va da azionisti russi (Chelsea, Bournemouth) ad americani (Arsenal, Liverpool, Manchester United), da egiziani (Hull City) a thailandesi (Leicester City), da cinesi (Aston Villa) a qatarioti (Manchester City). Potremmo trovarci di fronte a cessioni di proprietà clamorose in caso di mancata concessione del visto da parte del governo britannico?

Difficile da dire, anche se tale ipotesi in teoria esiste. Non sappiamo al momento se verranno concesse deroghe particolari per l’ambito sportivo ma il rischio di un effetto a catena è concreto. Un improvviso calo di giocatori potrebbe comportare una diminuzione dell’audience, e quindi meno denaro proveniente dalla vendita dei diritti televisivi traducibile in un calcio inglese più povero.

Insomma, la Premier League, campionato globale e forse inarrivabile in quanto a fatturati e numeri, rischia di finire ridimensionata dai suoi stessi fautori. I tifosi inglesi hanno tre giorni di tempo per fare gli scongiuri.

(Federico Giuliani)

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