OLIMPIADI LONDRA 2012/ Bragagna (RaiSport): da Bolt a Phelps, fino a Schwazer. Vi racconto i miei Giochi (esclusiva)

- int. Franco Bragagna

Si sono concluse le olimpiadi di Londra 2012: Franco Bragagna, che le ha vissute da molto vicino, traccia per noi un bilancio di queste due settimane di sport, valutandone i protagonisti

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(infophoto)

Cala il sipario sulla trentesima edizione dei giochi olimpici. L’organizzazione londinese si è rivelata splendida cornice per la magia dello sport, che ancora una volta ha dipinto un quadro a tinte forti, che sicuramente resterà impresso nella mente di chi vi ha assistito, per caso o desiderio. Diversi temi sgocciolano dalla vernice olimpica, ancora fresca di record e grandi gesta sportive. L’Italia non ha fatto mancare il suo apporto: sono ventotto le medaglie che imbottiscono la nostra bacheca, di cui otto d’oro. Per tracciare un bilancio delle olimpiadi di Londra 2012 abbiamo intervistato in esclusiva Franco Bragagna, che in qualità di commentatore RAI ha seguito dal di dentro questo grande evento sportivo. Ecco le sue impressioni al termine della manifestazione:

Bragagna, chi mettiamo sul poster di Londra 2012? Michael Phelps, e David Rudisha assieme a Usain Bolt.

Chi invece sulla cartolina azzurra? Niccolò Campriani, oro ed argento nella carabina.

E’ stato lui la maggiore rivelazione delle olimpiadi italiane? Rivelazione no, perché era favorito. Il tiro è una specialità terribilmente mentale, non era facile. E’ una bellissima immagine, contrapposta a quelle pessime come Schwazer, di cosa significhi essere un bravo ragazzo da tutti i punti di vista. Campriani è il marito che ogni mamma vorrebbe per la propria figlia.

A proposito di Schwazer: qual è la sua posizione su di lui? Colpevolista. Sono deluso da un ragazzo che quattro anni fa sembrava il ritratto della gioia di vivere. 

Come si spiega il suo caso di doping? Si è creato un obbligo, quello di vincere a tutti costi: ha dovuto impiegare mezzi illeciti per essere sicuro. E’ una grossa delusione, anche personale.

Avendo visto anche i risultati di Federica Pellegrini, non ritiene che questi atleti reagiscano male ad un’eccessiva pressione nei loro confronti? Tutti noi abbiamo compiti da portare a termine, così come dei momenti di difficoltà, in cui vorremmo attaccarci a cose come la fede, piuttosto che la famiglia. Quando si prendono scorciatoie non c’è confessione che giustifichi. Certo, ci sarà anche pietà per le cose che Alex non doveva fa re e ha fatto, però nei momenti di debolezza si deve cercare un’altra maniera di uscirne.

Per esempio? Magari il conforto dei familiari, nel suo caso quello della sua compagna, ma non si può far tutto da soli, ammesso che Schwazer abbia agito da solo, per cercare la vittoria a tutti i costi. 

Un altro “caso” che ha suscitato dibattito è quello relativo a Oscar Pistorius: pensa che debba gareggiare con i normodotati?

Premetto che Oscar è una persona meravigliosa, a tutto tondo, un vero e proprio promo per lo sport degli atleti disabili.

Detto ciò? Avendo lui le protesi meccaniche, pratica uno sport molto simile all’atletica, ma che non è atletica.

Perché? Grazie alle protesi lui ottiene un vantaggio. Nella specialità dei 400 metri, la seconda metà gara non si può correre più forte della prima, perché c’è un grande accumulo di acido lattico nella muscolatura. Le protesi non vengono riempite di acido lattico, e grazie all’effetto di rimbalzo che danno Pistorius riesce ad andare più forte.

Però possiamo immaginare che le protesi comportino anche degli svantaggi… Il problema è la messa in moto dell’assetto della corsa, ma le protesi gli restituiscono il vantaggio perché non risentono dall’affaticamento dovuto all’acido lattico. Poi l’aspetto personale è un’altra cosa.

Qual è la medaglia o la storia sportiva che l’ha sorpresa di più? Tra le “mie” discipline (quelle dell’atletica, ndr) sicuramente il giovane Walcott, oro di Trinidad&Tobago nel giavellotto. In una disciplina molto tecnica, è la dimostrazione che l’atletica ha ormai raggiunto tutti gli angoli del pianeta, in tutte le sue forme.

In che senso? C’è un insieme di componenti tecniche che una volta erano dell’Occidente e che adesso arrivano a terre non particolarmente benestanti. Paesi come i caraibi, o come quelli africani, solitamente erano più specializzati sulle discipline pure come la velocità o la maratona.

Tra le medaglie italiane invece? Quella che mi ha più divertito, anche per il personaggio, è l’oro di Daneie Molmenti nella canoa slalom. Mi ricorda Braccio di Ferro: un personaggio positivo, pronto alla battuta, in una specialità che è il rapporto pieno e gioioso tra uomo e natura.

A proposito di canoa: da Josefa Idem abbiamo avuto il massimo?

Josefa è una persona di un tale spessore, sportivo e culturale, che niente mi sorprende più di lei. Tecnicamente io le chiedevo niente più di una finale, e lei è arrivata ad un passo dal vincere una medaglia. Cos’altro si può volere di più?

La conosce personalmente? Sì, ha una semplicità incredibile nell’affrontare la vita di tutti i giorni. E’ positiva nella comunicazione del suo modo di vivere. La Idem è la naturalezza della vita che scorre, affrontata con saggezza ma anche col quel fatalismo che ti fa stare aperto al domani. E’ un esempio.

Se ne parlava anche a Pechino: non ha avuto la sensazione che i giudici fossero un po’ orientati a favorire gli atleti di casa? Non ho seguito sport dove ci fosse l’influsso delle giurie. C’è stato l’episodio di Cammarelle: io ho visto giusto l’ultimo round, e francamente non mi è parso un verdetto scandaloso, perché nella fase finale Joshua ha piazzato una serie di colpi. Globalmente mi sembra che cose più clamorose si siano viste in altre edizioni.

 

(Carlo Necchi)

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