CASHBACK/ Come buttar via i soldi del Recovery per un’operazione flop (bocciata dall’Europa)

- Paolo Annoni

Il Governo intende utilizzare risorse a prestito del Recovery fund per finanziare il cashback, un’operazione su cui la Bce ha sollevato obiezioni

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Il “cashback” con cui l’Italia intende incentivare l’uso delle transazioni elettroniche e disincentivare il contante verrà finanziato con soldi presi a prestito “dal Recovery fund” che dovranno essere restituiti all’Unione europea. La cifra dedicata al cashback è di circa 5 miliardi di euro fino al 2025. L’intervento avviene nell’ambito di una sorta di lotta al contante visto come strumento ultimo di un’evasione che affligge l’Italia. 

È singolare che questo avvenga in una fase in cui molti dei tradizionali imputati di evasione siano tramortiti, più morti che vivi, da nove mesi di chiusure forzate. È più ancora singolare che a intervenire sollevando dubbi sulla decisione italiana sia stata la Banca centrale europea in un richiamo indirizzato al ministro dell’economia Gualtieri a metà dicembre. L’euro e le sue banconote costituiscono uno dei pilastri principali dell’Unione europea e giustamente l’Ue si preoccupa delle limitazioni al suo uso. Nella lettera del 14 dicembre indirizzata al ministro italiano Yves Mersch, membro esecutivo del board della Bce, segnalava che il sistema europeo delle banche centrali deve agire “in accordo con il principio di un’economia di mercato aperta con la libera competizione, che favorisca un’attenta ec efficiente allocazione delle risorse”; ci si riferisce, in questo caso a una norma, che non ha le stesse conseguenze per tutti in particolare per i più piccoli. Yves Mersch ricordava inoltre che l’accettazione di pagamenti in contanti dovrebbe essere la regola e che “ogni limitazione o disincentivo diretto o indiretto all’uso dei pagamenti in contanti deve rispettare gli obblighi riguardanti il corso legale delle banconote in euro”.

La Bce nella sua missiva spiegava le sue preoccupazioni riguardo alla possibilità, in realtà evidente e concretissima, che il limite all’uso dei contanti possa penalizzare le categorie più deboli sia tra i consumatori che tra le imprese: “I pagamenti in contanti facilitano l’inclusione dell’intera popolazione nell’economia permettendo a ogni individuo di concludere qualsiasi transazione in contanti”.

La Bce si chiede anche se lo strumento del cashback sia veramente efficace per raggiungere il fine che si propone e cioè combattere l’evasione. È evidente che, nella migliore delle ipotesi, solo una piccola parte delle somme dedicate allo strumento eviterà l’evasione al costo, evidentemente troppo rischioso per la Bce, di limitare la circolazione delle banconote le quali, ricordiamo, hanno il pregio di funzionare indipendentemente da qualsiasi “accidente” elettronico. Se l’obiettivo del Governo non è la lotta all’evasione, ma la limitazione del contante in quanto tale allora si pongono gravi problemi sia per la libera circolazione dentro l’Unione, sia per il regolare funzionamento dell’economia soprattutto nelle fasce più deboli o per le attività più piccole.

Oggi in Germania un cittadino tedesco potrebbe tranquillamente comprare un’automobile in contanti al concessionario senza alcuna limitazione e la Banca centrale austriaca ha lanciato nelle ultime settimane una campagna pubblicitaria per difendere il contante come mezzo di pagamento. La Banca centrale austriaca ha deciso di fare pubblicità al contante con tre “slogan”: “il contante è l’Europa” in quanto uno dei simboli più tangibili dell’unione e ciò che facilita il commercio, i viaggi, lo studio, la vita e il lavoro all’estero; “il contante è tecnologia” perché l’euro è una banconota high-tech e una delle più difficili da contraffare al mondo; “il contante è apprendimento” perché aiuta ad avere un controllo migliore sulle spese e quindi sulle proprie finanze.

Il cashback non è un salto nella modernità o almeno non è un salto nella modernità dell’Unione europea. Immaginate quindi quanto piacere farà all’Unione prestare i soldi all’Italia per uno strumento sulla cui efficacia, rispetto agli obiettivi dichiarati, nutre molti dubbi, che limita l’euro e la sua circolazione con tutto quello che rappresenta, che mette in difficoltà proprio in questa fase le categorie più deboli limitandone la partecipazione all’economia e la cui introduzione è avvenuta senza alcuna previa consultazione. Meglio il reddito di cittadinanza su una tessera elettronica rispetto alle micro transazioni che fanno vivere l’economia anche se magari qualcuno evade. 

Pensate solo se questa “polemica” tra Unione europea e Governo italiano si fosse prodotta due anni fa con un escutivo diverso. 

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