CASO DEREK CHAUVIN/ Non basta una sentenza a cambiare i cuori, ma è un inizio

- Paolo Vites

La condanna dell’ex agente di polizia Derek Chauvin segna un’inversione di rotta nel modo con cui si amministra la giustizia in America

Polizia Minneapolis
Morte Floyd, proteste contro la polizia di Minneapolis (laPresse, 2020)

Perché il caso Derek Chauvin è stato definito una sentenza destinata a cambiare la storia? Nel 2014 Eric Garner, un nero di 43 anni che vendeva per le strade di New York sigarette di contrabbando, era stato fermato da un poliziotto che nella colluttazione che era seguita per arrestarlo lo aveva preso per il collo. Garner era disarmato, aveva ripetuto più volte all’agente che non riusciva a respirare e che stava soffocando, ma il poliziotto aveva continuato a stringerlo al collo fino a quando Garner era morto soffocato. Tutta la scena venne filmata da passanti e portata in tribunale. Vi ricorda qualcosa? Certamente non il finale: allora infatti il poliziotto era stato assolto da qualunque accusa, anche quella più scontata, omicidio colposo di secondo grado (ci vogliono solo due motivazioni: 1) la persona accusata deve aver causato la morte della vittima e 2) l’autore deve aver causato la morte della vittima con mezzi sconsiderati).

Inoltre, già nel 1993, per casi analoghi, alcuni dipartimenti di polizia di New York avevano vietato ai loro agenti di fermare un sospetto tramite strozzatura, qualcosa che interrompesse il flusso di sangue e ossigeno al cervello.

Fino alla sentenza Derek Chauvin si poteva dire che esistevano due Americhe: un’America in cui le persone che uccidono senza un motivo legittimo sono ritenute responsabili, e un’America in cui l’omicidio non è davvero un grosso problema finché giochi per la squadra giusta. Eric Garner e tanti come lui sono stati vittime della seconda America perché vivevano in un’America di serie B, dove alcuni omicidi apparentemente sono meno uguali di altri. Adesso, forse, non sarà più così.

Ma ovviamente non basta questo a esultare per quanto accaduto, a sperare in un cambiamento, perché l’America è troppo compromessa dal suo “peccato originale”.

Elena Molinari, anni fa, scrisse in un suo articolo su Avvenire: “La schiavitù è nata insieme agli Stati Uniti d’America, ne costituisce il peccato originale, insieme allo sterminio delle tribù indigene, e ha inoculato nella vita americana quantità di violenza e di discriminazione che non si è ancora riusciti a eliminare”.

Per Martina Saltamacchia, coordinatrice della mostra La ragazza di Hong Kong presentata al Meeting di Rimini del 2019, “l’America si è costruita, passo dopo passo, dal maturare dell’esperienza personale degli uomini e delle donne che con le loro scelte e le loro vite hanno dato forma a questo paese (…) La stupefacente vastità delle distese a perdita d’occhio e le opzioni sconfinate del ‘paese delle opportunità’ sono i refrain che appaiono continuamente nelle canzoni e negli scritti degli americani: un’idea che ‘tutto è possibile’, così come il cuore di ogni uomo desidera. (…) Negli ultimi centocinquant’anni, la storia è proseguita all’insegna di un grande sviluppo economico e della supremazia del progresso tecnologico che, insieme a tentativi di organizzare una ‘grande società’ e a ripetuti impegni per l’integrazione, hanno dato al popolo americano un senso di sé potente e ottimista. Allo stesso tempo, le continue tensioni sociali e civili e l’evidenza di un’integrazione mai compiuta hanno esacerbato la coscienza del ‘peccato originale’ americano (il quasi genocidio di un popolo e il rapimento di un altro per costruire il paese). (…) Tutto questo ha fatto esplodere la contraddizione tra il credere di avere infinite possibilità e il non riuscire a risolvere le grandi questioni che la storia fa emergere”.

Bob Dylan, la voce più espressiva e profonda che ha cantato l’America a partire dalla metà del Novecento a oggi, indagandone a fondo il suo mistero, sostiene anche lui che l’integrazione non si sia mai composta e il motivo, dice, è la guerra civile americana, quel momento storico che ha portato il paese a una divisione insanabile: “Se la causa della schiavitù fosse stata risolta pacificamente e non con una guerra che devastò metà del paese lasciando una ferita incolmabile” ha detto “oggi non ci troveremmo di fronte a uno scontro razziale senza fine”. Solo i buontemponi pensano infatti che i “nordisti” andarono in guerra per liberare gli schiavi, mentre furono mossi dal desiderio di distruggere la potenza economica del sud e di “importare” manodopera a basso costo (gli schiavi liberati) nelle industrie del nord. Chiudendoli in ghetti miserabili.

La domanda iniziale resta però aperta: potrà una sentenza cambiare l’America? Il 18 dicembre 1963 Martin Luther King parlando alla Western Michigan University, disse: “C’è un mito che è l’idea che la legislazione non possa davvero risolvere il problema e che non abbia un ruolo importante da svolgere perché devi cambiare il cuore e non puoi cambiare il cuore attraverso la legge. Non puoi legiferare sulla morale. Il lavoro deve essere svolto attraverso l’istruzione e la religione. È una mezza verità. Certamente, se il problema deve essere risolto, in senso finale, i cuori devono cambiare. La religione e l’istruzione devono svolgere un ruolo importante nel cambiare il cuore. Ma dobbiamo continuare a dire che mentre può essere vero che la moralità non può essere legiferata, il comportamento può essere regolato. Può essere vero che la legge non può cambiare il cuore, ma può frenare i senza cuore. Può essere vero che la legge non può farmi amare da un uomo, ma può impedirgli di linciarmi e penso che anche questo sia piuttosto importante”.

Ecco perché la sentenza del caso Derek Chauvin è importante, anche se non è tutto. 

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