CAOS ZONE ROSSE/ “Dati improvvisati, ecco perché ora l’apri-e-chiudi serve a poco”

- int. Davide Croce

La griglia di 21 indicatori è un passo avanti ma è insufficiente a gestire un fenomeno complesso. Dubbi sui dati delle Regioni: vanno automatizzati

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Il ministro della Salute, Roberto Speranza (LaPresse)

“Lo spirito con cui ci muoviamo è l’esatto opposto di uno spirito punitivo nei confronti delle Regioni”. Lo ha detto ieri in audizione alla Camera il ministro della Salute, Roberto Speranza. Che ha poi aggiunto: “La mia ordinanza è conseguenza automatica dei dati elaborati. Non ci sono trattative, ma semplicemente scambi di dati e informazioni. È finalmente possibile intervenire proporzionalmente alla reale condizione delle regioni, senza stressare con misure uguali territori che si trovano in condizioni differenti. Si dà certezza al Paese con misure predefinite a seconda dell’indice di rischio e dello scenario Rt. Avendo una radiografia puntuale delle condizioni di ciascuna area, si offre un utile strumento di analisi alle regioni per monitorare il loro lavoro”. Ma davvero la griglia dei 21 indicatori utilizzata dall’Iss per monitorare l’evoluzione della pandemia offre una fotografia accurata? “La risposta è duplice – osserva Davide Croce, docente di Economia e Management nella sanità e nel sociale all’Università Carlo Cattaneo-Liuc di Castellanza (Varese) –: da un lato, questa griglia non ci dà una fotografia accurata, dovremmo esaminare tantissimi altri aspetti. È evidente che con 21 indicatori non si è in grado di monitorare un fenomeno così complesso, perché in contemporanea stiamo facendo male a chi soffre di altre patologie croniche. Tutti guardano il Covid, ma qui stanno succedendo disastri sugli altri ammalati”.

Dall’altro lato?

È comunque un grande passo avanti rispetto a prima, perché stiamo guardando anche la capacità del servizio sanitario di rispondere più o meno efficacemente. Siamo sulla strada giusta.

Dove sta la carenza maggiore?

I dati vengono forniti dalle Regioni e raccolti in maniera sommaria, sarebbe il caso di avere una migliore automatizzazione di queste informazioni, perché non possono essere annotate su fogli di carta dopo averle chieste ai singoli ospedali. Siamo poi sicuri che siano dati così veritieri e accurati? Che non vengano addolciti?

Succede così?

Succede proprio così, in tutta Italia, e ancora dopo sette mesi dall’inizio della pandemia. La raccolta dei dati deve essere informatizzata e centralizzata, così che il ministero possa essere sicuro di ciascun dato. Abbiamo cioè bisogno di Key performance indicator (Kpi) chiari. Purtroppo è scandaloso che oggi si prendano indicazioni e decisioni su una discutibile qualità dei dati.

In effetti l’Iss ha fatto notare che la Campania ha fornito dati “incompleti” e “non attendibili”, eppure è finita in zona gialla. Incompletezza e inattendibilità non dovrebbero essere delle “aggravanti”, perché rendono più difficile capire dove sta andando il trend dei contagi?

Certo. Ma l’Iss così conferma quel che le stavo dicendo prima. Resta comunque il dramma che abbiamo chiuso troppo tardi, si doveva intervenire ben prima.

Le Regioni si lamentano che sono stati utilizzati dati vecchi di 10 giorni, ma Walter Ricciardi, consulente del ministro Speranza, ha detto che gli ultimi aggiornamenti segnalano un peggioramento generale della situazione. Le misure adottate negli ultimi Dpcm si sono dunque dimostrate inefficaci?

Sono state adottate misure molto tenui: il coprifuoco dalle 23 alle 5 in Lombardia chi ha fermato? Nessuno. Quindi non può produrre grandi effetti. La crescita del coronavirus è stata lenta e progressiva, diversa rispetto a febbraio/marzo perché presenta molti meno casi gravi, ma il problema è che si è andati avanti per accumulo di ricoveri negli ospedali. Una marea montante, che oggi sta arrivando ai limiti del sistema. Dovevamo intervenire prima per fermarla.

La stessa Cabina di regia ha infatti rivelato ieri che i primi dati di ripresa del coronavirus risalgono a metà luglio. Non si poteva, da subito, valutare sul campo le criticità locali, giocando d’anticipo per fronteggiare la seconda ondata che stava nascendo e che in molti si aspettavano, visto che l’autunno, è ormai risaputo, è una stagione favorevole al diffondersi dei virus respiratori come il Covid?

Guardiamo ai dati di Milano città. Al di là di un picco dell’indice Rt il 15 giugno, a luglio è stata leggermente superata quota 1 il 29 luglio, il picco a 2 è stato toccato il 26 agosto, poi è calato fino a 1 il 13 settembre, per risalire a 2,3 il 13 ottobre, con una crescita continua a partire dal 19 settembre. Effetto riapertura scuole. Un allarme, semplice da capire, chiaro a tutti fin da metà luglio.

Perché?

Il 15 luglio ho partecipato a un webinar con oltre 70 direttori generali di ospedali di Emilia-Romagna, Lombardia e Triveneto: in quella riunione Ranieri Guerra aveva messo tutti in guardia su quel che sarebbe successo con la riapertura delle scuole. Era intuitivo: attorno alla scuola si muovono 2 milioni tra insegnanti e amministrativi, 9 milioni di persone in tutto, e questo vuol dire più mobilità e più contatti. Non era il problema dei banchi con le rotelle, il problema era il resto, a partire dai trasporti pubblici.

Tutto questo non conferma che non si è giocato d’anticipo, anzi si è perso troppo tempo, per prevenire una seconda ondata?

È evidente, abbiamo sprecato troppo tempo. Ed è folle che non si riesca a fare contact tracing.

Mancano le risorse, non crede?

Mancano personale, mezzi e risorse. La lotta al Covid è aggiuntiva, perché gli altri malati ce li abbiamo comunque. Quindi dovevamo gestire il contact tracing con un impegno extra, temporaneo, perché con il Covid dovremo fare i conti ancora per un anno, e flessibili.

In che modo?

Allestendo ospedali da campo o tensostrutture, utilizzando qualche risorsa extra arrivata dal ministero della Salute, e non distogliendo il personale già attivo, ma ricorrendo a degli apporti esterni e creando un’infrastruttura informatica accessibile anche ai medici di medicina generale. Ecco perché siamo andati fuori controllo.

Zone rosse, arancioni e gialle: giusto dividere l’Italia a livello regionale o meglio intervenire a livello provinciale?

A livello provinciale avrebbe colto meglio le differenze dei territori, ma meglio una classificazione regionale, perché il servizio sanitario è regionale, e quindi se in un ospedale non c’è più posto, posso mandare i pazienti in esubero su un’altra struttura. A livello provinciale è più difficile.

Come si può garantire il giusto trade-off tra tutela della salute e tutela dell’economia?

Una pandemia si controlla limitando le possibilità di contagio, quindi numero e occasioni di contatto. Quindi ci sono ambiti dell’economia che per forza di cose soffrono più di altri. Bisognava avere più coraggio all’inizio, per esempio chiudendo i bar. Noi italiani abbiamo sopportato un lungo sacrificio prima, eravamo poi convinti di esserne usciti e oggi psicologicamente non vogliamo subire un altro lockdown. E a ragione.

Si potevano trovare altre soluzioni?

Qui stiamo vivendo un continuo stop and go, si alternano fasi di crescita e di calo dell’epidemia perché si è riusciti a controllarla. È una sorta di apri-e-chiudi, mano a mano che il virus cresce si mettono delle restrizioni via via più stringenti, dopo di che si torna a riaprire. È quello che ci stavano facendo vedere in anticipo Spagna, Francia e Gran Bretagna. Invece di stare fermi dovevamo anticipare con misure più restrittive in alcuni settori e lasciando più spazio ad altri.

Non era forse meglio comportarsi come i Romani contro Cartagine: una volta fiaccato il virus, dargli il colpo di grazia spargendo il sale?

Non abbiamo avuto il coraggio del sale, vero, però bisogna essere tempestivi, quando i 21 indicatori ti mandano segnali chiari: se si interviene troppo presto, si fanno danni, se si temporeggia troppo se ne fanno altri. Come nella prevenzione, il tempismo è fondamentale. Anche se capisco che è un “gioco” difficile tra governo centrale e governatori.

(Marco Biscella)





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