CAOS SIRIA/ Riemerge l’Isis mentre Russia e Turchia sono impegnati in Armenia

- int. Carlo Jean

In Siria le milizie dell’Isis tornano a farsi sentire. Proprio mentre Russia, Turchia e Iran sono assorbiti dallo scontro fra Armenia e Azerbaijan

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Truppe turche sul confine siriano (LaPresse)

In Siria torna a farsi sentire la presenza jihadista: milizie dell’Isis si muovono nella zona orientale, a nord del fiume Eufrate, in teoria controllata dalle forze curdo-siriane a guida americana, e impongono il pagamento delle tasse islamiche in diversi villaggi. Nello stesso tempo il Dipartimento di Stato americano si dice preoccupato per l’aumento di attentati terroristici in Siria. A completare il quadro di un paese che nonostante i proclami di vittoria sembra sprofondare sempre più nell’anarchia, il presidente Assad attacca Turchia, Stati Uniti e Russia, incolpandoli di non riuscire a liberare la provincia di Idlib ancora in mano alle milizie jihadiste. Secondo il generale Carlo Jean, esperto di strategia, docente e opinionista, da noi intervistato, “l’Isis è una ideologia che non può essere soppressa, come da noi in Italia l’ideologia estremista ereditata dalle Brigate rosse. Se si allentano i controlli e la pressione, queste ideologie riemergono”. Il problema, ha aggiunto Jean, è la presenza di attori esterni quali Russia, Turchia e Iran, ciascuno dei quali in conflitto con l’altro, e in più pesa il conflitto tra Armenia e Azerbaijan.

Miliziani dell’Isis sono tornati a imporre un controllo territoriale, seppur sporadico e simbolico, nella Siria orientale, in alcune località minori a nord del fiume Eufrate. Ritiene che l’Isis stia rialzando la testa approfittando dello scarso impegno della coalizione a guida americana?

L’Isis è una ideologia, di conseguenza non può essere soppressa. Quando c’è un allentamento della pressione, questa idea risorge. Per fare un paragone, pensiamo alle Brigate rosse dichiarate sconfitte da molti anni, o ai Nuclei comunisti combattenti. Quando cessa la pressione, automaticamente queste ideologie riemergono. La stessa cosa succede in Siria.

In Siria però c’è la presenza di molte nazioni, che sembrano più interessate ai propri interessi che a una lotta comune contro il terrorismo.

In Siria la situazione è complicata dalla presenza di tanti attori esterni, player esterni in lotta tra loro come Russia contro Turchia, Turchia contro Assad, curdi contro turchi, curdi e Assad e così via.

A proposito di Assad, ha criticato Russia, Turchia e Stati Uniti perché non risolvono la situazione della provincia di Idlib sempre in mano alle milizie dell’Isis. Come mai questa situazione rimane irrisolta?

Perché nessuno ha la forza per controllare il territorio. Ci sono gruppi armati che si muovono liberamente: pensiamo alla mafia in Italia che nessuno è in condizione di controllare e reprimere completamente.

Assad non farebbe meglio a dimettersi per sbloccare la situazione?

Non si dimetterà mai, questo è un dato di fatto. Il gruppo dirigente di Assad è molto diviso in attesa della vittoria finale, dopo la quale ci sarà uno scontro per la divisione dei poteri effettivi.

Tornando agli attori internazionali che citava lei, la loro presenza è un danno per la Siria?

I russi sono attualmente in difficoltà, in quanto il problema va visto in un quadro globale. La situazione siriana non può essere separata da quello che sta succedendo tra Armenia e Azerbaijan. L’Azerbaijan è sostenuto dalla Turchia, la Russia non può rompere con la Turchia e di conseguenza con l’Azerbaijan, che è sostenuto anche dall’Iran. Putin è in difficoltà, non sa scegliere da che parte stare. Il regime iraniano invece deve tener conto della presenza nella sua popolazione del 24% di azeri.

Il quadro resta disastroso?

Sacro e profano si uniscono, insieme fanno parte della geopolitica.

In Iraq invece che sta succedendo? Se ne parla poco.

In Iraq la fazione sciita che fa capo al grande ayatollah iraniano è sotto attacco da tempo, l’Iran ha difficoltà a mantenere quella sorta di protettorato che aveva stabilito anche perché in Iraq stanno arrivando soldi sauditi. Il teatro di scontro, per adesso soft tra sciiti e sunniti, si sta spostando in Iraq.

Onu e Ue sin dall’inizio della crisi mediorientale continuano a distinguersi per la loro assenza, è d’accordo?

Proprio perché i paesi membri sono sparpagliati fra loro, non possono esprimere una voce comune: invece di fare brutte figure preferiscono stare zitti.

Eppure ai tempi della guerra nell’ex Jugoslavia l’Onu si mosse…

Nella ex Jugoslavia intervenne perché gli Usa, pressati dai turchi, decisero di intervenire. L’Europa oggi è  succube e senza potere, è frammentata, non riesce ad avere una posizione comune. È grave, ma è la realtà. L’unico paese non ambiguo è la Francia, gli altri vagano nel buio per non avere riflessi negativi sulle loro opinioni pubbliche e i loro sistemi politici interni. Di conseguenza, non esiste una geopolitica unitaria da parte dell’Occidente.

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