CARCERE/ Stanare il male con la forza di cuori buoni

- Marco Pozza

“Tutto il mondo fuori” di Ignazio Oliva racconta alcune piccole grandi storie di resurrezione anticipata dietro le sbarre. Un docufilm ispirato da papa Francesco

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Il carcere Due palazzi di Padova

“Tutto il mondo fuori” pensa di conoscere tutto del carcere, dei suoi misteri più reconditi: rinchiuderli in cella, afferrare la chiave, gettarla in mare profondo è la forma di gestione più oculata che i più caldeggiano per governare queste città di ferro–cemento.

Intelligentissima come proposta, da sottoscrivere all’istante se, solo, il male fosse un’entità a sé stante: incatenato, morirebbe per asfissia. Il male, invece, non ha una vita propria: è un parassita, un invertebrato, uno scroccone. E, come tale, ha bisogno di un corpo per sopravvivere, di una persona disposta ad affittargli l’animo per permettergli di ottenere un permesso di soggiorno nella trama della vita quotidiana.

Da quell’istante, il male diventa una fastidiosa evidenza: astuto com’è, fa uso di un prestanome, di una storia umana, per creare danni, allarme, terrorismo. Non esiste, dunque, il male in natura: esistono delle storie che hanno accettato, per chissà quali motivi, d’andare a zonzo col male. Di illudersi dell’energia del male.

“Tutto il mondo fuori” – docufilm in onda mercoledì prossimo alle 21.25 su Nove – è un tentativo artistico di debellare il male con il solo strumento che vanti un curriculum (certificato) di saperlo annientare: il bene, ch’è bontà e meraviglia. Per raccontare di questa lotta, occorre averla almeno una volta combattuta, col rischio d’aver pure preso le botte dal male stesso: basterebbe un ergastolo ben poggiato sulle spalle per capire che il male non paga, ch’è una prostituta che ti sfinisce, facendoti pagare pure il servizio, per poi lasciarti solo a bordo strada.

È la storia di tre uomini ristretti nella Casa di Reclusione di Padova: a loro, senza romanticherie di corredo, il regista Ignazio Oliva ha lanciato la sfida di condurre il telespettatore in un corpo a corpo con l’inferno, l’inverno dell’anima, per poi uscirne (forse) diversi, con uno sguardo più acuminato. Raccontare la galera in queste giornate – tra scarcerazioni di boss, decreti e controdecreti, minacce di sfiducia, proposta di abolire le carceri – è rischiare di prendersi pesci in faccia: è proprio in stagioni così, però, che questa sfida va narrata, che il male va stanato: “Un viaggio nell’umanità di coloro che per diversi motivi hanno commesso degli errori e scelto percorsi criminali – ha dichiarato il regista Ignazio Oliva –, che in questo carcere sono stati messi nelle condizioni di capire e riconoscere il dolore immenso causato alle vittime e alle loro famiglie, oltre che a loro stessi e ai propri cari”.

Le condizioni, appunto, che sono opportunità che accadono perché qualcuno ha il coraggio di farle accadere: “Nessuno si salva da solo” ricorda ad oltranza Papa Francesco, ispiratore-ombra di questo ennesimo viaggio nell’inferno delle carceri, dopo la Via Crucis che ha commosso il mondo nei giorni prossimi alla Pasqua.

Tutto il mondo fuori stia tranquillo: qui non si fanno sconti, come nelle migliori cantine. Qui il vero sconto di pena è riuscire a guardarsi in faccia, dare un cenno di presenza a se stessi, tentare di rimettersi in piedi. Riletta così, la vita ai tempi della galera è una sorta di sperimentazione di risurrezione in corso: credere che questi uomini si rialzeranno è apparire più credibili quando, da cristiani, si crede nella “risurrezione dei morti”. In attesa, allenarsi è credere a quella dei viventi caduti. Anche stavolta, come il Venerdì Santo, sarà il racconto comunitario di una ripartenza: in settimane dove “Come faremo a ripartire?” è la domanda più cliccata, un assaggio di che cosa significhi, dopo il contagio del male, ripartire più vaccinati. Meno istupiditi dalle sue grasse falsità.

Tutto il mondo fuori” è un documentario di 75’ diretto da Ignazio Oliva (già attore, tra i moltissimi film, di “The Young Pope” e “Braccialetti rossi”) e prodotto da Officina per la Comunicazione che andrà in onda sul Nove (“Nove racconta”) il 13 maggio alle 21.25. Un lavoro girato nella Casa di Reclusione di Padova poco prima del lockdown, con la collaborazione dell’amministrazione penitenziaria, la parrocchia del carcere, la squadra di calcio Pallalpiede, la cooperativa “Work Crossing” e la scuola superiore dell’istituto patavino.

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