CESSIONE MILAN/ Dalle treccine di Gullit ai soldi di Mr. Bee: il vecchio cuore rossonero diventa ‘made in China’

- La Redazione

Cessione Milan: Silvio Berlusconi ha ceduto il 48% delle azioni rossonere al thailandese Mr Bee Taechaubol, che ha versato 500 milioni di euro. La lettera di FRANK MACHINE

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Mi ricordo ancora, saranno stati i primi anni ’70, lo stupore di vedere scritto su piccoli adesivi o linguette di stoffa la scritta ‘made in china’. Questa parole furono forse la mia seconda è terza parola in inglese che imparai, la prima, come ogni ragazzo di quei tempi, anno più anno meno gli stessi di ‘Nino’ cantaro da De Gregori, fu football. Mio padre e mia madre mi ricordo lo pronunciavano: fubal.

A mio padre (Nino lo chiamavano tutti) devo moltissimo della mia formazione umana, anche l’amore alla libertà imparata dal fatto che lui era un grande interista, presidente per qualche anno dell’Inter Club Dergano-Bovisa (e Club lo diceva ‘club’ non ‘clab’) ma mi lasciò diventare milanista. Forse il suo errore fu lasciarmi andare a giocare nei primi anni di vita con mia cugina Gabriella, milanista clandestina, di una famiglia interista che per ironia della sorte di cognome faceva Mazzola. Allora erano gli anni di Carraro poi vennero Buticchi, quello della Fatal Verona e poi Colombo, il presidente dalla Stella alla stalla per il Totonero, fino a Farina ovvero il presidente delle frodi fiscali e i presidenti Loverde e Nardi, i traghettatori.

Poi arrivò Lui, arrivò a cavallo del campionato 1985-86, e ritornò a cavallo di un elicottero l’estate dell’86. Le notizie, a quell’epoca si leggevano solo sui giornali di carta, e per questo trascorrevo con i compagni di fede le notti all’edicola di piazza Baiamonti ad aspettare la notizia: fallimento o resurrezione? Fu resurrezione! Anche la cavalcata delle valchirie che echeggiò all’Arena Milanese all’arrivo della prima formazione dell’era Berlusconi, fu profetica delle cavalcate di Gullit, di Maldini, da Milanello a Barcellona passando da Vienna, Atene, Manchester fino ad arrivare in Giappone. Il Milan in fondo spendeva poco rispetto a quanto vinceva e quindi guadagnava, ma soprattutto noi 70 mila della notte di Barcellona del maggio ’89 eravamo disposti a sostenerlo, perché ci ripagava di più quanto spendevamo. Avevamo troppa fame di vittorie che nessuno guardava più in là del piatto che continuamente veniva riempito. Poi cominciò un periodo dove si poteva anche prender fiato tra una portata e l’altra, ma il cibo, quando arrivava, era ancora di qualità. Gli anni di Sheva e Kaka. È qui che…

…il disco fa click, e la favola breve se ne va ma, a differenza delle fiabe sonore, il cantastorie un’altra non comincerà. Tolto un miracoloso scudetto di Allegri, il giocattolo societario si era definitivamente rotto. Forse pochi se lo ricordano ma al Milan è dal 2008 che la presidenza è vacante, Berlusconi è onorario. Oramai sono anni che ‘la macchinetta la fà pu i dane’, anzi del rossonero nei bilanci è rimasto solo il rosso.

E anche la casa madre ‘Fininvest’ non è più così vincente. Berlusconi è brianzolo, una zona dove l’anima del commercio Dio l’ha profusa più che in altre parti del mondo. Nell’86 comprò il Milan per commercio e affetto, ora per affetto tiene il 52% e per campare vende il 48%. Questa volta non lo fa per rilanciare l’azienda attraverso la squadra ma per incassare maggior liquidità spendendo il meno possibile. Questa volta però i soldi non saranno i tifosi a darli con le tessere dello stadio, le magliette, i cappellini con le treccine, gli incassi della Champions ma la borsa.

L’anima e il cuore in borsa non si comprano perché non ci sono. Non sapremo più di chi saremo: giocheremo a San Siro il campionato, e ci saranno tifosi in Arabia e in Cina, forse non andremo in serie Bee, i lanci sul fondo diventeranno fondi lanciati nelle borse del mondo, vinceremo ancora titoli ma quelli che veramente conteranno saranno quelli quotati in borsa. Addio vecchio cuore rossonero.

 

(Frank Machine)

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