CAOS HONG KONG/ Wong e i suoi amici hanno messo in crisi Pechino sbagliando mossa

- int. Francesco Sisci

Processo per i tre attivisti del movimento a favore della libertà di Hong Kong. Che così lanciano la sfida a Pechino. Ora la Cina si trova davanti a un bivio

Leader proteste Hong Kong
Joshua Wong, leader proteste a Hong Kong (LaPresse)

Secondo i media nazionali e internazionali, i tre attivisti Ivan Lam, Agnes Chow e Joshua Wong, ex leader del partito Demosisto, accusati di manifestazioni non autorizzate a Hong Kong, tra cui una di fronte alla sede della polizia, e trattenuti in custodia, si sarebbero autodichiarati colpevoli al processo. Dovranno perciò restare in custodia fino al prossimo 2 dicembre, quando sarà pronunciata la sentenza nei loro confronti, rischiando fino a 5 anni di carcere. “In realtà non si sono dichiarati colpevoli – spiega in questa intervista Francesco Sisci, giornalista e sinologo, già editorialista del Sole 24 Ore e corrispondente de La Stampa a Pechino – ma si sono consegnati nelle mani della polizia, che è una cosa diversa. Dichiararsi colpevoli vorrebbe dire ammettere di aver fatto qualcosa di sbagliato; la loro intenzione è invece di porre una sfida alle autorità, rifiutando di fuggire o nascondersi, ponendosi come voce della Hong Kong che rifiuta il potere di Pechino”. Siamo quindi davanti a una svolta dopo le manifestazioni popolari e il tentativo di reprimerle: “Pechino stessa sta dimostrando di non sapere come agire. Se verranno assolti dopo averli accusati, perderà credibilità. Se saranno condannati, ne faranno dei martiri”.

Come va inteso questo gesto dei tre attivisti che si sono consegnati alla polizia? Si può dire che sia una sfida alle autorità?

Sì, si può dire sia un gesto di sfida. Se qualcuno pensava che questi ragazzi sarebbero stati indotti alla fuga, si è sbagliato. Hanno deciso di sfidare l’accusa e quindi si sono consegnati. Adesso il processo diventerà altamente politico: sfidano la legge, l’ingiunzione che ha portato al loro fermo giudiziario.

Rischiano fino a 5 anni di carcere. C’è ancora quel seguito popolare di cui godeva Joshua Wong?

Non lo sappiamo, però bisogna fare un passo indietro. Questa è una situazione in cui la Cina dimostra di non saper gestire l’opinione pubblica internazionale.

In che senso?

Si è messa in un angolo. Se vengono assolti, Pechino perde credibilità; se vengono condannati, ne fa dei martiri.

Quindi?

C’è una spaccatura tra la percezione di Pechino e la percezione dell’opinione pubblica mondiale sui fatti di Hong Kong. Pechino è consapevole di questo, perché il governo non è sprovveduto, ha evidentemente deciso che il costo minore è cercare di soffocare la protesta: lasciarla crescere è più pericoloso, destabilizzerebbe alla lunga Hong Kong. Il fatto è che la Cina non riesce a pensare una terza via, un’idea con cui spiegare la sua posizione al mondo. È una situazione molto pericolosa per via di questa sfasatura tra Pechino e la percezione diffusa nella stampa mondiale.

La governatrice di Hong Kong, Carrie Lam, è intervenuta dicendo che “la consapevolezza di alcune persone del principio ‘un Paese, due sistemi’ deve ancora essere migliorata”. Cosa vuol dire? Che il principio che ha retto Hong Kong viene ancora considerato valido?

Questo è l’altro problema. C’è una erosione della separazione fra Hong Kong e Pechino, tuttavia non significa che Hong Kong è come Pechino o viceversa. Il problema, credo, è che Pechino vorrebbe tenere questo status quo, in cui esiste una distanza tra la gestione di Hong Kong e quello della Cina, anche se in ultima istanza è sempre Pechino che dà le carte. I militanti invece vogliono spingere perché in qualche modo questa distanza si assottigli: vedono questa distanza come una maschera di Pechino e vogliono che la Cina getti questa maschera.

Non è un gioco pericoloso?

Per quanto si possa essere in disaccordo con Pechino e per quanto la Cina sia quello che sia, spesso le maschere sono utili.

Cosa intende dire?

Usare una maschera non significa necessariamente ingannare, ma creare degli spazi dove sia possibile dialogare. Spingere per uno scontro non può che essere un esito peggiore, perché alla fine nessuno a livello internazionale interverrà a favore degli attivisti.

Luciano Nobili, presidente dell’Intergruppo parlamentare Italia-Tibet e membro Ipac-Alleanza interparlamentare sulla Cina, ha chiesto ufficialmente che Italia e Unione Europea intervengano a difesa dei tre militanti fermati. L’Ue non brilla per interventi di questo tipo, vero?

Banalmente, se l’Italia cominciasse ad avere una politica estera più saggia, saremmo già molto avanti.

Una politica estera più attiva?

Più intelligente. Invece non abbiamo politica estera, ogni giorno combiniamo un disastro.

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