Card. Sarah: “preti e teologi ignoranti rovina Chiesa”/ “La sola ‘azione’ è dannosa”

- Niccolò Magnani

Per il Cardinal Sarah la teologia non è il problema della Chiesa: “il cieco pragmatismo – che rende preti e teologi ignoranti – è una delle maggiori rovine”

Card. Sarah
Cardinal Robert Sarah (LaPresse, 2021)

Il cardinale Robert Sarah non è più il prefetto del culto divino dopo la recente rinuncia all’incarico confermata anche da Papa Francesco: nel suo ultimo libro però “A servizio della Verità” in diversi passaggi non si tira indietro nel definire problemi, mancanze e difficoltà all’interno della Chiesa Cattolica specie sul fronte delle vocazioni, tanto ecclesiali quanto laiche. Su “La Verità” oggi viene ospitato un ampio stralcio del suo ultimo saggio in cui si approfondisce proprio tale tema, identificando nell’ignoranza uno dei più gravi problemi presenti oggi nella Chiesa: per il cardinale più “ratzingeriano” di tutti, l’importanza dello studio e della teologia non sono da meno dell’elemento di dialogo e rapporto necessari ad ogni consacrato per entrare in contatto con i fedeli cristiani.

«Lo studio è importante. Il sacerdozio, si dice giustamente, non è un mestiere: è una vocazione. Ma nel dire questo si intende dire che è di più, non di meno di un comune lavoro! Il sacerdozio è una missione data da Dio! Se, dunque, un avvocato, un magistrato, un medico o un ingegnere devono essere molto competenti per fare bene il proprio lavoro, quanto più non dovrà esserlo un sacerdote?», scrive l’ex Prefetto della Congregazione per il Culto Divino richiamando l’immagine usata da Papa Francesco per esprimere la Chiesa come “ospedale da campo”. «Nell’ospedale da campo c’è bisogno di medici molto competenti, che siano in grado di salvare vite. Un medico competente non si forma in un giorno», sottolinea ancora il Cardinal Sarah.

LO STUDIO PER SALVARE LE ANIME

Il cardinale si distanzia invece dalla considerazione fatta dal Pontefice in merito al vasto mondo della teologia: se infatti Papa Bergoglio considera certi teologi che «discutono dei loro tecnicismi astratti e delle loro questioni ideologiche» come utili da metterli «su un’isola» per non fare danni alla Chiesa, ecco per il Card. Sarah il concetto espresso è “lievemente” diverso. «Ma non sono i teologi nel loro insieme, né la teologia in sé a fare danno alla Chiesa», dichiara il prelato di origini africane, identificando come danno notevolmente maggiore il «diffuso pragmatismo cieco di tanti ecclesiastici». Con “pragmatismo” Sarah intende che si pensa solo all’azione, e “cieco” perché «non illuminato da un pensiero consistente, soli- do, un pensiero basato sulla parola di Dio e sul magistero della Chiesa. Questo pragmatismo apre la via a ogni genere di errore. Esso spesso si ammanta di bontà, ma in realtà è buonismo». I pastori che agiscono mossi dall’azione “buona” e nient’altro, senza orientarsi con l’insegnamento e la parola di Gesù, «sono lupi travestiti da agnelli. Dicono di servire il gregge mentre invece vogliono servirsi di esso per i propri scopi». Da Santa Teresa d’Avila al Papa Emerito Joseph Ratzinger, passando per San Bonaventura e San Tommaso: questi i riferimenti citati dal Cardinal Sarah sul concetto di “studio che nobilita l’animo e la fede”. «L’amore per Dio nasce dalla conoscenza di lui. Ma poi questo nostro amore sviluppa ancor di più la conoscenza, perché vogliamo conoscere meglio e di più il Dio che amiamo. La teologia, allora, è certamente scienza, cioè conoscenza sistematica, potremmo dire persino conoscenza professionale della parola di Dio», scrive ancora Sarah nel suo ultimo libro. Per chi vi vede un forte rischio di “filosofeggiare” con la religione cattolica, con l’ulteriore rischio di “razionalizzare” troppo la fede, è lo stesso Cardinale a replicare spiazzando i propri lettori: «la teologia è una scienza innamorata del suo oggetto, che è Dio rivelato in Cristo. La teologia nasce non solo da un fine speculativo, bensì sia da un fine speculativo sia da uno volitivo». In gioco vi è la vita delle anime che si affidano ai consacrati: serve conoscere di più non per un bieco “nozionismo” ma perché mossi dalla “sete” per l’oggetto del proprio amore, l’Eterno e l’Infinito.



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