CASO LOMBARDIA/ Il giurista: sui 21 indicatori metodo o inefficiente o autoritario

- int. Giuseppe Valditara

La disputa tra Lombardia e governo dimostra che sui 21 indicatori non c’è trasparenza. Lettera150 ha chiesto al ministero della Salute di rendere i dati accessibili

bollettino coronavirus italia
Roberto Speranza, ministro della Salute (LaPresse)

La Regione Lombardia ha approvato ieri una mozione in cui “censura” l’operato del ministro della Salute, Roberto Speranza, e “chiede un risarcimento danni al governo a seguito dell’errata classificazione della Lombardia in zona rossa”. “Questo Governo – si legge nella nota diffusa dalla Regione – con i suoi errori e le sue menzogne, ha messo in ginocchio milioni di cittadini lombardi”. Infine “per fare emergere la verità su questa sgradevole vicenda, chiediamo un tavolo tecnico tra governo e Regioni per rendere oggettivi e trasparenti i criteri di valutazione con cui vengono definiti i gradi di rischio pandemico, e la conseguente collocazione delle regioni nelle diverse classi di rischio”. “Premesso che non ho sufficienti elementi per poter dire chi abbia ragione e chi torto nella querelle che vede contrapposti Regione Lombardia e governo – osserva Giuseppe Valditara, docente di Diritto romano nell’Università di Torino e presidente di Lettera150 che, con istanza di accesso agli atti inviata al ministero della Salute in data 11 gennaio 2021, ha chiesto la massima trasparenza sui dati epidemiologici -, ma è evidente come proprio questo caso sollevi il vero problema, che è molto più ampio e riguarda sia le Regioni che il governo centrale: la trasparenza dei dati epidemiologici”.

Non a caso Lettera 150, di cui lei è coordinatore, ha chiesto che i dati in base ai quali si decidono le chiusure delle Regioni siano resi trasparenti. Chi dovrebbe renderli pubblici e accessibili?

Abbiamo indirizzato la nostra istanza al ministero della Salute, chiedendo la comunicazione di una serie di dati, i famosi 21 indicatori, che abbiamo distinto in tre ambiti: gli Indicatori di processo sulla capacità di monitoraggio, gli Indicatori di processo sulla capacità di accertamento diagnostico di indagine e di gestione dei contatti e gli Indicatori di risultato relativi alla stabilità della trasmissione e alla tenuta dei servizi sanitari.

Di quali dati si tratta?

Parliamo, per esempio, sempre in rapporto ai casi totali notificati al sistema di sorveglianza, del Numero di casi sintomatici notificati per mese in cui è indicata la data inizio sintomi o del Numero di casi notificati per mese con storia di ricovero in ospedale, oppure del Numero di casi notificati per mese in cui è riportato il comune di domicilio o residenza o ancora del Numero di checklist somministrate settimanalmente a strutture residenziali socio-sanitarie. Tutti dati fondamentali.

Qual è il vostro obiettivo?

Se tutti questi dati fossero trasparenti, comunicati e conosciuti, noi non avremmo avuto l’incidente della Lombardia in zona rossa per errore, che è tra l’altro costato centinaia di milioni di danni.

Dovrebbero essere resi trasparenti tutti i dati grezzi che le Regioni inviano al ministero?

Noi non sappiamo se tutti questi dati sono posseduti. Ma quelli dei 21 indicatori non solo sono i dati in base ai quali il governo poi assegna zone gialle, arancioni o rosse, ma anche i numeri fondamentali che possono aiutarci a combattere più efficacemente l’epidemia. Vorrei ricordare che già dal giugno 2020 la stessa Academia dei Lincei aveva sollecitato il governo affinché facesse chiarezza.

Secondo lei, perché il governo non ha mai ceduto a queste richieste di trasparenza che sono arrivate da più parti?

Le spiegazioni possono essere tante. Può essere semplicemente trascuratezza oppure può essere banalmente che non ci sia efficienza nella raccolta e gestione dei dati e si abbia difficoltà ad ammettere questa inefficienza. Oppure la mancata trasparenza può essere legata al fatto che probabilmente si vuole cercare di governare il decorso dell’epidemia senza sollevare eccessivi allarmismi. O ancora, che non si voglia far sì che le decisioni del governo in qualche modo siano contestabili o discutibili. Le ultime due sono le più inquietanti, le prime due denotano un’inefficienza organizzativa.

Pur essendo la pandemia un evento di interesse davvero nazionale, è dall’inizio dell’emergenza Covid che il nodo della trasparenza non è mai stato sciolto, basti pensare ai verbali del Cts per tanto tempo secretati…

Anche questo è inquietante e dimostra uno stile di governo, un atteggiamento nei confronti dell’opinione pubblica nella migliore delle ipotesi paternalista: voi cittadini non vi preoccupate, ci pensiamo noi.

E nella peggiore delle ipotesi?

È un’opacità che è incompatibile con un metodo democratico di governo.

Qualora si dovesse scoprire che i dati sui 21 indicatori sono incompleti o errati o manipolati…

…Voglio proprio sperare che non manipolino i dati!

Ammettiamo, allora, che si venga a scoprire che i dati sono incompleti o errati, a quel punto potrebbe venir meno la base scientifica su cui il governo ha sempre detto di aver poggiato le proprie decisioni, poi tradotte nelle misure varate dai diversi Dpcm, minandone la validità?

A prescindere dal fatto che un’ordinanza del Tribunale di Roma ha già ventilato l’illegittimità costituzionale dei Dpcm, è chiaro che, se i dati a fondamento delle decisioni del governo fossero sbagliati, i Dpcm di chiusura di certe aree sarebbero palesemente illegittimi.

Lettera150 alcuni mesi fa ha suggerito al governo le 10 cose da fare subito – dai tamponi di massa all’assistenza domiciliare e ai Covid Hotel – per evitare nuovi lockdown. Tutto caduto nel vuoto?

L’appello ha raccolto 40mila firme, tra cui molte trasversali, eppure non ha sortito effetto, non abbiamo avuto risposta. Questo governo è un muro di gomma: sono talmente convinti della bontà delle loro scelte, che non stanno ad ascoltare e a dialogare neppure con esperti qualificati, come quelli che aderiscono a Lettera 150, al cui interno vi sono personalità del mondo scientifico che non sono etichettabili come anti-governative.

Lo stato di emergenza in Italia dura ormai da un anno. Ha senso che sia stato protratto per tutto questo tempo? Come uscirne?

Il problema è che noi non abbiamo adottato in modo sufficientemente efficace quelle misure che servivano ad abbattere in modo significativo i contagi. Ecco perché ripropongo il modello orientale. È l’unico che può servire a evitare di continuare a ricorrere al modello di lockdown elaborato dall’Imperial College e adottato per la prima volta dall’Italia: il lockdown stop&go, in un susseguirsi di chiusure e aperture.

Non si è dimostrato efficace?

È la soluzione peggiore per l’economia. Il modello orientale, invece, fatto di tracciamento, tamponi di massa e Covid Hotel, credo che sia il più efficace per consentire all’economia di ripartire. Tant’è vero che tutti i paesi dell’Est asiatico e dell’Oceania hanno una crescita assai superiore rispetto a quelli della sfera occidentale che hanno adottato il modello italo-londinese. È un passaggio importante.

È d’accordo sul fatto che usciremo da questa situazione soltanto con una campagna di vaccinazione di massa?

Sì. Ma trovo che su questo punto l’atteggiamento della Commissione europea sia inquietante: non ha di fatto previsto la possibilità di sanzioni pesanti nei confronti di una casa farmaceutica che non avesse rifornito rispettando un piano prestabilito, molto chiaro e molto dettagliato, i vaccini agli Stati membri. Così adesso ci si trova nella difficoltà a chiedere un risarcimento dei danni e l’applicazione di penali. La vaccinazione invece deve essere completata in tempi rapidi, perché il virus muta. Rischiamo di arrivare a settembre e di dover ricominciare tutto da capo.

(Marco Biscella)

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