CAOS LIBANO/ È l’ora di Hariri, l’Iran manovra Hezbollah ma attende il voto Usa

- int. Camille Eid

Saad Hariri, tornato al potere in Libano per la quarta volta, è l’ultima possibilità del paese per avere un governo. Ma problemi e trappole non mancano

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Proteste in Libano (LaPresse)

Incredibilmente, ma nemmeno tanto se appena si conosce l’intricata realtà libanese, Saad Hariri è stato nominato per la quarta volta primo ministro, dopo essersi dimesso proprio un anno fa davanti alle manifestazioni di protesta del popolo. Hariri ha assunto l’incarico per l’evidente impossibilità di trovare un altro candidato, come spiega in questa intervista Camille Eid, giornalista libanese, collaboratore del quotidiano Avvenire, “cosa che sarebbe stata preferibile, ma adesso è tutto da vedere se riuscirà a superare il muro che ha bloccato tutti i precedenti tentativi”. Muro costituito dal sistema politico libanese, diviso in tre grandi realtà politiche e confessionali (cristiani, sciiti e sunniti) più altre minori, che con il diritto di veto può bloccare ogni iniziativa. “Al momento il problema maggiore è costituito dagli sciiti con le loro richieste, ma è chiaro che il sistema libanese, per tanti anni simbolo di coesistenza pacifica di realtà religiose e politiche diverse fra loro, non funziona più. È un sistema da rinnovare, uscendo dalla logica confessionale, ma al momento l’urgenza è risolvere la disastrosa situazione economica”.

Saad Hariri riprende per la quarta volta la guida nel tentativo di formare un nuovo governo. Era l’unico candidato possibile?

Non c’erano altri candidati e non è la persona migliore per questo incarico, avremmo preferito un altro, ma forse non è ancora il momento.

Hariri ha comunque promesso di seguire la strada tracciata dal presidente francese Macron lo scorso settembre, cioè un governo di tecnici. Ce la potrà fare?

Bisogna fare un passo indietro. Macron è venuto in Libano lo scorso primo settembre con tutta una serie di proposte e indicazioni. Un premier nominato in fretta e furia ha cercato di fare un governo di tecnici, come chiesto da Macron, ma ha dovuto arrendersi davanti alle pretese di sciiti e Hezbollah che volevano il ministero delle Finanze e la possibilità di proporre loro i nomi per i posti in altri ministeri, il che è anti-costituzionale. Abbiamo così perso 52 giorni preziosi dall’arrivo di Macron, in mezzo a una crisi economica mai vista prima.

Adesso Hariri dovrà comunque consultare tutti i partiti: non si corre il rischio che anche lui si trovi davanti al muro degli sciiti?

Ci sono già forze politiche che hanno detto che Hariri non può essere a capo di un governo di soli tecnici, non essendo lui stesso un tecnico. Davanti alle richieste degli sciiti, prima di assumere l’incarico, Hariri aveva acconsentito a dar loro il ministero delle Finanze e sui nomi da proporre ai ministeri si è trovato una sorta di accordo di compromesso. Ma se questo lo applichi a un partito solo, anche gli altri vorranno giocoforza la stessa cosa. Alla fine sarà un governo solo in apparenza di tecnici, in realtà sarà composto da persone che obbediscono ai vari partiti. Sicuramente non si formerà un governo prima di conoscere l’esito delle elezioni presidenziali americane. Se vincerà Trump, sarà una cosa; se prevarrà Biden, un’altra.

Quale differenza in caso di vittoria di Biden? E l’Iran come si sta muovendo?

Sappiamo che Trump rappresenta l’ala dura nei confronti dell’Iran. Biden non ha questa posizione intransigente di politica estera. Anche l’Iran aspetta il risultato americano, usando la carta libanese. Inutile, dicono, che facciamo adesso delle concessioni prima di vedere chi vince. Poi anche con i duri come Trump si fanno accordi sottobanco.

Cosa intende dire?

L’amministrazione americana ha giocato diverse carte per avere dei risultati in Medio Oriente, facendo anche concessioni.

Ad esempio?

L’accordo di pace tra Emirati arabi e Bahrein è stato un punto a suo favore: come a dire, stiamo conquistando i paesi del Golfo ostili all’Iran. E poi l’avvio delle trattative con Israele non si poteva fare senza un tacito accordo con gli sciiti. Trump ha usato evidentemente dei canali indiretti per ammorbidirli. Qualcuno parla anche di scambio di prigionieri nello Yemen. C’è qualcosa che sta bollendo in pentola.

La peculiarità e l’orgoglio del Libano, la capacità di riuscire a tenere insieme tante diverse realtà religiose e politiche, dove sono finite? Se Hariri non riesce nel suo compito, si assisterà a uno sfaldamento del Libano così come lo conosciamo?

L’ipotesi di sfaldamento va al di là del fallimento o meno di Hariri, è colpa di una intera classe politica che ha portato il paese al disfacimento, dal livello economico a quelli sociale e politico, proprio quando due mesi fa abbiamo festeggiato cento anni di nascita del paese. È chiaro che questo Stato, costruito su un patto rivisto nel 1989, ha oggi bisogno di un robusto aggiornamento, di un rinnovamento profondo: il sistema non funziona più. Il veto di un partito rappresenta il veto di una comunità religiosa e non la si può escludere. Questo sistema ha dimostrato tutte le sue debolezze. Bisogna uscire dal confessionalismo che ha retto il Libano, ma non è questo il momento.

Ci sono problemi più gravi?

Certo, ci sono problemi più urgenti. La situazione economica, i soldi dei cittadini bloccati nelle banche, questioni di vita e di morte.

(Paolo Vites)

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