Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto: i problemi non nascono dalla mobilità sanitaria, ma bisogna mettere mano alle differenze tra le regioni
Egregio Direttore,
hanno suscitato molto interesse, e polemica, anche su questo giornale le dichiarazioni del governatore dell’Emilia-Romagna Michele de Pascale a proposito della mobilità sanitaria. Secondo il governatore emiliano, che quasi a giustificazione del rispetto con cui ha proposto le sue lamentele ha tirato in ballo anche il suo cognome meridionale, la sanità della sua regione sarebbe al collasso per via delle prestazioni che è costretta a erogare a cittadini che vengono da fuori regione, cittadini che sono in continuo aumento e che intaserebbero le strutture sanitarie regionali.
Gli ha fatto subito eco il governatore lombardo, Attilio Fontana, che gli ha ricordato che nella regione padana “la situazione è ancora più pressante e problematica di quella degli amici emiliani“, e già prima di loro anche il governatore del Veneto Luca Zaia aveva bacchettato in proposito la regione Siciliana attirandosi ovviamente le contumelie degli antagonisti politici. E del resto non si poteva non costituire questo, politicamente mal assemblato, trio (forse una nuova, sperimentale, prova di un differente campo largo?) visto che Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto sono le tre regioni verso le quali si indirizza maggiormente la mobilità sanitaria del nostro paese.
Non ho interesse verso la polemica politica che hanno suscitato queste prese di posizione, così come non mi smuove più di tanto ricordare che sia con la presidenza Bonaccini (per l’Emilia-Romagna) che con la presidenza Formigoni (per la Lombardia) l’elevata quota di mobilità sanitaria verso le proprie regioni era considerata un segnale inequivocabile del buon funzionamento del proprio sistema sanitario regionale: come mostrano i fatti a volte non serve cambiare le maggioranze per cambiare le valutazioni dei problemi sanitari ma è sufficiente cambiare i presidenti.
Sarebbe bello sapere quali sono i motivi per cui i sistemi sanitari di due grandi regioni come l’Emilia Romagna e la Lombardia, sicuramente (almeno fino a ieri) fiori all’occhiello dell’intero servizio sanitario nazionale, si sentano sotto scacco ed in difficoltà per via di un po’ di prestazioni che provengono da altre regioni (Lombardia: 383 milioni di euro su un finanziamento che supera i 20 miliardi; Emilia Romagna: 387 milioni su più di 10 miliardi).
Prestazioni per altro che sono rimborsate, in aggiunta al fondo sanitario assegnato alle regioni stesse, prelevandole dalle regioni debitrici, e faccio fatica a non pensare che la polemica sia stata attizzata da una parte per richiedere più soldi per il proprio servizio sanitario (richiesta per altro legittima) e dall’altra forse per coprire l’emergere di eventuali magagne dei servizi sanitari di cui i rispettivi presidenti si stanno rendendo conto.

Ciò premesso, mi permetto di dissentire (mi rendo conto quanto poco possa rilevare, ma tant’è) dalle affermazioni di entrambi i presidenti. L’accento messo sulle difficoltà dei propri sistemi sanitari regionali, se tali difficoltà ci sono, non può essere attribuito alla mobilità sanitaria, un fenomeno che non è di oggi ma che si registra da decenni (da quando si è iniziato a misurarlo).
un fenomeno che non presenta quella crescita che il Presidente dell’Emilia-Romagna segnala (anche se è vero che per la sua regione è in leggero aumento), un fenomeno che per la sua regione ha una forte componente di confine (e guarda caso proprio con le regioni Veneto e Lombardia, e Toscana e Marche, cioè non le regioni del sud), un fenomeno che per altro ha subito una notevole frenata nel biennio pandemico 2020-2021 e che era considerato un’apprezzata fonte di extra reddito con le precedenti presidenze.
Era inevitabile che la polemica attizzata dal presidente De Pascale ricevesse risposta dal ministro della Salute Orazio Schillaci che scrivendo a Il Foglio ha trovato facile strada per ribaltare le accuse puntando il dito contro le regioni e contestando la narrazione sulla mancanza di fondi (“Certo che servono più risorse. Ma se poi vengono spese male, se vengono lasciate nei cassetti o dirottate a coprire buchi di bilancio … a che serve?“).
Per me si tratta di ragionamenti sbagliati ma attorno ad un problema, la mobilità sanitaria, vero e serio, un problema di cui si è dato conto anche recentemente su questo giornale, un problema che rivela tutti gli aspetti di iniquità che ci sono all’interno del nostro SSN perché la questione cruciale della mobilità non è se intasa i sistemi sanitari regionali attrattivi ma quanto pesa (in termini di costi, di sofferenze, di diritti negati, …) sui cittadini che sono costretti a muoversi per ricevere prestazioni e servizi che il SSN dovrebbe garantire a tutti in condizione di prossimità.
La persistenza nel tempo del problema e l’inefficacia degli interventi messi in atto dalle regioni (sia quelle da cui si fugge sia quelle che attraggono) ma anche dai governi che si sono succeduti, tolleranti verso un evidente ma anche inaccettabile fenomeno di iniquità, dovrebbero costringere i governatori regionali ed i ministeri competenti a metterci mano, anziché a sollevare polemiche (fintamente) tecniche e politiche che nulla hanno a che fare con la mobilità sanitaria.
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