BAYERN MONACO-CHELSEA/ La rivincita di Abramovich: dedicato a chi non ci credeva, compreso chi vi scrive

- La Redazione

Gli Dei del calcio hanno detto la loro: il Chelsea è campione d’Europa proprio nell’anno in cui nessuno ci credeva. Merito di Di Matteo e Drogba. Abramovich, dopo nove anni, alza la Coppa.

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Roberto Di Matteo è il primo allenatore italiano a vincere la Champions League con una squadra straniera (Infophoto)

Estate 2003: i principali tabloid inglesi riportano la notizia dell’acquisizione del Chelsea Football Club da parte di un magnate del petrolio russo, un tale Roman Abramovich. È l’inizio di una storia, di una grande storia, che ha avuto il suo epilogo ieri notte a Monaco, con la conquista da parte dei Blues della prima Champions League della loro era. Per di più, la grandezza, la follia, la straordinarietà di questa meravigliosa storia sta proprio nell’epilogo della stessa.

Ma per capire fino in fondo il significato delle immagini di Frank Lampard e di John Terry che si fanno largo tra i compagni sugli spalti dell’Allianz Arena per sollevare al cielo quella tanto ambita e sofferta Coppa dalle grandi orecchie, occorre fare un passo indietro e osservare la dinamica di questa storia dal suo principio. Tutto ebbe inizio, come anticipato, in quella fatidica estate in cui l’uomo di affari Abramovich decise di investire ingenti capitali, mettendo perciò in conto significative perdite, in un club di calcio inglese che fino a quel momento non aveva certo avuto una storia tra le più gloriose, in patria come all’estero.

Da quel giorno d’estate, l’uomo d’affari venuto dall’est è noto in tutto il mondo come Roman Abramovich, patron del Chelsea Football Club, campione d’Inghilterra nella stagione 2004-2005, 2005-2006, 2009-2010 (rispettivamente, il secondo, terzo e quarto titolo nella storia del club, tornato alla vittoria della Premier dopo cinquant’anni) e, da meno di ventiquattr’ore, campione d’Europa 2012. Notorietà pagata indubbiamente a caro prezzo. Troppo caro, sostenevano in molti fino a ieri notte. 920 milioni di sterline investite in poco meno di nove anni di gestione, che hanno portato a Stamford Bridge un allenatore come Josè Mourinho e giocatori del calibro di Didier Drogba, Andriy Shevchenko, Michael Essien, Petr Cech, Ashley Cole, Arjen Robben, Hernan Crespo e molti altri, spendendo cifre record per i cartellini e per gli ingaggi faraonici. Tuttavia, anche il magnate russo ha risentito della crisi economica, tanto che dal 2008 al 2009 il suo capitale crolla da 23,5 a 8,5 miliardi di dollari.

Il che ha ripercussioni inevitabili sul Chelsea: nelle ultime tre stagioni, infatti, le campagne acquisti dei Blues sono state lontane parenti di quelle messe in piedi nei primi anni della gestione Abramovich. L’unico colpo da record negli ultimi tempi è stato l’acquisto del Nino Fernando Torres, operazione da 50 milioni di sterline, la più costosa nella storia della Premier League. Proprio il rendimento di Torres, pupillo del presidente, giocatore attorno al quale c’era una grandissima aspettativa vista la cifra pagata (forse eccessiva), è stato il flop più clamoroso, in quanto inatteso, dell’ultima stagione e, fino a marzo di quest’anno, della stagione appena conclusasi. L’ultimo tentativo del patron russo di risollevare le sorti della squadra è stato l’ingaggio, nell’estate 2011, del tecnico portoghese Villas-Boas, vincitore dell’Europa League l’anno precedente, sbloccato dal Porto su pagamento di una clausola rescissoria di 15 milioni di euro, ma forse paragonato troppo presto al suo ben più famoso e ben più vincente connazionale Josè Mourinho.

L’abissale differenza fra i due si è vista subito: poco più di mezza stagione è bastata a Villas Boas per inimicarsi i senatori della squadra e suscitare il malcontento dei tifosi, viste le prestazioni non convincenti ma, soprattutto, non vincenti. La pazienza di Abramovich è durata fino al termine della gara di andata degli ottavi di Champions contro il Napoli. Poi non ha retto più: Villas-Boas esonerato, guida tecnica affidata all’allenatore in seconda, un certo Roberto Di Matteo, di casa a Stamford Bridge per i lunghi trascorsi da giocatore nel club londinese. Un traghettatore fino a fine stagione, con l’unico obiettivo di limitare i danni: Roman Abramovich era certissimo di questo. Com’era praticamente certo dell’eliminazione dalla Champions da parte del Napoli e dell’impossibilità nel raggiungere il quarto posto in Premier (la FA Cup non era nemmeno presa in considerazione).

Insomma, a conti fatti, anche l’ultimo dispendioso tentativo da parte di Abramovich di riportare il suo Chelsea tra le squadre più grandi d’Europa, in grado di giocarsela coi colossi spagnoli e con le eterne rivali inglesi, sembrava miseramente fallito. Una squadra vecchia, scrivevano alcuni; la fine di un ciclo, dicevano altri. Tutti d’accordo sul fatto che, da quei giocatori, leoni stremati, non si sarebbe potuto spremere più nulla. Tutti d’accordo, nemmeno uno escluso, nemmeno il sottoscritto: 

Nessuno avrebbe puntano un penny (o un cent) su quella squadra, che giocava male e non vinceva. E tantomeno dal momento in cui sulla panchina di Stamford Bridge ha incominciato a sedere un manager con pochissima esperienza che eredita una squadra alle corde. Insomma, più in basso di così, il Chelsea non poteva andare. E difatti non ci è andato. Probabilmente, in certi momenti, gli Dei del calcio fanno capolino tra le nuvole e, guardando giù, restano commossi da certe situazioni sportive dietro cui, non bisogna mai dimenticarselo, ci sono sempre situazioni umane. E vedendo Abramovich con le mani fra i capelli dopo la sconfitta per 3-1 al San Paolo, avranno pensato questo, da lassù: quando uno ci mette così tanto impegno, così tanti soldi, così tanta passione per un progetto, è giusto che venga ripagato. Già nella vita non gli sono state risparmiate le sofferenze, orfano di madre a pochi mesi e di padre a quattro anni.

In più, nel mondo del calcio, si è visto sfumare una finale di Champions per un gol fantasma nella semifinale del 2005 contro il Liverpool; un’altra finale nel 2009, per via di un arbitraggio scandaloso nella semifinale di ritorno contro il Barcellona; e, per finire, ha perso la finale di Mosca ai rigori contro lo United nel 2008, per via dello scivolone sul dischetto del capitano John Terry al momento del rigore decisivo. Ha sempre perso, ma il suo Chelsea era una squadra forte, attrezzata a vincere, che più di una volta avrebbe meritato di alzare al cielo la coppa dalle grandi orecchie. Ma così non è stato, perché c’erano altri da premiare, erano altri che dovevano gioire, e Abramovich e il suo Chelsea piangere: i tempi non erano ancora maturi.

Lo sono diventati quella notte, al San Paolo. Dalle lacrime, si doveva risorgere. Agli Dei del calcio rimaneva solo da scegliere il tramite di cui servirsi per compiere la volontà dell’Olimpo del pallone. E proprio la scelta del tramite è stata la trovata più geniale: non un grande manager alla guida di una grande squadra: questo lo si era già visto in passato, e non aveva funzionato. Perché allora non scegliere l’ultimo dei traghettatori, un allenatore che non avesse altre doti che quella di trovarsi al posto giusto al momento giusto, alla guida della squadra più scarsa di tutte quelle costruite minuziosamente da Abramovich negli ultimi nove anni? Era la combinazione più assurda per vincere; era impossibile vincere con quell’assurda combinazione. Eppure, era la combinazione giusta. Nella sfida di ritorno contro il Napoli, il Chelsea ribalta il risultato e si qualifica ai quarti. Liquida il Benfica senza troppe difficoltà, ed è semifinale. Contro il calcio stellare del Barcellona mette in campo tanto cuore e tanta difesa “all’italiana” e, contro ogni pronostico, non solo elimina i blaugrana, ma arriva in finale senza aver perso né la gara di andata a Londra né quella di ritorno al Camp Nou. Nel frattempo, sconfigge 2-1 il Liverpool a Wembley e alza al cielo la FA Cup.

L’ultimo capitolo di questa meravigliosa storia è stato scritto nel libro del calcio ieri notte a Monaco. 40’ della ripresa: 26 conclusioni a 3, possesso palla 75% a 25%, corner 16 a 0, tutto a favore del Bayern. Con la testa già ai supplementari, arriva il gol di Muller, che fa impazzire l’Allianz Arena e, pensano tutti, regala la coppa ai padroni di casa. Due minuti dopo, però, gli Dei del calcio scelgono il giocatore più rappresentativo dei Blues, Didier Drogba, per pareggiare con una fantastica torsione di testa su calcio d’angolo e portare la partita ai supplementari. Primo tempo supplementare:

Lo stesso Drogba, lo stesso che ha restituito la speranza ai tifosi inglesi, sgambetta in area Ribery, e l’arbitro fischia rigore. Dal dischetto va Robben, il giocatore più rappresentativo dei bavaresi, che si fa parare il penalty da Cech. Si chiudono il secondo tempo supplementare: si va ai calci di rigore. Comincia il Bayern, sotto la propria curva: dal dischetto va Lahm, che trasforma. È il turno di Mata: rincorsa breve, conclusione troppo centrale, neutralizzata da Neuer. Bayern avanti. Dal dischetto va Gomez, che trasforma: 2-0.

Per il Chelsea va David Luiz, rincorsa lunghissima, tiro nel sette: 2-1. A sorpresa per il Bayern va Neuer, che trasforma con tiro basso e angolato: 3-1. E’ il turno di Lampard, il capitano, che non può sbagliare, infatti non sbaglia: 3-2. Olic per i bavaresi, volto teso, tiro neutralizzato da Cech: si resta sul 3-2. Cole ha la possibilità di pareggiare i conti, e non la spreca: 3-3. Ultimi due rigoristi: Schweinsteiger colpisce il palo, scoppia in lacrime. Si comincia a capire che la storia di questa partita era già scritta. Palla della gloria in mano a Drogba, sempre lui, sempre Drogba: lunga la sua camminata dal centrocampo fino al dischetto, durante la quale parla con il pallone, forse prega. Lo posiziona sul dischetto, rincorsa di tre passi, palla da una parte portiere dall’altra.

Il Chelsea è campione d’Europa per la prima volta nella sua storia. Abramovich impazzisce di gioia, così come tutto il popolo suo seguace. È il coronamento di tanti sacrifici, arrivato nel momento in cui nessuno l’avrebbe mai pronosticato. Per questo ancora più bello. Per questo ancora più storia: perché la storia ricorda più a lungo e più nitidamente gli eventi più assurdi e inattesi rispetto a quelli che tutti si potevano aspettare. Questo è quanto.

Proprio al termine del ciclo di vittorie del grande Barcellona di Guardiola, forse la quadra più forte e spettacolare di sempre, diventa campione d’Europa una delle squadre meno forti e di certo meno spettacolari degli ultimi anni. Perché proprio ora? Perché proprio il Chelsea? Perché proprio in casa dell’altra finalista? Queste sono domande a cui solo gli Dei del calcio possono rispondere, e io non ne conosco le volontà più recondite. Però, tutti noi abbiamo la fortuna di vederne in atto i meravigliosi effetti.

 

(Pietro Macchiarella)

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