CASO MARÒ/ “La vera parola fine ora è un processo penale equo in Italia”

- int. Enzo Cannizzaro

Dopo 9 anni la Corte suprema indiana ha chiuso ogni procedimento giudiziario nei confronti dei due marò, che ora saranno processati nel nostro paese. Come era giusto fosse fatto subito

marò latorre
Massimiliano Latorre e Salvatore Girone (LaPresse)

Adesso le malelingue diranno che il caso dei due marò, durato ben nove anni, dopo l’arresto in India per l’uccisione di due pescatori scambiati per pirati mentre i due soldati prestavano servizio di scorta a una nave mercantile, si chiude perché l’India ha ricevuto l’atteso indennizzo di 1,1 milioni di euro che l’Italia doveva versare alle famiglie delle vittime. In realtà il Tribunale internazionale dell’Aja, nel luglio 2020, aveva sentenziato che il processo penale dei due soldati spettava all’Italia e non all’India, la quale adesso, soldi o non soldi, ha semplicemente obbedito alla sentenza.

Come ci ha spiegato Enzo Cannizzaro, ordinario di diritto internazionale all’Università di Roma La Sapienza, “i due soldati, in quanto organo dello Stato italiano, dovevano rispondere sin da subito alle autorità italiane, l’India secondo il diritto internazionale non ha mai avuto il diritto di detenerli e di processarli. È colpa delle ingenuità e della nostra scarsa capacità diplomatica se ci abbiamo messo tanto tempo”. Adesso però a Massimiliano Latorre e Salvatore Girone spetta il processo penale italiano per stabilire se sono colpevoli o no della morte dei due pescatori.

La Corte Suprema indiana ha ordinato la chiusura di tutti i procedimenti giudiziari a carico dei nostri due marò. Il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, festeggia con entusiasmo. Ma si può dire che questa vicenda sia stata un successo diplomatico italiano?

Si tratta certamente dell’epilogo della vicenda internazionale; ma non credo che ci siano motivi per festeggiare. 

Bisognerebbe risalire a come è cominciato tutto quanto per avere un quadro oggi definitivo, non crede?

Certo. Un successo c’è stato di fronte al Tribunale arbitrale, il quale però ha forzato molto i termini della sua giurisdizione, affermando la propria competenza nel campo dell’immunità, e questo è stato un punto indubbiamente a vantaggio dell’Italia. Ma un punto che è arrivato molto tardi e che si sarebbe dovuto risolvere prima: le reazioni italiane sono state tardive e timide. 

Ci può spiegare perché l’India dopo nove anni ha ordinato la chiusura di tutti i procedimenti?

L’India ha dato esecuzione alla sentenza che ha ordinato loro di non esercitare azione penale contro i due marò. Ho sempre sostenuto che l’Italia avesse ragione su questo punto.

Perché?

Perché non c’è mai stato dubbio che i due soldati abbiano agito come organi dello Stato italiano. Avevo dubbi che questa posizione potesse valere davanti a un tribunale arbitrale istituito sulla base della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare. Un tribunale istituito nell’ambito della Convenzione sul diritto del mare non ha competenza a risolvere una controversia sull’immunità, che non riguarda il diritto del mare. È andato tutto bene, ma abbiamo rischiato molto. In ogni caso l’Italia ha sul piano internazionale una posizione contraddittoria.

In che senso?

Nel senso che a più riprese i tribunali italiani hanno negato l’immunità funzionale agli organi degli Stati stranieri. Quindi siamo in difficoltà a rivendicare l’immunità dei nostri soldati all’estero e a negarla per organi di Stati stranieri nei confronti dei quali viene esercitata la giurisdizione penale italiana. Questa è una situazione da risolvere.

Intende che quanto successo vale per tutti gli episodi analoghi?

Sì, certo, sono ancora aperti molti procedimenti sull’immunità di organi stranieri in Italia. È ancora aperta, e tornerà presto alla ribalta, la questione dell’immunità di Stati stranieri dalla giurisdizione civile italiana. In particolare, in riferimento alle azioni civili instaurate nei confronti della Germania dagli eredi dei prigionieri di guerra italiani durante il periodo nazista. Insomma, si tratta di questioni internazionali delicate, nelle quali l’Italia non ha una posizione univoca.

Durante questi nove anni da parte italiana ci sono stati episodi piuttosto mal gestiti, come quando ai due marò venne concessa una vacanza per visitare le famiglie e l’allora governo rifiutò di mandarli indietro, cambiando poi idea. Che ne pensa?

Sono stati fatti diversi errori, una volta deciso di trattenerli la retromarcia fatta fu veramente disdicevole. L’Italia aveva il diritto di trattenerli proprio in quanto l’India non aveva il diritto di esercitare l’azione penale sui due marò. Che non vuole dire che l’azione dei due marò fosse lecita. Questo vuol dire che solo l’Italia la può esercitare, e non uno Stato straniero. La credibilità dell’Italia, allorché rivendica la propria esclusiva competenza a giudicare penalmente i due marò, dipende dalla serietà e dalla imparzialità dei procedimenti penali aperti in Italia. Sarebbe bene che questi procedimenti vadano avanti e non si arrestino per un senso di opportunità politica. Il tribunale arbitrale ha stabilito che un paese straniero non può processare soldati italiani quando hanno agito nell’ambito delle loro funzioni. Ma i tribunali italiani invece possono e debbono accertare eventuale colpevolezza.

Cosa rischiano?

Per coerenza l’Italia dovrebbe fare un processo serio che li assolva se sono da assolvere o li condanni se sono da condannare. L’Italia per nove anni non ha chiesto l’impunità dei marò, ma ha chiesto l’immunità, in quanto i soldati italiani all’estero non possono rispondere personalmente per azioni commesse in nome dello Stato. 

Potrebbe spiegarci meglio questo passaggio?

Se io compio un illecito come organo dello Stato italiano, allora la mia attività va imputata allo Stato italiano. Questo succede anche a livello internazionale, l’attività di un organo è imputata allo Stato quando l’organo agisce per nome dello Stato. A differenza di quanto non accade in diritto interno, nel diritto internazionale questo copre anche e soprattutto gli aspetti penali. Se c’è un soldato italiano all’estero in missione ufficiale, e loro lo erano, allora è l’Italia che ne risponde. Quindi l’India non può sottoporre a procedimento penale i due marò; deve imputare la loro azione all’Italia e nell’ambito di una controversia internazionale. Ma l’Italia può e deve imputare ai propri organi una possibile violazione del diritto penale. Di conseguenza un giudizio penale equo, serio, rafforzerebbe la credibilità del nostro paese sul piano internazionale.

L’avvocato difensore e i familiari lamentano che ai due soldati in questi anni è stato imposto di tacere. Le sembra giusto?

Non commento le parole dei familiari riprese dalla stampa. Osservo solo che proprio in quanto le condotte dei marò sono state poste in essere come organi dello Stato italiano, è perfettamente comprensibile che l’Italia imponga loro la confidenzialità su tali condotte. Evidentemente, tale esigenza di confidenzialità viene meno nell’ambito dei procedimenti penali italiani. 

(Paolo Vites) 

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