CAOS HONG KONG/ “La trappola di Pechino per Wong e le vittime di cui non si parla”

- int. Massimo Introvigne

Il leader delle manifestazioni contro Pechino Joshua Wong è stato condannato a 13 mesi di carcere. Una sentenza che segna l’inizio della repressione

Hong Kong
Proteste anti-Cina a Hong Kong (LaPresse)

Joshua Wong, leader delle manifestazioni contro Pechino, è stato condannato a 13 mesi di carcere. Insieme a lui anche altri due attivisti, rispettivamente a 10 mesi e a 7, con una riduzione della pena per essersi dichiarati colpevoli. Lo stesso Wong rischiava fino a 5 anni di carcere, condanne quindi “moderate” che lasciano aperta la domanda sul perché. Secondo Massimo Introvigne, sociologo, fondatore e direttore del Cesnur, e direttore di Bitter Winterquotidiano in cinque lingue sui diritti umani e la libertà religiosa in Cina, “è un modo di agire tipico di Pechino, quando come nel caso di Hong Kong c’è attenzione internazionale, giocare sull’intimidazione e poi sfruttare la recidiva, nel caso Wong venga arrestato nuovamente, cosa che è probabile in quanto il giovane attivista ha sempre dichiarato di non voler fermare la sua protesta. In quel caso sarà condannato a molti più anni”. Quello di cui non si parla, aggiunge Introvigne, “è che la morsa di Pechino si stringe sempre di più su Hong Kong, su insegnanti, dirigenti, studenti, che vengono sospesi, licenziati o degradati, in quanto non accettano di allinearsi alle linee guida di Pechino”.

Joshua Wong rischiava fino a 5 anni di carcere. Se fosse stato assolto, Pechino avrebbe perso credibilità, mentre se fosse stato condannato a 5 anni ne avrebbero fatto un martire. Per questo si è arrivati a una condanna che è una via di mezzo?

È una condanna pesante dal punto di vista dei diritti umani, perché questo giovane non ha fatto nulla, se non rappresentare le proprie opinioni. La strategia del governo cinese, quando avverte che c’è un po’ di attenzione a livello internazionale, è giocare sull’intimidazione e la recidiva, peraltro prevista dalla nuova legge sulla sicurezza, per cui Wong verrà scarcerato, tenuto sotto sorveglianza e in caso di secondo arresto prenderà anche più di 5 anni. E oltre tutto farà anche meno notizia. Questo gioco lo hanno potuto fare con avvocati che rappresentano i dissidenti, nella repressione religiosa invece l’attenzione mediatica è abbastanza bassa.

Quindi questa condanna è una sorta di avvertimento?

È una prima condanna relativamente mite, che però comporta la sorveglianza 24 ore su 24 e poi l’intervento più duro in caso di recidiva, giustificandolo con il fatto che Pechino non fa altro che applicare semplicemente la legge. È una strategia che mostra come i cinesi siano consapevoli che su Hong Kong c’è una buona attenzione a livello mondiale.

A differenza di altri suoi compagni che hanno lasciato Hong Kong una volta scattata la legge sulla sicurezza nazionale, Wong ha deciso di restare. La sua è una battaglia senza speranza?

Il segnale non è rassicurante, perché quando uno entra nel sistema penale cinese è sottoposto a una sorveglianza molto stretta.

Una condanna che può spaventare i tanti attivisti scesi in piazza nel corso del 2019?

In verità le nostre informazioni ci dicono che c’era stata grande agitazione quando era stata annunciata la nuova legge sulla sicurezza nazionale, ma oggi le proteste sono diminuite. Una cosa che non dice quasi nessuno è che insieme agli arresti e le condanne in un numero relativamente limitato c’è una continua azione di disturbo amministrativo.

Cosa significa?

Insegnanti che vengono sospesi perché usano ancora i vecchi libri invece dei nuovi libri di storia che si usano in Cina; studenti che sono sospesi perché hanno scritto sui muri qualche messaggio; funzionari che vengono degradati. Cose che non finiscono sui giornali internazionali, ma c’è la sensazione di una morsa che si stringe in modo quotidiano, entrando nella vita scolastica e lavorativa in modo capillare. Davanti a questo la popolazione si rende conto che c’è poco da fare, le incertezze della politica internazionale, poi, fanno sì che ci sia attenzione solo da parte inglese, ma non di altri.

Questa morsa è attiva anche sulle autorità religiose?

L’autorità religiosa cattolica la morsa se la mette da sola, perché la Chiesa ha detto ai sacerdoti di non parlare di politica e di non partecipare alle proteste. Finché si autocensura non c’è bisogno di intervenire. È vero però che singoli sacerdoti ed esponenti di minoranze religiose sono oggetto di attività di disturbo, ma va detto che per la Chiesa cattolica la situazione è molto delicata.

Perché?

Il Papa ha parlato della grave persecuzione che subisce la minoranza islamica, ma su Hong Kong tutto tace per ragioni che riguardano la Cina continentale, dove la situazione è molto delicata. L’amministratore apostolico di Hong Kong, poi, ha 81 anni, quindi è evidente che sono in corso negoziati per la scelta del successore, ci sono candidati filo-Pechino e anti-Pechino. Il regime attende di vedere come vanno le cose. Certamente ci sono trattative tra Vaticano e Pechino che riguardano anche Hong Kong di cui non sappiamo granché, svolgendosi in gran parte in modo sotterraneo.

L’arrivo di Biden alla Casa Bianca cosa comporterà per Hong Kong?

Non credo che cambierà nulla se non i toni. Nel Partito democratico ci sono molte voci che consigliano a Biden di prendere alcuni aspetti positivi della politica estera di Trump, ad esempio la mediazione per ammorbidire le posizioni di alcuni paesi arabi su Israele, sarebbe sciocco interromperla. Un atteggiamento di fermezza verso la Cina, invece, è funzionale agli interessi strategici ed economici americani, mentre un ammorbidimento sul piano dei diritti umani farebbe un favore ai repubblicani che potrebbero dire: ve lo avevamo detto che se vinceva Biden vinceva la Cina. Un politico navigato come Biden non commetterebbe mai questo errore.

(Paolo Vites)

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