CARLO TOGNOLI/ “Un patrimonio per la Milano che vuole tornare grande”

- int. Antonio Intiglietta

Antonio Intiglietta ricorda Carlo Tognoli, che ha guidato la città di Milano per dieci anni come sindaco: è scomparso a causa del Covid a 82 anni

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Carlo Tognoli (1938-2021) (LaPresse)

È scomparso Carlo Tognoli, ex sindaco di Milano per dieci anni, dal 1976 al 1986, a capo della  prima giunta ambrosiana completamente di sinistra, poi europarlamentare, deputato e ministro per i Problemi delle aree urbane, del Turismo e dello Spettacolo fino al 1992. È stato uno dei sindaci che ha lasciato un segno tra i più significativi nella storia cittadina, nonostante il coinvolgimento in Tangentopoli che, come ci ha detto l’allora suo ex assessore allo Sport, Antonio Intiglietta, oggi presidente di Ge.Fi“fu per lui una crocifissione ingiusta, che grida vendetta al cospetto di Dio, ma che venne poi fortunatamente riscattata, riconoscendo la sua grande personalità”. Tognoli aveva 82 anni, anche lui caduto vittima del Covid: lo scorso novembre, in seguito alla frattura di un femore, era stato ricoverato al Gaetano Pini. “Ci eravamo sentiti durante la prima ondata – ricorda Intiglietta – dandoci appuntamento a pranzo una volta finita questa emergenza. Non c’è stata la possibilità, spero di recuperare l’appuntamento in Paradiso”.

Carlo Tognoli fu a capo della prima giunta milanese completamente di sinistra, nel 1976. Cosa significò in quel periodo storico?

Visse quel periodo con la partecipazione del Partito comunista che imponeva forti schemi ideologici non aiutando la città a fare il salto che invece avvenne dopo. Ma i princìpi fondamentali di buona amministrazione e di buon governo della cosa pubblica erano saldamente tenuti in mano da lui. Ed è giusto ricordare che allora c’era una classe dirigente di altissimo livello, leader a livello europeo.

Lei, giovanissimo, è entrato nella giunta di centrosinistra guidata da Tognoli. Cosa successe?

Sono stato l’assessore più giovane che il Comune di Milano avesse mai avuto, avevo 26 anni, prima del cambio di giunta con Pillitteri che diventò sindaco. La Democrazia cristiana milanese, allora, era stata presa in mano dal commissario straordinario, nonché vicesegretario nazionale, Roberto Mazzotta, un grande politico di grandi vedute e grandi competenze culturali ed economiche. La Dc dopo anni di opposizione ottenne un importante risultato elettorale e da un governo di sinistra si passò a uno di centrosinistra.

Come venne scelto?

L’onorevole Mazzotta decise di giocare due assi, due figure esterne alla Dc, neppure iscritte al partito. Uno ero io, che venivo dalla tradizione dei Cattolici popolari presenti in università, del dopo-68 e di tutta quella che fu la ripresa della democrazia post anni di piombo. Ero un giovane che entrava in politica con una tradizione di impegno nel mondo educativo, in particolare quello universitario. L’altro era Carlo Radice Fossati, appartenente all’aristocrazia milanese. A me venne data la delega ai giovani, allo sport, al tempo libero e al turismo; a Fossati l’urbanistica.

Che tipo di rapporto si creò con Tognoli?

Carlo pensava di trovare un politico, invece rimase colpito dalla passione con cui l’impegno politico per me significava un servizio per dare voce alla creatività sociale e culturale a cui ero stato educato secondo il principio di sussidiarietà.

Nacque un rapporto speciale, giusto?

Mi prese un po’ sotto le sue ali. L’ho incontrato le ultime volte prima del Covid, poi a marzo è scattato il lockdown: abbiamo continuato a sentirci qualche volta, ripromettendoci di tornare a vederci una volta finita questa buriana. Poi Carlo si ruppe il femore e non sono più riuscito a entrare in contatto con lui: lo sto ancora aspettando a pranzo a casa mia, come ci eravamo promessi.

Un suo aspetto politico e umano che lo caratterizzava?

Era un autentico socialista, con una grande dimensione umanista, turatiana: concepiva la politica come vocazione, come chiamata al servizio del proprio territorio. Aveva una cultura straordinaria, una profonda conoscenza della storia della città e di tutti i processi amministrativi. Fu un modello di cosa significa essere un amministratore e un politico vero.

Potremmo dire un maestro?

Mi ha fatto vedere cosa significa fare autentica politica. Il suo metodo di governare era scegliere alcuni per dare l’esempio a tutti. Avevo la fortuna, ogni sabato mattina, di partecipare agli incontri con pochi funzionari e con lui per affrontare le problematiche della città, avevo rapporti diretti con il sistema sociale dei cittadini, così come con il management, dai vertici all’ultimo operatore del Comune di Milano.

A un certo punto Tognoli si è allontanato dal mondo della politica. Perché?

Aveva una grande personalità, con una prospettiva di cambiamento del Partito Socialista che divenne dialettica con l’altro grande personaggio che ho avuto la fortuna di conoscere, Bettino Craxi. Davanti alla crisi, Carlo si spostò per fare il ministro per i Problemi delle aree urbane. Ne guadagnarono le politiche avveniristiche che le grandi città si sono trovate ad affrontare, in parte realizzate in parte no, ma fu una perdita per Milano.

In che senso?

Carlo inaugurò qualcosa di totalmente inedito per Milano. Aveva un orizzonte capace di andare controcorrente come un buon politico deve saper fare. Ma questo lo portò spesso a degli scontri: la chiusura di Corso Vittorio Emanuele, via Dante, il percorso pedonale di Brera.  E purtroppo, a causa di questi contrasti, si ritrovò ai margini e poi ingiustamente messo in croce nel periodo più buio del nostro paese, Tangentopoli. In seguito la sua figura è stata riscoperta e rivalutata, ma dopo aver subito inenarrabili umiliazioni, che gridano vendetta al cospetto di Dio.

Lui si distinse per aver reagito con grande dignità, vero?

Era una persona molto equilibrata, ha accettato tutto senza alzare mai la voce e poi è stato pienamente riconosciuto per quel grande personaggio che era. Ma ha vissuto una vera crocifissione.

Che cosa altro può dirci di lui?

Non è riducibile al semplice uomo politico, di sinistra o altro. Ricordo la sua intelligenza di amministratore che si mette in dialogo con la città e con una struttura di dirigenti che concepivano il loro impegno come servizio.

Con che parole vorrebbe ricordarlo?

Perdiamo un grande patrimonio della cultura politica milanese, della grande tradizione riformista e socialista della città. Spero si possa imparare da lui, augurandoci che la nuova classe dirigente possa recuperare la memoria di queste personalità che hanno fatto grande Milano. Lo saluto dicendogli grazie per quello che mi ha insegnato. E spero di recuperare in Paradiso l’appuntamento che avevamo.

(Paolo Vites)

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