CAOS BEIRUT/ “Se la colpa è di Hezbollah, può scoppiare una guerra civile”

- int. Carlo Jean

La situazione in Libano, al di là dell’arrivo di Macron, resta tragica: stallo istituzionale, corruzione dilagante e rischio continuo di escalation

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Il presidente Francese Emmanuel Macron ieri in Libano (LaPresse)

Mentre i soccorritori ancora scavano sotto le macerie lasciate dall’esplosione del 4 agosto, il Libano è già diventato un palcoscenico della nuova politica internazionale. E ancora prima di grossi nomi della politica libanese, è arrivato il presidente Macron a visitare un paese che, in larga parte, parla ancora francese. I cristiani maroniti (23% della popolazione) sono il suo interlocutore, mentre le altre due etnie principali sono sciiti (34%) e sunniti (21%).

Un primo effetto politico interno questo disastro, del quale si ignorano le responsabilità, l’ha già avuto, ovvero il rinvio al 18 agosto della sentenza della corte dell’Aia sull’omicidio del presidente Hariri (avvenuto nel 2005, ndr), deciso in segno di rispetto verso le vittime. Alla sbarra, 4 membri di Hezbollah. È scettico sul ruolo della Corte Carlo Jean, esperto di geopolitica e strategia militare. “Le corti internazionali, più che acqua, buttano benzina sul fuoco di conflitti dormienti”. Abbiamo analizzato con lui lo scenario geopolitico interno ed esterno per capire cosa può cambiare in Libano e nell’assetto geopolitico della regione.

Come valutare l’arrivo di Macron?

Come l’arrivo del capo di una ex potenza coloniale: la cultura libanese è in gran parte francese. È il paese stesso a essere stato creato dai francesi, che vi hanno riunito 3 confessioni religiose principali: sunnite, sciite e cristiano-maronite. Ma in totale gli orientamenti religiosi sono circa 70.

La Francia cosa può trarre dal Libano?

L’arrivo di Macron è una riaffermazione della presenza francese nel mediterraneo orientale, ma non ha grossi interessi nel paese al momento. Anche perché il Libano, ex potenza finanziaria, attualmente è un paese al collasso, pieno di debiti, e che rientra più nell’area del dollaro che in quella dell’euro.

Per chi parteggia la Francia nel puzzle etnico del Libano?

Per i maroniti, infatti Macron incontrerà il presidente Aoun, il capo dell’etnia. I francesi hanno anche un ottimo rapporto coi drusi, un’altra etnia che però ha dimensioni ridotte (7% della popolazione, ndr), e tramite gli egiziani buoni rapporti coi sunniti. Con Hezbollah invece i rapporti sono pessimi.

La folla che lo incita a togliere la corruzione dal paese?

Per quello servirebbe una classe dirigente nuova, pulita, che in Libano non c’è. E nessuno vuole imporla militarmente, tantomeno la Francia. Banca mondiale e fondo monetario faranno delle condizionalità sui prestiti, ma la classe politica che disporrà di quel denaro sarà la stessa di prima.

L’architettura istituzionale del Libano fa da base a questo sistema di corruzione?

La corruzione in Libano è forte, come in Africa, molto superiore a quella presente in Occidente. Tuttavia, in una situazione delicata come quella del Libano, almeno c’è un accordo: il presidente è un cristiano maronita, Hezbollah (sciita) comanda il parlamento, mentre il capo del governo è sunnita. Nessuno può alterare l’equilibrio attuale senza un intervento militare.

Pensando agli attori regionali, chi può avvantaggiarsi della catastrofe?

Nessuno in particolare, Israele avrebbe interesse a trovarsi vicino un Libano florido come negli anni 50-60, ma dovrebbe cacciare gli Hezbollah. Non sembra praticabile al momento.

La Turchia però sembra molto impegnata nel destabilizzare l’area.

È un paese già più impegnato all’estero di quanto può permettersi. La lira turca è stata svalutata del 50%, e la sua economia è in grossa difficoltà. E poi bisogna ricordarsi che gli arabi hanno un ricordo terribile dell’impero ottomano. Anche per questo un intervento della Turchia spaventa molto.

La catastrofe non può accelerare il processo di pace tra Libano e Israele?

L’unico mezzo che può attenuare le tensioni sono gli aiuti finanziari. Quelli che, finché era in vita il presidente Hariri, ucciso nel 2005, venivano dall’Arabia Saudita, paese che però è visto come fumo negli occhi da Hezbollah e da una parte dei sunniti legati al regime di Assad in Siria.

Il risultato del processo che vede imputati dei membri di Hezbollah in Libano può cambiare qualcosa?

I 4 Hezbollah verranno condannati. I tribunali internazionali hanno un problema: invece dell’acqua, sul fuoco buttano benzina perché risvegliano gli odi sopiti. Una condanna provocherà una reazione di Hezbollah, la forza militare principale del Libano.

Questa catastrofe può cambiare gli equilibri politici interni, o almeno le proteste che in Libano andavano avanti da un anno?

Il quadro politico ne uscirà inalterato, a meno che dalla commissione d’inchiesta sull’esplosione non salti fuori che è colpa di Hezbollah. In quel caso, a mio avviso, in Libano scoppierà una guerra civile, che vedrà l’intervento della Siria da nord e di Israele da sud.

La Siria avrebbe la forza per farlo?

Sì, anche perché il regime siriano, che va consolidandosi, ha molti amici in Libano (Hezbollah, ndr). Oggi in Libano la presenza degli sciiti è cresciuta enormemente.

(Lucio Valentini)

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