CASO MES/ Forte: senza firma l’Italia non resta scoperta

- int. Francesco Forte

La firma della riforma del Mes slitta al 2020, ma l’Italia non ha bisogno di questa garanzia e anzi rischia di più aderendo

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LaPresse

Roberto Gualtieri, da Bruxelles, ha chiarito che l’accordo sul Mes deve ancora essere concluso. Lo stesso Presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, ha spiegato che non sarà il Consiglio europeo di settimana prossima a prendere la decisione finale sulla riforma del Meccanismo europeo di stabilità, anche se ha detto di aspettarsi la firma dell’accordo nel primo trimestre del 2020. Una firma che, secondo Francesco Forte, economista ed ex ministro delle Finanze e per il Coordinamento delle politiche comunitarie, l’Italia non dovrebbe comunque porre.

Professore, cosa pensa di quanto emerso sul Mes dall’Eurogruppo?

Quanto emerso pare proprio smentire chi sosteneva che il testo della riforma del Mes non si può modificare. Del resto se il documento non è stato formalmente firmato è chiaro che si può cambiare o si possono apporre integrazioni. Dal punto di vista procedurale non c’è alcun ostacolo in tal senso.

Si dice che se l’Italia non firma resterà scoperta rispetto agli altri Paesi che invece aderiranno. E che questo sarebbe rischioso. Cosa ne pensa?

Guardi, la questione è piuttosto semplice: si firma un qualcosa cui si contribuisce se si ritiene che ne si abbia bisogno. L’Italia però non ha bisogno del Mes, non resterebbe affatto scoperta. Non abbiamo un rischio bancario. Questo potrebbe determinarsi per via dei titoli di stato? Lo stesso Direttore generale del Mes, Klaus Regling, ha detto che il nostro debito è sostenibile. Teniamo presente anche che i titoli di Stato in possesso delle banche sono in gran parte detenuti dagli italiani, quindi il rischio delle banche nel possederli è minimo. Se poi hanno il Fondo interbancario come garanzia, non c’è un vero problema. Il problema se lo inventano gli altri per noi.

Cosa intende dire?

Che ci sono altri Paesi che hanno un rischio bancario, come dimostra il caso di Deutsche Bank. In Italia le banche hanno avuto dei problemi con le sofferenze bancarie solo per colpa del Governo Monti. Il “retrogrado” sistema bancario italiano, basato più sulle garanzie immobiliari e i titoli di stato che non sui derivati, rischia meno degli altri.

Non abbiamo un rischio bancario, ma resta pur sempre quello sui titoli del nostro debito pubblico.

Tendiamo a dimenticare quanto ha spiegato il Nobel Modigliani e a scordarci che gli italiani, anche per via dell’alto debito pubblico, risparmiano di più. Quindi l’Italia ha un risparmio che copre il rischio debito. Naturalmente non è una bella cosa per lo sviluppo economico, soprattutto quando c’è un clima di pessimismo, e certamente vanno fatti dei cambiamenti sulla qualità della nostra spesa pubblica, ma quando un Paese è fortemente indebitato, ha un’elevata propensione al risparmio, e il suo debito è in gran parte detenuto da residenti, il rischio non è elevato, quel Paese è solvente. Inoltre, non solo non ha crisi di solvibilità, ma neanche di liquidità, a condizione che si consenta alle banche di detenere i titoli di stato del proprio Paese.

Dunque, lei sta dicendo che non dovremmo firmare il Mes perché tanto non ci serve?

Certo. Finché si tratta di creare un fondo salva-Stati per evitare che situazioni come quella della Grecia e della Spagna creino contagio potremmo anche al limite pensare di contribuire, così da aiutare le banche tedesche, che pure sono concorrenti delle nostre, perché sarebbe certo un danno se la Germania avesse problemi. Purché ovviamente questi soldi non vengano conteggiati nel nostro debito pubblico. Ma perché dovremmo firmare e contribuire a un sistema di cui non abbiamo bisogno? Al più potremmo pensare di farlo in cambio della possibilità di usare tali fondi per investimenti verdi su cui c’è stata l’apertura di Ursula von der Leyen e che ci aiuterebbero, per esempio, nella riconversione dell’ex Ilva. Aderire al Mes vuol dire assicurarsi contro i rischi, ma pure poter essere costretti a ristrutturare il debito, anche tramite i cambiamenti che si vogliono apportare sulle Cacs, le Clausole di azione collettiva.

A questo proposito, come ha segnalato il Professor Cesaratto, Maria Cannata sembra aver cambiato idea sui rischi delle modifiche sulle Cacs. E anche Ignazio Visco, che alcuni giorni fa aveva lanciato un allarme sul Mes, mercoledì in audizione alla Camera ha minimizzato i rischi della riforma del Meccanismo europeo di stabilità. Non sono un po’ strane queste “retromarce”?

Sì, sono strane. Non vedo che cosa sia cambiato negli ultimi giorni rispetto ai punti critici che avevano evidenziato.

Forse l’apertura che c’è stata, su richiesta italiana, di non porre vincoli alla detenzione di titoli di stato alle banche, cosa che, come ha spiegato poco fa, aiuterebbe a non avere problemi di liquidità?

Certo questo è importante, ma non risolverebbe il problema che si avrebbe aderendo a un fondo che non ci è necessario e per utilizzare il quale dovremmo sottoporci a commissariamento. È chiaro che potremmo aderire al Mes e non utilizzarlo, ma che immagine darebbe agli occhi degli investitori un Paese che firmasse sapendo che può prendere i soldi solo se viene commissariato? Sarebbe quasi ammettere che è in una situazione disperata in cui ha bisogno di un aiuto a tutti costi. In più sarebbero chiamati a contribuire i privati tramite la riforma della Cacs. Il sospetto che viene riguardo a tutta questa vicenda è che chiaramente un banchetto fatto sull’Italia è sicuramente più succulento di uno fatto sulla Grecia.

(Lorenzo Torrisi)

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