BASKET REPORTAGE/ Il dramma della serie A: da Treviso a Sassari passando per i diritti tv

- La Redazione

L’addio di Benetton, la bocciatura di Sky e lo sponsor mancante in Sardegna. Ecco la crisi del basket nazionale che potrebbe portare a un preoccupante ridimensionamento

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Repesa coach di Treviso (Foto Ansa)

“I love this game” recita un celebre slogan Nba che i ragazzini di mezzo mondo esibiscono sulle proprie magliette. Lo amano in tanti, il basket della palla a spicchi e del parquet lucido. In Italia un po’ meno, vuoi per la crisi economica, vuoi per lo strapotere del calcio. Ma la situazione della nostra pallacanestro è più seria del previsto e non certo addebitabile alle prodezze dei vari Totti e Del Piero. Quello che da molti viene considerato il secondo sport nazionale di squadra (dopo il calcio, appunto) vive giorni bui e naviga a vista a partire dalla serie A.

In una manciata di settimane il basket nostrano è stato travolto da una serie di eventi decisivi, tali da condizionarne il futuro. Il primo è rappresentato dal clamoroso addio della famiglia Benetton al basket trevigiano: “buttare i soldi non piace a nessuno”, fa sapere il patron Gilberto, dal 1981 al timone della Pallacanestro Treviso. Motivazioni, crisi e investimenti: la famiglia più in vista del Veneto ha detto basta scatenando lo sconforto di una piazza e di un movimento a cui Treviso ha contribuito con campioni del calibro di Andrea Bargnani e Tony Kukoc, per non parlare di allenatori come Mike D’Antoni ed Ettore Messina.

Mentre i giovani di belle speranze, il trio Bargani-Belinelli-Gallinari, si fanno largo in Nba, il mostro sacro della pallacanestro tricolore va in pensione. Carlton Myers, 40 anni e una carriera da brividi, dà il suo addio al basket giocato lasciando scorrere una lacrima ai tanti appassionati che non dimenticheranno il record di 87 punti segnati in una sola gara. Oggi però si fanno i conti con un campionato di medio (basso?) livello, affollato di poche individualità e tanti italiani che le istituzioni sportive provano a incatenare in campo con magri risultati, eccezion fatta per qualche sorpresa come Gentile, Hackett e Viggiano. Ok le questioni tecniche, ma campeggia un tema decisivo: quello del Dio denaro, vero carburante del movimento cestistico.

 

Recentemente diversi club si sono trovati a lottare con stipendi, conti e debiti da saldare. Neanche il ritrovato All Star Game è riuscito a portare un po’ di ossigeno (e denari) al movimento della palla a spicchi. Anche perché da qualche settimana è arrivata la sonora porta in faccia di Sky che, dalla prossima stagione, rinuncerà al basket chiudendo il rubinetto dei versamenti per i diritti tv. Ecco in pista Rai e Sportitalia: facile a dirsi. Ai vertici della Tv di stato sembrano troppi i 2,5 milioni di euro che la Lega Basket ha chiesto per il pacchetto partite. Nel frattempo Viale Mazzini si è assicurata i diritti per il golf (rispettabilissimo) mentre quelli del basket rimangono appesi ad un filo, e con loro gli unici introiti “sicuri” per i club.

 

Non è un mistero che in Italia siano le grandi famiglie a portare avanti, quasi per mecenatismo, le società di basket. Pochissimi si azzardano ad investire nella palla a spicchi e di imprenditori stranieri neanche l’ombra. C’è l’infinita pazienza di Valter Scavolini (da 35 anni al timone di Pesaro), la generosità di Re Giorgio Armani in quel di Milano e le larghe spalle del Monte dei Paschi per la Mens Sana Siena, unica italiana qualificata alle final four di Eurolega. A Roma non si vince da anni nonostante la famiglia Toti, dal 2001 in cabina di comando, investa con generosità nel basket giallorosso. C’erano anche i Benetton, ma dal 2012 usciranno di scena: un segnale d’allarme per tutto il movimento.

 

Comprese le società “piccole” come Sassari che, al primo anno in serie A, arruolano i big three White-Hunter-Diener, fanno il miracolo sportivo e sfiorano i playoff, ma non hanno uno sponsor principale (quello sulla canotta) e rischiano di sparire. Perché non ci sono i soldi per proseguire. Perché, nonostante la squadra riempia ogni domenica il proprio palazzetto e abbia portato tre giocatori all’All Star Game, non ha le spalle coperte per pianificare il futuro, senza il main sponsor da un milione di euro, con il rischio che la società venga venduta e il basket saluti la città sarda. La storia attuale di Sassari è paradossale: Repubblica l’ha definita “un miracolo senza sponsor”, mentre il resto della penisola fa orecchie da mercante e, al massimo, esprime una tiepida solidarietà. La domanda sorge spontanea: il basket italiano interessa ancora a qualcuno?

 

(Marco Fattorini)

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