US OPEN/ Tennis, Andy Murray vince il primo Slam in un’epica battaglia con Djokovic (video)

- La Redazione

Andy Murray vince gli Us Open e porta a casa il primo titolo Slam della carriera. Lo scozzese fa sua una battaglia epica contro Novak Djokovic, che sotto 2-0 si riporta in parità ma cede.

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Andy Murray con il trofeo di Wimbledon (Infophoto)

Chissà se alla fine della partita Andy Murray si sarà ricordato di quanto gli aveva detto Roger Federer sull’erba di Wimbledon: “Vincerai uno Slam”. Allora lo scozzese non ci avrà dato troppo peso: stava piangendo per l’occasione persa, per l’ennesima finale di un major chiusa a guardare l’avversario festeggiare. Lo svizzero aveva voluto rendergli omaggio per un grande torneo e una partita in cui dopo tutto gli aveva strappato il primo set, e aveva buttato lì quella frase che Murray forse aveva sentito appena. Nel giro di tre mesi è cambiato tutto, e magari lo scozzese una telefonata al Re l’avrà fatta. Per ringraziarlo. E’ lui a vincere gli Us Open 2012, al termine di una battaglia epica con Novak Djokovic, campione in carica. Finisce in 4 ore e 54 minuti: per Murray è il primo, agognato titolo dello Slam, che arriva a 25 anni, dopo immense delusioni e a coronare una seconda parte di stagione perfetta, con la finale di Wimbledon e l’oro olimpico strappato a Federer, che a Londra ha vissuto la delusione più cocente della carriera (se non altro perchè è l’unica cosa che lo svizzero non ha mai vinto). Lo scozzese inoltre spezza il dominio del “triumvirato” Federer-Djokovic-Nadal, non solo perchè è il nuovo numero 3 del ranking ATP (scavalca Rafa, penalizzato dall’infortunio), ma anche perchè mette fine a una serie di 11 tornei major vinti dai tre di cui sopra, a cominciare dall’Australian Open 2010. Cinque tornei per Nadal, quattro per Djokovic, due per Federer dopo che Juan Martin Del Potro aveva battuto il Re proprio qui a Flushing Meadows, tre anni or sono; adesso, Murray si inserisce con la certezza di chi sa di aver raggiunto quel livello, e intanto iscrive il nome di un britannico negli albi d’oro dei majors dopo 76 anni: ll’ultimo era stato Fred Perry, nel 1936 e proprio agli Us Open, che però allora si chiamavano National Championships e si giocavano sull’erba, a Forest Hills.

Che la partita sarà lunga lo si capisce subito. Nel primo set Murray prende il comando strappando il servizio a Djokovic nel quinto game, ma si fa recuperare e si va dritti al tie break con scambi furibondi di 30 o più colpi (il record sarà di 54: un’enormità) nei quali nessuno prevale sull’altro nonostante bordate pazzesche, righe pizzicate e angoli spolverati. Murray ha bisogno di sei palle set per avere ragione di Djokovic che sembra uno di quei pupazzetti che quando li spingi non cadono mai ma si rialzano; quando infine Nole risponde lungo a un servizio di Murray, ci si siede che è passata quasi un’ora e mezza (solo il tie break è durato più di 20 minuti), si è alzato il vento e la sensazione è che la partita sia appena iniziata. Sensazione che Murray toglie subito: in un batter d’occhio scappa sul 4-0 e va a servire con due break di vantaggio. Sembra un epilogo scontato, e invece Djokovic, che stava già pensando a come fare per rimontare due set di svantaggio, incredibilmente torna sotto, prima con il break che lo riporta 2-4, poi addirittura sul 5-5. Murray si lamenta costantemente ad alta voce, sembra di colpi che in allenamento non allena a sufficienza e quindi in partita sbaglia. Ivan Lendl, il suo coach, in tribuna è la consueta sfinge, felpa rossa e occhiali da sole e guai ad alzarsi in piedi mezza volta. In campo invece la tensione è palpabile: ci pensa Murray a spezzarla, tenendo il servizio e poi prendendolo a Nole che capitola 7-5. Il giocatore più forte sul cemento (27 vittorie consecutive) è in palese difficoltà, e di certo non lo aiuta aver perso due set sul filo di lana: la fiducia ne risente. Però, non si vincono cinque tornei dello Slam per caso, non si diventa numero uno al mondo per chissà quale caso: Djokovic rientra in partita con l’autorità dei più grandi, piega Murray sul 6-2 in 51 minuti e in apertura di quarto set prende subito il break decisivo e lo tiene fino in fondo, portando il match in parità e con il servizio in apertura di quinto e decisivo set. A quel punto abbiamo oltrepassato le quattro ore di gioco, a New York sono le otto di sera, i riflettori si sono accesi da tempo e i 23.700 spettatori dell’Arthur Ashe non potrebbero essere più adrenalinici. Nei due box si respirano arie diverse: in quello di Murray, la madre soffre come solo una madre nel vedere un figlio in difficoltà può fare, Kim Sears cerca di non celare emozioni ma è visibilmente preoccupata, a guardare Lendl si penserebbe che la partita sia appena cominciata. Nel box di Djokovic, genitori e coach sono altrettanto impassibili ma trapela l’entusiasmo per la rimonta, mentre Jelena Ristic come al solito incita e sprona il fidanzato. Si torna in campo, e Murray apre con break, servizio tenuto, break. Sul 3-0 però lo scozzese si fa nuovamente prendere dal pensiero di essere vicinissimo al trionfo, e concede ancora il servizio. Si teme un prosieguo analogo a quello del secondo set, e guai ad andare punto a punto con Djokovic per la terza volta: una la vinci, due anche, alla terza non la scampi. Andy però non ha scelto come allenatore un 8 volte campione slam per potersi vantare con gli amici: gli insegnamenti mentali hanno effetto, lo scozzese resiste e anzi piazza un altro break, salendo fino al 5-2 e potendo servire per il match. Djokovic chiama il personal trainer per un problema all’inguine, forse anche una tattica per distrarre l’avversario; non funzionerà. Si torna in campo, Murray mette lì una volee di rovescio, poi il giudice di linea chiama out un servizio vincente. Ma è il momento di Andy, che chiama il falco e ha ragione: 30-0. Poi siamo 40-0, e secondi più tardi Murray vede sfilare lungo un dritto in risposta di Nole, si porta le mani al volto e, con la faccia di chi non sa se gridare, piangere o mantenere il contegno british, va ad abbracciare Djokovic, che gli renderà poi l’onore delle armi. Finalmente, Murray ce la fa: vince un torneo dello Slam (alla quinta finale: come Lendl, guarda un po’), e adesso può dirlo senza timore di essere preso in giro: tra i fenomeni di oggi, il suo nome ci sta benissimo. Certo, rimane quella piccola questioncina di Wimbledon, di Fred Perry e del 1936; perchè d’accordo il ritorno della Gran Bretagna, ma ai Championships la maledizione non è ancora stata spezzata. Lì Lendl non può aiutarlo, perchè di tre finali giocate ai Championships non ne ha vinta nessuna. Però, che diamine, facciamolo festeggiare a Flushing Meadows: per Londra c’è molto, molto tempo.

(Claudio Franceschini)





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