CASO MORO/ Le ombre del Sisde e del Vaticano sulla latitanza di Casimirri

- Bruno Foresi

Seconda e ultima parte delle vicende del latitante Alessio Casimirri, brigatista rosso coinvolto nel rapimento di Aldo Moro (2)

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LaPresse

Nel periodo trascorso in Nicaragua, Alessio Casimirri stabilì solidi legami con i sandinisti, allora al potere, divenendo parte, insieme agli altri latitanti italiani rifugiati nel Paese, di una sorta di brigata internazionale di estremisti europei e sudamericani. Con alcuni altri fuoriusciti italiani aprì un ristorante, dedicato alla squadra del cuore, il “Magica Roma”. La cospicua documentazione acquisita dalla Commissione evidenzia soprattutto il suo ruolo di istruttore sommozzatore, i suoi duraturi rapporti con Manlio Grillo e altri latitanti, gli affari condotti in società con esponenti del regime e con aziende anche importanti, come la Esso Nicaragua, la Ine (ente nicaraguense dell’energia), l’Enap (ente nicaraguense dei porti) e – secondo fonti dei Servizi – la Parmalat Nicaragua.

È noto che nel 1993, nel nuovo contesto determinatosi in Nicaragua con la sconfitta dei sandinisti alle elezioni del 1990, sembrarono maturare le condizioni per la fine della latitanza di Casimirri. L’attenzione della Commissione si è focalizzata soprattutto sulla missione compiuta in Nicaragua da due agenti del Sisde, Mario Fabbri e Carlo Parolisi, che nel corso del 1993 raccolsero dallo stesso Casimirri diverse informazioni sulla vicenda Moro.

La missione, come è noto, si concluse senza successo, perché i colloqui avviati non poterono proseguire, anche a seguito di una fuga di notizie, ed è stata oggetto di molti accertamenti in sede giudiziaria. Le principali informazioni acquisite dagli agenti del Sisde sono sinteticamente le seguenti:

– Casimirri dichiarò di essere entrato in Nicaragua con un volo che transitò da Mosca e – secondo le dichiarazioni di Carlo Parolisi alla Commissione, il 30 maggio 2017 – “di essere stato sicuro che lì [a Mosca] sarebbero stati arrestati perché i passaporti erano palesemente falsi. […] Invece furono trattenuti all’interno dell’aeroporto di Mosca per 24 ore, se ricordo bene, poi furono imbarcati in un aereo per Cuba e da lì raggiunsero in un secondo momento il Nicaragua”. In una successiva dichiarazione, Parolisi, dopo aver sottolineato la reticenza di Casimirri sul tema, ha anche dichiarato che “Casimirri adombrò che c’era una organizzazione che aveva provveduto alla loro fuga, fornendo anche i documenti per l’espatrio. Da come ne parlava, ma era volutamente fumoso, sembrava una organizzazione di sinistra, che si occupava appunto di dare supporto, anche logistico”.

– Casimirri avrebbe chiarito che, in fase di progettazione del sequestro, si era comunque convenuto che, in ogni caso, Moro sarebbe stato ucciso. Ciò anche se una delle finalità del sequestro era quella di interrogarlo e di far esplodere le “contraddizioni” dello Stato italiano. Anche Morucci e Faranda erano su questa posizione e solo successivamente se ne sarebbero allontanati.

– Casimirri confermò che il nucleo che operò in via Fani comprendeva – in una prima fase – Raimondo Etro e Rita Algranati (la sua ex-moglie, a quella data già assolta nel processo Moro ter), sulla quale Casimirri fornì anche informazioni relative al suo passaggio, con Falessi (il suo nuovo compagno, anche egli ex-brigatista in un primo tempo fuggito in Nicaragua), in Libano (a metà del 1985) e poi in Algeria. Casimirri affermò di non aver sparato in via Fani. In proposito, la relazione finale della Commissione ricorda che, nell’audizione del 31 gennaio 2017, Raimondo Etro ha invece dichiarato che “Casimirri mi riferì, dopo quello che era successo in via Fani, che si erano inceppati diversi mitra e, quindi, lui e Alvaro Lojacono erano stati costretti a intervenire. Ricordo perfettamente che Casimirri mi disse che Iozzino era uscito dalla macchina strillando come un’aquila e che loro avevano dovuto sparare. Adesso non ricordo bene se era stato Casimirri o se era stato Lojacono. Comunque loro intervennero, almeno secondo quello che mi disse Casimirri, che comunque non diceva cose che poi non aveva fatto”.

– Casimirri avrebbe poi confermato che quella di via Montalcini era l’unica prigione di Moro e dichiarato di aver raccolto confidenze dello stesso Morucci sul fatto che lui stesso aveva predisposto l’appartamento costruendo la falsa parete. Occorre sottolineare che la dichiarazione di Casimirri giunse in una fase molto avanzata, dopo che, nel corso degli anni 80, le dichiarazioni dei dissociati, ampiamente diffuse in sede pubblicistica e giornalistica, avevano proposto una versione del sequestro Moro, consolidata poi nel “memoriale Morucci”. Infine, Casimirri fornì gli elementi utili a identificare il “quarto uomo” della prigione, il sedicente ingegner Altobelli, ovvero Germano Maccari, individuandolo come “il braccio destro di Morucci allorquando era in piedi l’organizzazione sovversiva clandestina denominata Formazioni comuniste armate (Fca)”. Casimirri avrebbe inoltre chiarito che Altobelli non viveva nel covo, per non alterare l’immagine di coppia di Gallinari e della Braghetti.

Le acquisizioni informative erano dunque significative e in alcuni casi furono valorizzate. Rita Algranati verrà poi catturata all’aeroporto del Cairo, insieme al nuovo compagno, Maurizio Falessi, nel gennaio del 2004, consegnata dalla polizia egiziana ad un gruppo di poliziotti dell’Antiterrorismo arrivati da Roma, dopo essere stata improvvisamente espulsa dall’Algeria. Germano Maccari verrà arrestato nell’ottobre 1993. In un primo tempo, negherà ogni tipo di coinvolgimento con le Br. Nel luglio 1996, ammetterà al processo Moro quinquies di essere lui il quarto uomo, l’ingegner Altobelli, che aveva affittato l’appartamento di via Montalcini.

Per quanto riguarda le ragioni della fine della missione e delle eventuali interferenze che poterono determinarla, la Commissione ha approfondito una serie di snodi che evidenziano, quanto meno, alcuni difetti di collegamento tra le varie filiere delle operazioni attuate.

La vicenda è qui riassunta a grandi linee. Nell’agosto 1993 Mario Fabbri e Carlo Parolisi riuscirono a ottenere, tramite Tommaso Casimirri, un incontro con il fratello Alessio, tuttora latitante. Nel corso di un colloquio, Casimirri mostrò una certa volontà collaborativa, rivelando diversi particolari su Via Fani e su alcuni aspetti della vita interna delle Brigate rosse. A questa prima fase avrebbero dovuto seguire ulteriori colloqui, ma questa possibilità fu “bruciata”, anche in conseguenza di un articolo di Gianni Cipriani, comparso su l’Unità del 16 ottobre 1993 e di altri articoli comparsi sulla stampa nicaraguense e internazionale.

In proposito Fabbri ha ipotizzato che la diffusione delle notizie poté derivare da errori, invidie operative o dal timore che emergessero elementi compromettenti. Ha tuttavia sottolineato che le notizie che furono pubblicate erano molto precise e che derivarono probabilmente da una fonte interna ai Servizi. Rispondendo ai quesiti dei commissari, Fabbri ha smentito la notizia secondo cui in occasione della missione in Nicaragua il Sisde procedette a un esborso di un miliardo e mezzo di lire, indicando invece una somma dell’ordine di poche decine di milioni.

Va aggiunto che pochi mesi dopo, tra il 24 ottobre e il 12 novembre 1993, si recò in Nicaragua una delegazione della Direzione centrale della Polizia di prevenzione, con il compito di operare per la espulsione e consegna di Casimirri. La missione non ebbe successo. Dall’analisi della documentazione acquisita emerge un difettoso collegamento tra l’azione del Sisde e quella dell’ambasciata italiana a Managua.

Già in un appunto del 30 giugno 1993, relativo a contatti con la famiglia Casimirri, nel riferire delle ampie protezioni di cui Casimirri godeva in Nicaragua, si segnalava che “alcuni tra gli italiani che lavorano in ambasciata sono soliti frequentare il suo ristorante, in particolare i Carabinieri dell’Ufficio Cifra”. La notizia fu successivamente rettificata, il 7 settembre, descrivendo i rapporti con personale dell’ambasciata come “limitati e sporadici, occasionali incontri avvenuti in Managua, favoriti anche dall’attività di ristoratore svolta dal latitante”. L’elemento che più suscita perplessità è però l’intreccio tra le iniziative del Sisde e quelle assunte per il tramite dell’ambasciata.

Preceduta da un lungo lavoro istruttorio, la missione del Sisde si svolse nell’agosto 1993, dopo essere stata autorizzata il 18 agosto dal direttore, che ne aveva informato l’Autorità giudiziaria nella persona del dottor Ionta. L’Autorità giudiziaria non aveva ravvisato profili di criticità, stante l’assenza di accordi di estradizione con il Nicaragua. Nel frattempo, secondo quanto ricostruito in plurimi appunti dei Servizi e della Polizia e nel carteggio diplomatico, già il 5 agosto 1993 Casimirri – probabilmente ritenendo che le reti di protezione sandiniste non lo avrebbero più protetto – si sarebbe presentato all’ambasciata italiana dichiarando la sua disponibilità a rispondere in una sede rogatoriale.

Secondo il messaggio inviato dall’ambasciata il 13 settembre, nella sua visita all’ambasciata del 5 agosto Casimirri “ha fatto inoltre conoscere di essere disposto a collaborare con la giustizia italiana ed a rendere ogni dichiarazione utile ai fini del processo di cui trattasi, chiedendo che della sua deposizione non venga fatta pubblicità sulla stampa e che la commissione rogatoria sia fatta direttamente in Nicaragua da magistrati italiani senza l’intervento di queste autorità”. Il messaggio in oggetto, alquanto tardivo rispetto alla visita di Casimirri all’ambasciata, fu ritrasmesso al Sisde e alla Digos il 19 settembre 1993, ma non è affatto chiaro se di queste notizie il Sisde e l’Autorità giudiziaria fossero al corrente quando, alcune settimane prima, si svolgeva la missione di Fabbri e Parolisi. La documentazione acquisita sembrerebbe in realtà escluderlo.

Tra l’agosto e l’ottobre 1993 c’è, insomma, una duplice attivazione intorno a Casimirri, una legata a un’azione del Sisde che stava conseguendo risultati promettenti in termini informativi e una legata a un’azione dell’ambasciata, o di suoi funzionari, che sfociò in un tentativo, fallito, di ottenere la revoca della cittadinanza di Casimirri e la sua estradizione. Le due linee di azione sembrano essersi sviluppate una indipendentemente dall’altra ed essere entrate in un conflitto, di cui poté giovarsi il Casimirri, grazie agli appoggi di cui godeva negli ambienti sandinisti, sconfitti elettoralmente ma ancora presenti e forti nell’esercito e nella burocrazia del Nicaragua. Gli eventi del 1993 finirono così per compromettere pesantemente anche le numerose, successive, iniziative attuate per assicurare alla giustizia Casimirri.

La relazione finale della Commissione conclude su Casimirri in questo modo: “Alla luce degli accertamenti già compiuti dalla Commissione e ancora in corso di approfondimento, si evidenzia la costante e ripetuta protezione nel nostro Paese, di cui Casimirri poté godere in molte fasi della sua vita, con modalità e intensità diverse ed in molteplici ambiti. Protezioni che possono essere fondate su ovvi elementi familistici, ma senza escludere anche, alla luce di comportamenti di soggetti diversi, ma con analoghi percorsi, elementi di collaborazione, più o meno ufficiale, con strutture dello Stato”.

Lo storico Miguel Gotor, anche lui componente della commissione Moro 2 aveva già scritto nel 2011 (riportato in G. Fioroni, M.A. Calabrò, Moro: il caso non è chiuso. La verità non detta, 2018):  “La biografia e i comportamenti degli ultimi trent’anni di Alessio Casimirri inducono a ritenere che, nei giorni del sequestro Moro, la Santa Sede riuscì ad aprire non solo una trattativa sul riscatto, ma anche un canale riservato con un vero brigatista in libertà, cresciutogli letteralmente in casa. Una collaborazione in cambio di un salvacondotto giudiziario, che, nonostante l’azione non sia andata a buon fine, avrebbe garantito ugualmente a Casimirri dei benefici in cambio dell’impegno da lui profuso in quei drammatici frangenti, a causa degli imbarazzanti segreti di cui comunque era venuto a conoscenza e in forza dei suoi rapporti privilegiati con le più alte sfere del Vaticano”.

Lo storico qui fa riferimento alla trattativa per la liberazione del sequestrato che più concretamente stava per concludersi positivamente, quella organizzata da papa Paolo VI e condotta dal responsabile dei cappellani delle carceri don Curioni. Al di là di una inutile punta di anticlericalismo, visto che è altamente improbabile che la trattativa, oltre al papa, abbia coinvolto molti altri personaggi della curia vaticana, l’ipotesi che viene presentata risulta certamente plausibile e degna di essere verificata.

(2 – fine) 

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