LUIS ENRIQUE/ Da Roma a Barcellona, la metamorfosi dell’asturiano e quel secondo anno che non ci fu

- La Redazione

Luis Enrique è in testa alla Liga con il Barcellona, che non ha ancora subito gol: la trasformazione di un allenatore che scelse di lasciare la Roma nonostante la dirigenza volesse tenerlo

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Luis Enrique in panchina ai tempi della Roma (Infophoto)

Ricordate la Roma del ? Chiuse al settimo posto in campionato segnando 60 gol (quarto miglior attacco) ma subendone 54 (quattordicesima difesa), e andando incontro a imbarcate da incubo (quattro reti incassate a Bergamo e Lecce). Ricordate quella Roma? Un gioco con tanto possesso palla, ma spesso sterile e orizzontale; qualche fiammata, ma una fragilità difensiva a tratti imbarazzante. L’allenatore era Luis Enrique; a fine stagione la dirigenza gli chiese di restare ma lui, stressato da un ambiente che sa essere molto pressante, scelse la via dell’anno sabbatico e salutò. Forse la società aveva visto giusto e lontano, intuendo quelle che potevano essere le potenzialità del tecnico asturiano. Chissà: noi possiamo solo dire che al momento il suo lavoro a Barcellona sta pagando. I blaugrana lo hanno scelto per risollevare la squadra dopo un anno difficile, con Gerardo Martino contestato per aver cambiato la sacra filosofia “culé” (lo avevano messo in croce dopo una vittoria roboante solo per aver perso nel dato del possesso palla) e per non aver vinto nulla (se non la Supercoppa di Spagna). Una promozione simile a quella che nel 2008 avviò il regno dominante di Pep Guardiola: ex giocatore amato dal Camp Nou, uomo forte del club, già allenatore della squadra B. I suoi numeri? Sei vittorie e un pareggio in campionato, quattro punti di vantaggio sul Real Madrid e cinque sull’Atletico. I gol segnati: 19. I gol subiti: zero, ed è questo il dato clamoroso. In Italia la sua organizzazione difensiva lasciava a desiderare, qui Claudio Bravo ha già polverizzato il precedente record di imbattibilità iniziale che nella Primera Division durava dal 1977. Come dire che Luis Enrique ha imparato dai suoi errori e che si sta perfezionando come allenatore, aiutato in questo dall’anno passato al Celta Vigo, per lui una palestra importante. Il suo Barcellona non è la spettacolare macchina simil-Playstation che giocava a mille all’ora, non sbagliava un passaggio nello stretto e andava in porta quando voleva; 

è ragionatore e cinico, lavora ai fianchi ma quando parte fa paura. E poi la “sfrontatezza”: presentarsi alla prima di campionato con tre ragazzi del 1995 titolari e confermarli nelle uscite seguenti (con i risultati che stiamo vedendo) non è da tutti, specie se sei al Barcellona dove la vittoria è quasi un obbligo. Viene in mente il Fabio Borini lanciato in quella stagione giallorossa: un bagliore in un cielo cupo e una bella intuizione del tecnico dall’aria triste che lasciò quasi senza far rumore, salutato solo – e forse non è un caso – da Totti e De Rossi. Ora, la Roma di oggi non può considerare Luis Enrique un rimpianto. C’è Rudi Garcia, i giallorossi sono uno squadrone e giocano un calcio tra i migliori d’Europa con tanto di risultati ottimi. Però, un po’ di voglia di riavvolgere il nastro viene lo stesso; il secondo anno dell’asturiano a Trigoria, chissà, avrebbe potuto sorprendere. In positivo. A Barcellona non ci pensano e se lo godono; finchè i risultati ci sono, tanto di guadagnato.

(Claudio Franceschini)

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