Caso Federico Aldrovandi, Giorno in pretura/ “Ucciso senza una ragione da poliziotti”

- Emanuela Longo

La morte di Federico Aldrovandi, avvenuta 15 anni fa, al centro della nuova puntata di Un Giorno in Pretura: i processi, le condanne e le parole dei genitori

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Federico Aldrovandi, Un giorno in Pretura

Il 25 settembre 2005, all’età di appena 18 anni, moriva Federico Aldrovandi, ucciso durante un controllo della polizia. La sua morte ed ancor di più la battaglia della sua famiglia sono divenuti un simbolo di verità e giustizia. La trasmissione della seconda serata di Rai3, Un Giorno in Pretura, torna sul caso Aldrovandi ripercorrendo nella puntata di oggi, sabato 28 novembre, le tappe salienti del processo che si è svolto presso la Corte d’Assise di Ferrara. Il padre del ragazzo, Lino, anche in occasione dell’ultimo anniversario della morte di Federico ha voluto ricordare il figlio 18enne con un post su Facebook ripreso da Repubblica: “Il 25 settembre di ogni anno, giunta l’alba, si ripete quello che per me rimarrà per sempre un incubo, o peggio, il ricordo orribile dell’uccisione di un figlio da parte di chi avrebbe dovuto proteggergli la vita”. nel medesimo giorno, la mamma Patrizia Moretti, su Twitter ha invitato tutti a “non dimenticare”.

Sempre Lino Aldrovandi ha riassunto la breve vita del figlio Federico: “Nato a Ferrara il 17 luglio 1987, terminò forzatamente la sua breve vita ad appena diciotto anni, alle ore 6.04 di un assurdo 25 settembre 2005, sull’asfalto grigio e freddo di via Ippodromo, di fronte all’entrata dell’ippodromo, in Ferrara, in un luogo forse troppo silenzioso, ucciso senza una ragione all’alba di una domenica mattina da 4 persone con una divisa addosso“. Il riferimento è ai quattro poliziotti – Monica Segatto, Paolo Forlani, Luca Pollastri ed Enzo Pontani – condannati a 3 anni e sei mesi per eccesso colposo in omicidio colposo, pena ridotta poi a 6 mesi grazie all’indulto.

FEDERICO ALDROVANDI UCCISO 15 ANNI FA: IL CASO A UN GIORNO IN PRETURA

Tre lustri dopo e una serie di processi tra i tre gradi di giudizio che condannarono i quattro agenti di polizia per l’omicidio colposo di Federico Aldrovandi, la sua storia resta ancora viva, proprio come richiesto dalla sua famiglia. Dei quattro condannati, sono tre entrarono in carcere, di cui Forlani e Pollastri per quasi tutta la pena. Pontani solo per pochi giorni, poi terminò la pena agli arresti domiciliari, come anche la Segatto. Alla condanna penale, come rammenta Fatto Quotidiano in occasione dei 15 anni della morte di Federico, seguirono sei mesi di sospensione dal servizio. A questi si aggiunse a carico di Forlani anche un procedimento disciplinare per aver offeso su Facebook la madre della vittima. Alla fine però, tutti furono reintegrati e oggi, eccezion fatta per un pensionamento, ancora prestano servizio anche se lontani da Ferrara e svolgendo incarichi di ufficio.

Il padre di Federico, Lino, nel suo lungo post dello scorso 25 settembre ha anche ripercorso quanto ricostruito nelle aule di giustizia dove emerse tutta la violenza commessa a carico del figlio 18enne, massacrato di pugni, calci e manganellate: “Un’immagine ai miei occhi di padre non diversa, anzi peggiore, considerandone gli autori di quel massacro (54 lesioni Federico aveva addosso, la distruzione dello scroto, buchi sulla testa e per finire il suo cuore compresso o colpito da un forte colpo gli si spezzò o meglio gli fu spezzato) rispetto ad altri casi orribili in cui la violenza l’ha fatta da padrona”. E ancora oggi, 15 anni dopo, non smette di chiedersi perchè di tanta brutalità. Il caso Aldrovandi fu così esemplare da diventare una sorta di triste “precedente” nella storia giudiziaria italiana, ancor prima di Stefano Cucchi, Giuseppe Uva, Dino Budroni e molti altri ancora.

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