CAOS AFGHANISTAN/ Fallimento Usa, chi trema adesso: dall’Ucraina a Taiwan

- Leonardo Tirabassi

Non c’è solo la ritirata disastrosa: altri errori strategici degli Usa, dal trattamento degli alleati locali alla marginalità della diplomazia, avranno gravi conseguenze

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Soldati americani in Afghanistan (LaPresse)

La fuga da Kabul da parte degli americani è qualcosa di peggio di una sconfitta militare. È un disastro politico della superpotenza americana che dimostra di non saper svolgere il suo ruolo di leadership imperiale.

È peggio di una sconfitta militare perché è una scelta non determinata da nessuna costrizione. Solo un misto di incompetenza e arroganza è la causa della tragedia. Questa volta è peggio del Vietnam, in quel caso ci fu una sconfitta in una guerra che si era dimostrata altro, guerra di liberazione e non scontro nel teatro della guerra fredda.

Biden nel suo discorso, terribile per sincerità, lo ha detto in modo chiaro senza un’ombra di autocritica. Riassumendo. Gli Stati Uniti non hanno commesso errori di nessun tipo. Eravamo in Afghanistan per sconfiggere Al Qaida e abbiamo raggiunto lo scopo. Nessuno voleva esportare la democrazia, lo stato di diritto, i diritti umani, e l’uguaglianza uomo-donna. Se ora a Kabul ci sono i talebani è tutta colpa del popolo afghano. Noi americani non possiamo restare all’infinito in teatri che non ci interessano per aiutare le altre nazioni, impelagandoci in guerre civili che non ci riguardano, facendo così un regalo ai nostri competitors – Cina e Russia. L’esempio vincente per combattere il terrorismo internazionale è la guerra all’Isis: intelligence, bombardamenti aerei, droni, truppe speciali e sul terreno fanteria di alleati locali. Tutto chiaro?

No. Sorvolando sul fatto, sotto gli occhi dell’opinione pubblica, della disorganizzazione folle della ritirata, e sulla (non) esportazione della democrazia, restano per lo meno tre problemi che lanciano al mondo un messaggio terribile.

Il trattamento degli alleati locali, in questo caso afghani. Ancora una volta si ripete la tragedia del Vietnam, i ponti aerei non bastano a portare in salvo tutti e comunque andavano organizzati prima dell’entrata dei talebani, in sicurezza. Le immagini contano.

Il secondo: Biden non ha nominato una volta gli alleati occidentali, la Nato, tra cui l’Italia che ha perso ben 50 uomini, che era intervenuta in aiuto degli Usa, in nome dell’articolo 5 del Trattato atlantico. Non ha trattato con nessuna cancelleria occidentale la sua strategia.

Il terzo. In compagnia di Bush, Obama, Trump, Biden non ha coinvolto né i paesi confinanti, né l’India, né la comunità internazionale nella gestione del caso afghano. Non era forse il caso fin dall’inizio di coinvolgere Russia e Cina che all’indomani dell’11 settembre avevano espresso tutta la solidarietà a Washington?

Il messaggio che una simile politica solipsistica lancia è purtroppo chiara. Agli alleati locali: siete importanti finché rientrate nei nostri piani e interessi.

Agli europei, agli altri paesi Nato: non avete nessun diritto a condividere strategie e decisioni che spettano solo a noi americani.

Al resto del mondo, ai competitors: noi agiamo da soli. La diplomazia è uno strumento marginale.

Quali saranno le conseguenze di una simile politica estera, non è difficile capirlo. Certo i primi a non dormire sonni tranquilli sono proprio quei paesi a rischio, dall’Ucraina a Taiwan, agli alleati locali in Medio Oriente.

Speriamo che questa volta l’Unione Europea, e per lo meno le cancellerie di Parigi, Berlino, Roma inizino a pensare ad una politica estera globale e non solo all’immigrazione clandestina.

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