CARO CARBONIO/ L’ipocrisia da smascherare sui costi della transizione energetica

- Patrizia Feletig

L’ETS sta vedendo crescere notevolmente il costo dei diritti a emettere CO2. Una situazione che rischia di avere effetti collaterali non indifferenti

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Lo scrive qualche giornale più realista sulla dottrina Net Zero. Lo si dice sommessamente tra gli addetti ai lavori. Il “caro carbonio”, imprescindibile compagno del processo di azzeramento delle emissioni per la metà del secolo, avrà un peso nella bolletta degli europei e degli italiani molto rilevante. L’altro ieri, in occasione della giornata mondiale del vento (15 giugno) lo ha ribadito anche Stefano Saglia, membro del collegio dell’Autorità di Regolamentazione per Energia Reti e Ambiente. Fa notare l’esponente dell’Arera che per l’Italia gli introiti dell’ETS porteranno quasi 2 miliardi di euro nelle casse dello Stato che finiranno nel calderone della spesa pubblica e non destinati per investimenti verdi, passaggio obbligato per un’effettiva decarbonizzazione. Di fatto questi interventi, al pari della border carbon tax, dazi sulle importazioni ad alto contenuto di carbonio, nascondono nuove imposte indirette a carico dei consumatori finali.

Il mercato europeo della CO2 a maggio ha superato la quotazione di 50 euro per tonnellata, soglia psicologica in un mercato dove fino a un paio di anni fa i “diritti a inquinare” si scambiavano a 6 euro per tonnellata. La tendenza è stabilmente al rialzo. Dopo l’allarme del caro CO2 lanciato dai Governi spagnolo e polacco, per alcuni sarebbe tempo di una revisione dell’ETS (European Trading Scheme, il mercato in cui vengono trattati di diritti di emissioni), mentre Franz Timmermans vicepresidente della Commissione Ue responsabile del Green Deal riteneva che “se vogliamo raggiungere i nostri obiettivi di decarbonizzazione il prezzo deve essere di gran lunga più alto di quanto non sia anche a 50 euro”. In altre parole, lasciamo fare al mercato che realizzerà l’equilibrio anche a scapito della sostenibilità sociale.

Infatti, mutuando una famosa citazione di Mao sulla rivoluzione, la decarbonizzazione non si annuncia come un pranzo di gala. La distribuzione dei costi e dei vantaggi della transizione non sarà equanime. Ci saranno delle fasce sociali penalizzate e altre decisamente impoverite. Evitare di riconoscerlo è una pericolosa ipocrisia della classe politica che porta nel “miglior dei casi” alla sonora bocciatura, via referendum, di una legge sul clima con misure che prevedevano aumenti di accisa sui carburanti e tasse sui voli aerei, com’è avvenuto la scorsa domenica nella benestante e solitamente eco-sensibile Svizzera; mentre nei casi più battaglieri sfocia nelle rivolte dei Gilet Jaunes del 2018 in Francia.

Alla fine, Bruxelles ha preso coscienza della necessità di ricucire Green Deal con equità sociale, annunciando per metà luglio un pacchetto di incentivi Fit for 55 per ripartire in modo più equilibrato il peso della transizione tra governi, industrie e cittadini. Non lasciamo che oltre a rappresentare una “minaccia esistenziale”, come avverte il Presidente Biden, il cambiamento climatico diventi il detonatore di una rivoluzione mondiale di popoli climalterati. Altrettanto devastante.

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