CALIBRO 9/ L’omaggio al poliziottesco si rivela un flop senza attenuanti

- Carmine Massimo Balsamo

Calibro 9, la recensione del film diretto da Tony D’Angelo con protagonista Marco Bocci, fuori concorso al Torino Film Festival 38

calibro 9
Marco Bocci in Calibro 9

Girare il sequel di un ottimo film 48 anni dopo è una mossa rischiosa, ma girare il sequel di un cult è la classica mission impossible. Calibro 9 di Toni D’Angelo, presentato in anteprima fuori concorso al Torino Film Festival 38, è il seguito di Milano calibro 9, lungometraggio diretto da Fernando Di Leo che ha scritto la storia del genere poliziottesco. L’operazione, come facile prevedere, non è stata un successo…

Milano, oggi. Fernando (Marco Bocci), il figlio di Ugo Piazza, è un brillante penalista cresciuto da sua madre Nelly (Barbara Bouchet) con l’intento di farne un uomo diverso da suo padre. Ma se in città scompaiono 100 milioni di euro con una truffa telematica, e se il principale indiziato è proprio un cliente dell’avvocato Fernando Piazza, quel cognome non può non avere un peso e portare ad un naturale collegamento. Soprattutto se la società truffata è solo una copertura e, chi c’è dietro, è una delle più potenti organizzazioni criminali del pianeta: la ‘ndrangheta. Milano, Calabria, Francoforte, Mosca e Anversa sono solo alcune caselle dello scacchiere su cui Fernando è costretto a giocare la partita per la propria vita… una partita da giocare a tutto campo, impegnativa come il nemico che si trova a fronteggiare.

Calibro 9 è un omaggio ricco di citazioni al film diretto da Di Leo, basti pensare ai protagonisti: Fernando (Marco Bocci) è figlio di Ugo Piazza (Gastone Moschin nel film precedente), mentre il personaggio di Rocco Musco è interpretato da Michele Placido (ruolo ricoperto in precedenza da Mario Adorf). Infine, la Bouchet torna a vestire i panni di Nelly, anche se purtroppo le poche sequenze che la vedono protagonista sono rovinate da un doppiaggio chiaramente artefatto.

Toni D’Angelo racconta la stessa criminalità organizzata portata cinquanta anni fa sul grande schermo da Di Leo, a cambiare sono i mezzi. Calibro 9 parte da una truffa telematica da 100 milioni di euro e non si limita a raccontare quanto accade in Italia, percorrendo le più importanti capitali europee. Il problema principale è legato alla sceneggiatura, assai confusa e decisamente inespressa, anche se resta quantomeno apprezzabile il tentativo di portare il poliziottesco anni Settanta su un territorio più moderno.

Nonostante i buoni propositi, come dicevamo, Calibro 9 sbanda sin dalle prime battute. Le scene di azione non si avvicinano minimamente a quelle dei poliziotteschi anni Settanta, ma anche a quelle di film ben più recenti come Gomorra o Suburra. Ricordano più che altro quelle delle serie tv Taodue. Un altro grosso punto debole è il tentativo di innestare nel racconto un amore impossibile che non può che sfociare nel melodramma.

Senza mettere in discussione le qualità interpretative degli attori, il casting non sembra dei più azzeccati. Pensiamo al ruolo più importante: Marco Bocci non riesce a reggere il peso di un personaggio come Fernando Piazza, risultando poco credibile agli occhi dello spettatore. Anche la meravigliosa Ksenia Rappoport appare fuori luogo nei panni della nipote di Rocco Musco, in questo caso anche per una carenza di giustificazione in sede di costruzione del personaggio.

Calibro 9 non raggiunge la sufficienza e purtroppo neanche si avvicina. Dopo il buon Falchi, Toni D’Angelo non riesce a vincere una sfida ai limiti dell’impossibile.



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