CAOS ARMENIA/ “Le elezioni, unico modo per evitare un golpe e sanare un paese diviso”

- int. Pietro Kuciukian

L’Armenia è divisa in due tra il partito al governo e le forze di opposizione che chiedono le dimissioni del primo ministro Pashinyan

armenia pashinyan 1 lapresse1280 640x300
Al centro, il primo ministro armeno Nikol Pashinyan (LaPresse)

Continua il momento difficile dell’Armenia, apertosi dopo la sconfitta nella guerra con l’Azerbaijan. Il trattato di pace stipulato con la supervisione di Mosca ha visto infatti gli armeni costretti a cedere territori a maggioranza armena, parte del Nagorno-Karabakh da sempre al centro delle dispute tra i due paesi. Ciò ha portato a un profondo malcontento popolare, guidato dal partito di opposizione Dashnaktsutyun, che chiede le dimissioni del primo ministro in carica Nikol Pashinyan che, secondo Pietro Kuciukian, console onorario della Repubblica di Armenia in Italia, da noi intervistato, godeva prima della guerra del 90 per cento del consenso popolare. “La situazione si è complicata quando il primo ministro ha chiesto le dimissioni del Capo di stato maggiore dell’esercito, colpevole secondo lui della sconfitta, cosa che ha portato l’esercito a stringersi a lui, rifiutando a sua volta le dimissioni”. La situazione è molto difficile, ci ha detto ancora Kuciukian, e solo elezioni anticipate possono chiarirla, assicurando però che “non c’è pericolo di un colpo di stato militare: in Armenia l’esercito si è sempre tenuto lontano dalla politica”.

L’Armenia appare spaccata in due: da una parte, il premier Pashinyan e il suo partito al governo; dall’altra, le forze di opposizione che ne chiedono le dimissioni. Ci può spiegare che parti politiche rappresentano i due schieramenti?

Pashinyan, avendo ottenuto la maggioranza alle ultime elezioni con il partito da lui fondato, Im Kayl, che in italiano significa “Il mio passo”, non intende dimettersi perché dice che il popolo lo ha voluto.

E a sua volta ha chiesto le dimissioni del Capo di stato maggiore dell’esercito, accusandolo della sconfitta miliare con l’Azerbaijan.

Esatto, voleva far dimettere il Capo di stato maggiore, ma le dimissioni devono essere firmate dal presidente della Repubblica, il quale finora non ha firmato, spiegando che, essendo una situazione di emergenza, si riserva di prendere del tempo. Ci sono manifestazioni continue del suo partito e dell’opposizione, fortunatamente pacifiche.

Questa opposizione invece che parte politica rappresenta?

Un insieme di partiti guidati dalla Federazione rivoluzionaria armena.

Cercando di inserirli in un’ottica occidentale, come possiamo definire le due forze in campo?

In Armenia non c’è una situazione politica paragonabile, ad esempio, a quella italiana. Possiamo dire che il partito del primo ministro è di centro-sinistra, mentre quello all’opposizione è di centro-destra, ma entrambi sono forze nazionaliste, che è l’ideologia politica che unisce tutti gli armeni. Persa la guerra, è ovvio che la gente delusa sia scesa in piazza a dimostrare contro il governo che ha fallito contro l’Azerbaijan.

E i militari? Che ruolo giocano in tutto questo?

I militari si sono schierati a difesa del loro Capo di stato maggiore. Diciamo che stanno in mezzo tra i due partiti. Finora si tengono alla larga dall’entrare in politica. Si tenga conto, poi, che anche quello che chiamiamo papa armeno è sulla loro posizione, quella di chiedere le dimissioni del primo ministro.

C’è il rischio che i militari possano tentare un golpe?

Direi di no. L’esercito in Armenia si è sempre tenuto fuori da ogni schieramento politico, sono sempre stati al di sopra delle parti.

Qual è secondo lei il ruolo di Mosca?

Mosca, come sempre, tiene il piede in due scarpe tra Armenia e Azerbaijan, ma anche con la Turchia.

Cosa può succedere?

Difficile dirlo in questo momento, molto difficile. Spero si vada a elezioni anticipate, così si vedrà la composizione di questa eventuale opposizione. Pashinyan aveva il 90% dei consensi, adesso dopo la sconfitta, solo le elezioni potranno dire da che parte sta il popolo.

C’è bisogno insomma di un cambiamento?

Ci sarebbe bisogno di un cambiamento in Turchia, prima di tutto, non solo per il suo appoggio all’Azerbaijan, ma per la sicurezza di tutto il mondo. La Turchia di Erdogan è sempre più pericolosa e nessuno interviene.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI



© RIPRODUZIONE RISERVATA