ATALANTA/ Alessandro Ruggeri attacca: costretto dagli ultrà a vendere la società

- La Redazione

La magistratura sta indagando sulle pressioni degli ultrà dell’Atalanta sulla società nerazzurra: ecco la denuncia della situazione da parte dell’ex presidente Alessandro Ruggeri.

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Ivan Ruggeri (Infophoto)

Il mondo dello sport di Bergamo è scosso dalle indagini della magistratura che stanno rivelando gli intrecci tra gli ultrà dell’Atalanta e tecnici, giocatori e politici che gravitavano attorno alla società nerazzurra. L’influenza dei tifosi era davvero forte, in particolare quella di Claudio Galimberti, il cosiddetto ‘Bocia‘, e dalle intercettazioni degli inquirenti si capisce che queste frange del tifo arrivarono fino al punto di costringere di fatto la famiglia Ruggeri a cedere la proprietà dell’Atalanta all’attuale presidente Antonio Percassi. “Senza le intimidazioni degli ultrà, mai e poi mai avrei venduto l’Atalanta. Sarei rimasto e avrei portato la famiglia lontano da Bergamo, una città che non merita niente. Se il processo confermerà le tesi dei magistrati, qualcuno dovrà risarcire tutti i danni”, sono le dure parole che Alessandro Ruggeri ha pronunciato in una lunga intervista rilasciata per l’edizione odierna della ‘Gazzetta dello Sport’ dopo un lungo silenzio. Classe 1987, nel 2008 – a soli 21 anni – Ruggeri si ritrovò al comando della società orobica in seguito alla grave malattia che colpì improvvisamente il padre Ivan, che tuttora si trova in stato vegetativo. Ecco che idea si è fatto di quel periodo difficilissimo per la sua famiglia: “Ho letto di ultrà, politici e persino componenti del CdA che si confrontavano su come costringerci a vendere. In tutti i modi, picchiando o non picchiando. Addirittura a prezzo modico, come se spettasse a loro stabilire il valore di un club”. Il giovane Ruggeri spiega che già nei 14 anni di gestione del padre c’erano state pressioni di ogni genere, perché “papà non scendeva a compromessi. Non è mai andato alla festa della Dea, ricordo le scritte sui muri ‘Ruggeri vattene’ ovunque. A volte andavo a scuola con la scorta e avevamo gli agenti davanti a casa 24 ore su 24”. La situazione precipita in occasione di Atalanta-Milan l’11 novembre 2007, giorno della morte del tifoso laziale Gabriele Sandri: “Alcuni ultrà abbatterono una vetrata della curva nord con un tombino e la partita fu sospesa. Il giorno dopo papà, col d.g. Giacobazzi, fece firmare ai giocatori una presa di distanza netta da certa gente. In gennaio venne distribuito un volantino violentissimo e tre giorni dopo papà ebbe il malore dal quale non si è più ripreso. Io mi sono ritrovato a fare il presidente a 21 anni. Quando non ci sono più stati i risultati, le pressioni sono diventate insostenibili”.

Il legame degli ultrà con una parte della squadra era davvero forte, in particolare con Cristiano Doni, all’epoca idolo indiscusso di tutta la città: “Se tornassi indietro non gli farei il contratto, soprattutto dopo avere saputo del calcioscommesse. Ma all’epoca era intoccabile, era troppo influente in uno spogliatoio senza personalità. E pensare che qualcuno ha detto che sarebbe stato il presidente ideale…”, commenta Ruggeri, con una frecciatina anche a Percassi. Nel 2010 l’Atalanta retrocede, ed è il momento più difficile: “Ci furono il raid a Zingonia, i volantini, la bomba carta davanti a casa. L’ultima partita dell’epoca, Atalanta-Palermo, non l’ho potuta vedere su consiglio delle forze dell’ordine. Non era mai capitato in dieci anni, neppure quando papà era in fin di vita. Adesso dall’inchiesta scopro che si tramava per fare pressioni sull’anello debole della mia famiglia, su mia mamma e mia sorella. Questo mi fa stare male. A fare il doppio gioco erano anche persone che stavano nel consiglio d’amministrazione. C’erano presunti amici che, con la scusa di venire a trovare papà, monitoravano la situazione, davano consigli ‘disinteressati’ alla mamma. Roberto Spagnolo era l’uomo di fiducia della mia famiglia. Un secondo dopo che abbiamo venduto è diventato direttore generale con Percassi. Non si è mai visto in nessuna azienda al mondo. Abbiamo venduto per paura. E non abbiamo venduto a prezzo di mercato. Oltre ad Antonio Percassi c’erano degli stranieri che volevano l’Atalanta, ma non li conoscevo. I tifosi, i politici, persino il giornale cittadino, che non ci ha mai amato, spingevano per Percassi. Ho pensato al bene dell’Atalanta. Guarda caso, dopo la vendita si sono ritrovati tutti uniti. Senza quel clima insostenibile, non avrei mai venduto”. L’ultima bordata è per l’ex assessore regionale della Lega Nord Belotti, anch’egli indagato: “Dice che faceva il mediatore tra ultrà e istituzioni. Mediava così tanto che scriveva volantini contro il questore Turillo e contro il club. Questa persona fino a poco tempo fa era assessore regionale, pagato con i soldi dei cittadini. E poi ci chiediamo perché l’Italia è ridotta così…”.



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