OLIMPIADI LONDRA 2012/ Fine dei Giochi tra gioia e lacrime: ora ad allenarsi, per Rio 2016

- La Redazione

Sono finite le Olimpiadi di Londra 2016: ricordare tutti i volti protagonisti di queste due settimane di Giochi è impossibile, noi ne abbiamo scelti alcuni, ricordando momenti importanti.

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Mustafina, Douglas, Komova: il podio del concorso all around di ginnastica artistica (Infophoto)

Le Olimpiadi sono finite. L’Italia le ha chiuse con un exploit da cinque medaglie: i bronzi del volley maschile, di Marco Aurelio Fontana nella mountain bike e delle Farfalle nell’al round a squadre di ginnastica ritmica, e gli argenti del Settebello e di Roberto Cammarelle (con infinite discussioni in merito ai giudici). Torniamo a casa con 8 ori, 9 argenti e 11 bronzi: sono 28 medaglie, una in più di quanto preso a Pechino 2008. Gianni Petrucci ne aveva auspicate 25: abbiamo fatto meglio, al netto di qualche delusione inaspettata e anche grazie a imprese che alla vigilia non avremmo pronosticato. Sono state belle Olimpiadi per i nostri colori: Daniele Molmenti è stato scelto come portabandiera per la cerimonia di chiusura, un premio per la splendida vittoria nella canoa slalom. Lui è uno dei volti simbolo della spedizione di Londra, tanti altri ce ne sono e andrebbero celebrati: da chi ha vinto (il sorriso radioso di una tiratrice infallibile come Jessica Rossi, lo strepitoso e commovente podio tutto tricolore del fioretto femminile), a chi ci è andato vicino con decisioni anche controverse (le lacrime di Vanessa Ferrari che non si dava pace per un bronzo scippato, i sorrisi tirati ma alla fine soddisfatti delle Farfalle della ritmica) passando per chi non ce l’ha fatta (i quinti posti tanto diversi di Josefa Idem e Federica Pellegrini, l’Italvolley rosa che ha vissuto la sua personale Corea). Ora che le luci olimpiche si sono spente, e i loro riflessi non baluginano più sulle acque del Tamigi che scorrono sotto il Tower Bridge, la capitale del Regno Unito tira le somme su quanto è stato. Lo facciamo anche noi: ci siamo divertiti, possiamo dirlo. Sono stati 16 giorni intensi, pieni di pathos, di emozioni forti, di gioie e pianti, di attese e delusioni, di episodi belli e brutti. Dal punto di vista italiano possiamo ritenerci soddisfatti: abbiamo confermato la nostra superiorità nella scherma e nel tiro, ci siamo difesi nella boxe, abbiamo preso due storiche medaglie nel taekwondo e come squadre non siamo affondati come si pensava, perché due medaglie possono essere considerate un bel bottino. A vincere, in questi Giochi, è soprattutto lo spettacolo: impianti sempre pieni, pubblico inglese che applaudiva con lo stesso vigore (forse un po’ meno) gli atleti di casa e quelli stranieri durante le premiazioni, un’attenzione che ha sorpreso tutti. Pensate agli 85.000 spettatori presenti a Wembley per la finale del calcio femminile, qualcosa che da noi sarebbe impensabile: Abby Wambach, Carly Lloyd e Hope Solo, signore che hanno vinto tutto, erano emozionate come bambine nell’entrare in uno stadio così, e nel prendersi un oro, l’ennesimo, in un’atmosfera da Champions League. Immagini che fanno il paio con quelle della Water Polo Arena, teatro dei nostri fallimenti nel nuoto, che si è trasformata in un Maracanà impazzito per il bronzo del diciottenne Tom Daley, bronzo nei tuffi da 10 metri, ragazzino atteso da tutti che dopo aver vinto la sua medaglia rideva come nessun altro al mondo, con tutta la squadra britannica che lo festeggiava in acqua. Impiegheremmo giorni e giorni a commentare tutte le facce viste in questi giorni, le imprese di campioni del livello di Usain Bolt, Michael Phelps, Shelly-Ann Fraser. Forse domani, al massimo tra qualche giorno, ci saremo dimenticati del punteggio esatto con cui Team USA ha battuto la Spagna nella finale di basket, o del crono con il quale la staffetta 4×100 femminile degli Stati Uniti ha cancellato il controverso record del mondo della DDR che durava da quasi trent’anni; quello che non sparirà dalla nostra memoria, e ci resterà a lungo, saranno i volti, le eomozioni, i fermo immagine da conservare come cartoline. Come le lacrime di Ruta Meilutyte, che a 15 anni, età da diario segreto e sogni a occhi aperti, trema nel salire sul podio olimpico dei 100 rana, con la presidentessa del suo Paese, la Lituania, che è arrivata fino a Londra per vederla gareggiare, e vincere. O come la preghiera di gruppo, rigorosamente in ginocchio, della nazionale di volley femminile del Brasile, partita malissimo nel torneo e poi risorta fino a fare  il bis dell’oro conquistato a Pechino. A fare da contraltare, le lacrime di Megan Hodge e di tutti gli Stati Uniti, squadrone imbattibile che alla prima difficoltà si è sciolto, ancora battuto in finale, ancora senza alloro, nonostante una Destinee Hooker da clonare. E poi l’emozione di tutti gli sport cosiddetti minori, e che forse minori non sono: chi non si è appassionato, in questi giorni, alla ginnastica artistica e ai volteggi impossibili di Aliya Mustafina, Viktorija Komova e Gabrielle Douglas (prima afroamericana a vincere una medaglia d’oro nell’individuale)? D’accordo…

… la Mustafina ha poi tolto una medaglia di bronzo alla nostra Vanessa Ferrari, ma intanto lei non c’entrava proprio niente, e poi vederla vincere l’oro alle parallele dopo la rottura dei legamenti crociati ha emozionato addetti ai lavori e non. La stessa emozione che abbiamo provato nel vedere l’ennesimo, iellato episodio occorso a Liu Xiang, il fenomeno cinese dei 110 ostacoli, o nell’assistere al centrale di Wimbledon che 28 giorni dopo la grande delusione dei Championships può esplodere sul match point vinto da Andy Murray, che nella finale del tennis schianta Roger Federer e regala alla Gran Bretagna l’oro forse più atteso. Abbiamo visto lo spettacolo del pentatlon moderno, l’istrionico Uzhov olimpionico del salto in alto, la caduta della Isimbayeva dal suo trono e l’eleganza dell’equitazione. Tutto questo è finito: c’è come una patina di tristezza nell’alzarsi al mattino e scoprire che non ci sono gare da raccontare, fenomeni da seguire, emozioni da vedere e scrivere. Si tornerà tra quattro anni, a Rio de Janeiro: qualcuno di questi ragazzi ci sarà ancora, qualcuno no, altri ne prenderanno il posto. Ci arriveremo con gli Stati Uniti “campioni in carica”, avendo superato la Cina nell’eterna lotta che dura da ben più tempo rispetto al 27 agosto 2012. Da domani inizieranno analisi, considerazioni tecniche, ciascuno tornerà alla sua vita “normale”, fatta di allenamenti e sudore, di campionati e tornei europei e mondiali; per il momento, noi ci teniamo queste immagini davanti agli occhi, con un grande ringraziamento a Londra 2012 e un in bocca al lupo a Rio de Janeiro 2016.

 

(Claudio Franceschini)

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