CAOS BREXIT/ Un’uscita senza accordo nuoce anche alla Ue, perché non si dice?

- Cristina Balotelli

Una Gran Bretagna stanca e preoccupata segue con crescente sfiducia gli scontri parlamentari fra il premier Johnson e i laburisti

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LONDRA — È stata una settimana particolarmente difficile nel Regno Unito. Abbiamo avuto la decisione unanime della Corte Suprema che ha dichiarato illegittima la chiusura del Parlamento voluta dal premier, Boris Johnson, per cinque settimane. Risultato, mercoledì si è svolta la prima seduta dei Comuni dopo la sospensione. Gli scambi tra premier costretto al rientro anticipato da New York, e l’assemblea dei parlamentari, erano carichi di rabbia (non accade spesso qui) e hanno evidenziato profonde spaccature nell’assemblea.

Un paese stanco (e diviso) ha potuto seguire il dibattito in diretta tv. Stanco perché sono trascorsi più di tre anni dal referendum e siamo più che mai nel caos. Chi ha votato leave oggi è arrabbiato perché di fatto, la volontà popolare sulla Brexit espressa dalla maggioranza (che piaccia o no) nel referendum del giugno 2016, non è stata rispettata. La prima scadenza per uscire dall’Unione Europea, 29 marzo 2019, è stata posticipata al 31 ottobre. Ma ora molti parlamentari chiedono un ulteriore posticipo. Non solo: in aperta ribellione al loro leader, Jeremy Corbyn, alcuni membri del Labour, anch’esso spaccato, chiedono che il partito si schieri pubblicamente per remain e che si faccia un secondo referendum.

Delusione, amarezza, sfiducia nelle istituzioni politiche sono sentimenti comuni tra la gente, indipendentemente dalle opinioni sulla Brexit. Lo sono, per esempio, tra gli abitanti di Stoke-on-Trent, città del Nord dell’Inghilterra, dove il 69% ha votato “leave”. Da anni territorio Labour, elettori prevalentemente working-class e pro-Brexit, Stoke-on-Trent è un esempio del divario che si sta ampliando tra i parlamentari e la popolazione che i primi dicono di rappresentare. Ma anche a Londra, in Irlanda del Nord o nelle campagne del Galles la gente vuole voltare pagina, è stufa dell’incertezza, vorrebbe che tutto questo finisse, in un modo o nell’altro, e la politica tornasse a occuparsi dei problemi del paese: di sicurezza, di ospedali e sanità, di scuole, di ambiente.

Johnson è diventato capo del governo principalmente per la sua linea dura sulla Brexit. In Parlamento ha risposto su questa linea ai numerosi attacchi dalle opposizioni. Lungi dal mostrare contrizione o porgere scuse dopo la sentenza dei giudici, Johnson ha più volte ribadito che compito del suo governo è portare il paese fuori dall’Europa, che è quello che intende fare entro il 31 ottobre. Una linea che potrebbe trovare terreno fertile nella frustrazione di chi ha votato per la Brexit e oggi pensa di essere rimasto inascoltato. Gioca il ruolo dell’uomo forte che intende realizzare la volontà espressa dalla maggioranza, in contrapposizione alle forze che vogliono impedire la Brexit (e spera che questo gli faccia vincere future elezioni).

Non si è fermato nemmeno quando una deputata ha criticato l’uso di un certo linguaggio ricordando il clima sfociato nell’omicidio della deputata laburista Jo Cox nel 2016, in West Yorkshire, durante la campagna pre-referendum. Lui ha risposto che il miglior modo per onorare la sua memoria è concludere la Brexit (Cox era pro-remain).

Cosa potrebbe succedere fino al 31 ottobre? Johnson potrebbe riuscire a strappare un accordo dell’ultimo momento all’Unione Europea, perché una Brexit senza accordo nuocerebbe anche all’Ue (ma di questo non si parla molto). Oppure il Parlamento potrebbe fare muro e ottenere un altro rinvio della Brexit e magari le dimissioni di Johnson. Ma un ulteriore rinvio avvicinerebbe lo scenario di una revoca dell’articolo 50 da parte del Regno Unito (quindi la rinuncia alla Brexit). Un’ipotesi pericolosa per la democrazia, che se tre anni fa sembrava improbabile, oggi non va esclusa.

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