CAOS MIGRANTI/ Decreto rimpatri, tutti i punti deboli del piano Di Maio

- int. Mauro Indelicato

L’Italia non accetterà richiedenti asilo da un gruppo di 13 paesi ritenuti sicuri. Altrimenti scatterà il rimpatrio

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Luigi Di Maio (LaPresse)

“Inutile che venite se non avete i requisiti per l’asilo”. È la filosofia che ha ispirato il decreto interministeriale sui rimpatri firmato dai ministri Di Maio, Bonafede e Lamorgese e che il capo della Farnesina ha illustrato ieri in conferenza stampa. L’Italia non accetterà richiedenti asilo da paesi ritenuti sicuri. Gli immigranti provenienti da questi paesi dovranno dimostrare che il ritorno nel paese di provenienza li sottopone a violazioni. Diversamente saranno rispediti indietro. I paesi inseriti nel decreto sarebbero Marocco, Algeria, Tunisia, Albania, Bosnia, Capo Verde, Ghana, Kosovo, Macedonia del Nord, Montenegro, Senegal, Serbia e Ucraina. Anche grazie all’inversione dell’onere della prova, Di Maio intende abbattere i tempi di attesa per i rimpatri da due anni a quattro mesi dallo sbarco. Il decreto funzionerà? Lo abbiamo chiesto a Mauro Indelicato, direttore di Infoagrigento.it e collaboratore del Giornale.it dove segue da tempo le questioni migratorie e lo scenario libico.

In quale cornice si colloca il nuovo decreto interministeriale?

Si tratta di un’iniziativa autonoma dell’Italia, coordinata in primo luogo dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio: è lui che, già dai primi giorni del suo insediamento alla Farnesina, parla della possibilità e dell’opportunità di avviare un percorso sui rimpatri.

Da che cosa è motivata l’iniziativa? Da ragioni politiche interne oppure da una più attenta valutazione dell’accordo di Malta?

Possiamo dire che è motivata da entrambe le cose. Di Maio è stato tra i più cauti nell’accogliere le notizie arrivate dall’accordo di Malta, sa bene che quello in realtà è un non-accordo e non vuole quindi prestare del tutto il fianco alla linea tenuta in quei giorni dal premier Conte e dalla Lamorgese.

E sul piano interno?

Sul piano interno, il leader politico di M5s è insidiato dalla popolarità crescente di Conte, non può permettersi di appiattirsi sulle posizioni del presidente del Consiglio. Per questo vuole porsi come l’unico in grado di dettare una linea di maggior fermezza sull’immigrazione, parlando di azzeramento delle partenze dall’Africa e, per l’appunto, di rimpatri.

l’Italia dunque sceglie di procedere autonomamente sul fronte rimpatri. È la strada giusta?

Il progetto di Di Maio per alcuni versi è ambizioso, per altri però appare quasi velleitario. Come ad esempio aspirare ad abbattere i tempi di attesa per i rimpatri da due anni a quattro mesi dallo sbarco, soltanto grazie ad una lista di paesi considerati sicuri a cui mandare indietro i propri cittadini. Ancor prima che giusta o sbagliata, di sicuro la strada del ministro degli Esteri appare di gran lunga in salita.

L’impianto dovrebbe essere il seguente: l’Italia non accetta richiedenti asilo da paesi ritenuti sicuri. Gli immigranti provenienti da questi paesi dovranno “dimostrare” che il ritorno nella patria di provenienza li sottopone a violazioni. Diversamente saranno rispediti indietro. Come commenti?

L’impianto è questo e poggia, come fatto notare, su una vera e propria inversione dell’onere della prova, circostanza che nelle intenzioni di Di Maio dovrebbe portare ad un repentino abbattimento dei tempi di attesa per il rimpatrio. Come detto prima, il piano potrebbe anche apparire ambizioso, ma ci sono alcuni dubbi in merito.

Ad esempio?

Innanzitutto, eccezion fatta per la Tunisia, gran parte dei paesi ritenuti sicuri presentano flussi verso l’Italia quantitativamente marginali. In secondo luogo, tra patti ed accordi ancora da modellare, l’attuabilità di questo piano è ancora tutta da verificare.

A chi va la tua attenzione rispetto ai paesi che sarebbero inseriti nel decreto?

Indubbiamente alla Tunisia: il 28% dei migranti sbarcati in Italia nel 2019 proviene dalla Tunisia ed è dalle coste tunisine che partono gran parte dei barconi che approdano a Lampedusa.

Qual è il criterio usato per stilare la lista?

Non lo sappiamo. Di Maio parla di paesi dove ci sono elezioni e dove c’è democrazia. Beh, è vero che in Kosovo ad esempio di vota, ma non è un paese che brilli proprio per democrazia.

Intanto la rotta del Mediterraneo centrale continua a prendere le mosse dalla Libia.

Se non si risolve la questione libica, si rischia sempre di ripartire da zero. È lì il nodo focale della nostra politica nel Mediterraneo: non possiamo permetterci di avere ancora a che fare con un paese dirimpettaio in guerra, con interlocutori non solo poco affidabili, ma spesso anche coinvolti essi stessi in giri di affari ben poco limpidi.

“Il pull factor – ha detto Di Maio – si può evitare chiarendo il messaggio che chi ha bisogno di aiuto è ben accetto, ma chi in base alle regole internazionali non può stare qui sarà rimpatriato”. Non credi che il primo pull factor siano le Ong, che sono organicamente parte dello schema di Malta?

A Malta è passato il seguente messaggio: ok per la redistribuzione, ma solo per quei migranti che vengono salvati da mezzi militari o dalle Ong. È chiaro che in un contesto del genere chi organizza i traffici non viene poi così disincentivato a continuare i propri affari. È un’altra, ennesima, falla del vertice di Malta.

Ancora il ministro degli Esteri: “Per tutti i casi in cui si dovessero verificare discriminazioni la nostra Costituzione, le nostre leggi tutelano i diritti dell’individuo. Verificheremo con le nostre strutture che non ci siano violazioni dei diritti dell’individuo”. Utopia?

Decisamente.

Secondo te si possono realmente fare i rimpatri in quattro mesi?

È una scommessa lanciata non certo da uno qualunque, ma dall’attuale ministro degli Esteri. Non resta che valutare la fattibilità concreta di questa scommessa. Con i rimpatri Di Maio si sta giocando molto. Attualmente appare comunque molto difficile.

Il decreto dovrebbe piacere ai “partner” europei, perché si candida a svolgere un’importante azione di filtro. E se ce lo avessero chiesto loro, dopo il vertice di Malta?

Di certo Di Maio non appare poi così immune alle voci che arrivano direttamente da Bruxelles all’interno di Palazzo Chigi.

5.261 migranti rimpatriati nel 2019, 6.820 nel 2018, 6.514 nel 2017. Sono dati forniti dal ministro Lamorgese. Come valuti queste cifre rispetto agli arrivi e, soprattutto, allo scenario?

Allo stato attuale, credo che questi numeri, molto più bassi rispetto a quelli degli arrivi, continueranno a stazionare su questa media.

Perché l’azione di Salvini a suo tempo è stata così debole sul fronte rimpatri?

Se Di Maio scommette sui rimpatri, dall’altro lato il leader della Lega durante la campagna elettorale ha scommesso quasi tutto sul blocco delle partenze. Una scommessa politicamente al momento vincente: se la Lega è prima nei sondaggi, è anche perché Salvini può presentare agli elettori un crollo del 90% del numero degli sbarchi durante il precedente governo.

Di Maio può ritenersi al riparo da malumori o veti che dovessero sorgere nella maggioranza? Diversi deputati del Pd erano saliti a bordo della Sea Watch 3 di Carola Rackete.

Di Maio vuole apparire come l’unico in grado di mostrare fermezza sull’immigrazione, vuole ritagliarsi questo ruolo. E dunque andrà incontro a molte critiche da parte degli alleati del Pd: la Lamorgese, da questo punto di vista, potrebbe fungere da paracadute. 

(Federico Ferraù)

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